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Corbyn, la crisi del liberismo e la Brexit

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Strane elezioni quelle inglesi della scorsa settimana. L'oligarchia transnazionale neoliberista avrebbe voluto al tempo stesso sia la sconfitta di Theresa May (colpevole di perseguire la cosiddetta Hard Brexit), sia quella del "populista" Jeremy Corbyn (reo invece di statalismo antiliberista). Ma avere la botte piena e la moglie ubriaca è problematico anche al di là della Manica.

Abbiamo così un nuovo governo May, ma molto più fragile di quello che ci si poteva aspettare qualche settimana fa, ed abbiamo una leadership del partito laburista che esce rafforzata dalla prova elettorale. Se il dogma neoliberista esce senza dubbio indebolito dalle urne, cosa possiamo dire invece del percorso di uscita dall'UE?

Sul punto si leggono tante cose. Ad esempio, il più anticostituzionale membro della Corte Costituzionale (al secolo Amato Giuliano), dice stamattina al Corriere della Sera che gli inglesi dovranno rivotare più avanti - «quando sarà il momento» - sulla Brexit. Costui, non contento dei danni arrecati in Italia, si preoccupa di sfasciare anche la democrazia inglese. E' evidente come egli pensi di poter giocare a favore dell'oligarchia eurista il 40% incassato da Corbyn. E' realistico questo disegno? Secondo noi, no. E questa è anche l'opinione di Carlo Formenti, argomentata nell'articolo che segue.



Corbyn, una sconfitta che vale una vittoria
di Carlo Formenti (MicroMega)

Corbyn è riuscito a fare con il Labour ciò che Sanders non è riuscito a fare con i Democratici: ha trasformato il suo partito in un movimento: questo il commento che il New York Times dedica alla sconfitta di misura – che vale di fatto come una squillante vittoria – di Jeremy Corbyn nelle elezioni inglesi. Contro ogni aspettativa, contro l’unanime ostracismo di media ed élite, contro l’ala destra del suo stesso partito (che controlla la maggioranza del gruppo parlamentare), la quale auspicava una sconfitta per potersene sbarazzare, il “vecchio marxista” ha preso il 40% dei voti (con punte bulgare fra i giovani), sfiorando la vittoria nei confronti dell’algida Theresa May.

Come è stato possibile? Semplice: Corbyn ha saputo infondere entusiasmo in uno stuolo di attivisti che hanno convinto una generazione di ragazzi – i quali altrimenti non avrebbero votato - a sostenerlo; ora questi ragazzi non si professano laburisti ma “corbinisti”. Corbyn, come Sanders, è infatti un leader “populista” capace di coagulare il consenso trasversale di quella marea di cittadini (a partire dalla base sindacale inferocita dal tradimento del New Labour) che non si riconoscono nei partiti dell’establishment.

Ci riesce restituendo speranza con un programma dichiaratamente socialista (rinazionalizzazione delle ferrovie, accesso libero e gratuito all’istruzione superiore, miliardi per rivitalizzare la sanità pubblica – il tutto da finanziare con tasse duramente progressive su imprese e redditi elevati). Ci riesce perché non corteggia i media, ma incontra le persone per parlare con loro ed ascoltare cosa hanno da dire. Ci riesce perché sovverte le regole di un gioco politico ingessato dalle caste dei partiti di regime.  Ci riesce perché la sua storia e la sua immagine – ha votato contro la guerra in Iraq, si è opposto alle riforme economiche neoliberiste, si batte contro la restrizione delle libertà civili in nome della sicurezza, controllando i giustificativi di spesa dei parlamentari i giornalisti hanno verificato che i suoi ammontano a nove sterline, si sposta regolarmente in bicicletta, non sgomita per occupare posti di potere – finora oggetto di scherno e barzellette da parte di media e avversari politici, si scopre ora che sono esattamente quelle che chiede la gente, stanca di politici avidi di potere, cinici e corrotti.

Perfino l’Economist, preso atto che anche quei parlamentari che fino a ieri lo insultavano e ne auspicavano la sconfitta ora ne esaltano le virtù (non è mai troppo tardi per saltare sul carro del vincitore), è costretto a riconoscere che l’era del New Labour di Blair è definitivamente tramontata. Lo stesso Economist, tuttavia, si avventura in un’improbabile analisi che interpreta quanto successo come l’effetto di una sorta di “americanizzazione” del sistema politico inglese: da un lato una destra sostenuta dagli strati popolari appartenenti ai livelli culturali e di reddito inferiori (quelli che hanno votato per la Brexit), dall’altro una sinistra fatta di classi medio alte, colte e cosmopolite (contrari all’uscita dalla Ue). Quindi, contando sul fatto che Corbyn ha raccolto largo consenso fra i giovani “creativi”, l’Economist sembra illudersi di trovare in lui un alleato per rovesciare l’esito del referendum. Una speranza mal riposta, ove si consideri: 1) che Corbyn fu tutt’altro che deciso nel sostenere il no alla Brexit (anche perché molte delle Trade Union radicali che ne hanno favorito l’ascesa, erano – e restano - per il sì); 2) che la sua idea di “soft Brexit” non mira a difendere gli interessi del capitale globale ma quelli dei lavoratori stranieri a rischio di espulsione; 3) che il suo programma non è concepito per compiacere le classi medio alte, bensì per migliorare la vita di quelle inferiori.

La verità è che il progetto politico di Corbyn, come quello di Sanders, ha il merito di aggregare un blocco sociale trasversale che unifica strati sociali inferiori e medi contro le politiche neoliberiste (e il suo successo dimostra che se il candidato democratico fosse stato Sanders probabilmente avrebbe sconfitto Trump). Molti commentatori politici gettano però acqua sul fuoco: Corbyn ha sfiorato la vittoria ma non ha vinto, ma soprattutto, con quel programma e con quelle idee, non potrà mai vincere perché, quand’anche ottenesse la maggioranza, non potrà metterle in pratica, visto che le “leggi” dell’economia lo vietano. Ma il vero punto è un altro: l’obiettivo di politici come Corbyn, Sanders, Iglesias e Mélenchon dovrebbe davvero essere andare al governo per cambiare le cose restando all’interno del sistema? Su questo dilemma  si è dibattuto nell’ultimo congresso di Podemos, e la risposta di Pablo Iglesias, che ne è uscito vincente, è stata chiara: non si tratta tanto di andare al governo – anche se non si rinuncia a lottare per riuscirci – quanto di mettere all’ordine del giorno un cambio di civiltà, non si tratta di riformare il sistema bensì di uscirne. Ecco perché Sanders non ha mai smesso di parlare di rivoluzione.



 

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