Nagorno-Karabakh: la "guerra dei quattro giorni" non è finita

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REPORTAGE. Nel Nagorno-Karabakh (in marrone nella cartina accanto) si spara ancora in seguito all’escalation di aprile che ha riacceso il conflitto tra armeni e azeri come mai era avvenuto dal cessate il fuoco del 1994. Con centinaia di vittime militari e civili. Il piccolo centro di Talish è un villaggio fantasma. Tra campi abbandonati, mine, cecchini. E bombe a grappolo israeliane inesplose.

«Stai lontano dalla finestra, lì ci sono i cecchini azeri». Il funzionario dei servizi segreti che mi accompagna mi indica la prima linea del conflitto, visibile ad occhio nudo dal vano. Tutt’intorno, libri e quaderni sparsi per terra fra i calcinacci e la polvere. Siamo in una scuola elementare colpita dai razzi Grad, nel villaggio di Talish, in Nagorno-Karabakh. Oggi una città fantasma dopo i combattimenti di inizio aprile, che hanno provocato in questo piccolo insediamento la morte di decine di soldati, ma anche di alcuni civili.

Qui si è combattuto casa per casa, e i segni di proiettili e esplosioni sono ben visibili sulla larga parte degli edifici presenti nel villaggio. Altri sono sventrati da bombe e razzi, come un grande salone usato per matrimoni e feste, completamente distrutto. L’emblema di una guerra senza fine, quella fra armeni e azeri, combattuta alla frontiera dell’Europa da un quarto di secolo, ma che il mondo si ostina a dimenticare.


Anche i trattori sono bersagli

E si continua a sparare, anche dopo l’escalation di aprile. Poche ore prima del nostro arrivo, proprio a Talish un soldato armeno è stato ucciso dai colpi di un cecchino.

L’intero villaggio, abitato ormai solo da soldati e volontari, è rimasto scoperto e inagibile. Gli azeri a inizio aprile hanno guadagnato terreno, spostando in avanti la prima linea del fronte di circa un chilometro, come mi spiega il funzionario, che chiede di rimanere anonimo.

Fino a un mese fa qui i contadini lavoravano ancora la loro terra, ormai abbandonata. Anche i trattori oggi sono possibili bersagli. Ma non è solo il villaggio di Talish a essere sotto tiro. Anche l’unica strada per arrivarci da Martakert è assai pericolosa. Il fronte corre parallelo ad essa a pochi chilometri, e più ci si avvicina a Talish più la distanza si riduce, fino ad arrivare a meno di un chilometro. Per ripararla dal fuoco nemico, gli armeni del Karabakh hanno fatto una nuova strada, con a fianco un alto terrapieno ancora in costruzione. Una scavatrice lavora senza sosta per completarlo, a rischio della vita di chi la guida. In questa strada i mezzi accelerano più che possono, per evitare di essere colpiti dall’artiglieria o dai cecchini.

Gli edifici di Talish, spesso semidistrutti, sono oggi abitati dai soldati del Karabakh e dai volontari armeni accorsi da ogni parte del mondo dopo la grande paura di inizio aprile. Mentre passiamo, si scorge un soldato farsi la barba all’aperto, nello scheletro di un edificio, altri lavarsi e mangiare.

Scene desolanti dominate da povertà, precarietà e sporcizia. Frequenti i posti di blocco della polizia militare, e continua mentre passiamo il viavai di gruppi di volontari che vanno e vengono da questo villaggio dimenticato da Dio.

A Stepanakert incontro alcune famiglie di sfollati provenienti da Talish. Sarebbero oltre una cinquantina, secondo le stime che ci fornisce il Ministero degli Esteri dello stato de facto del Karabakah. Si tratta di donne con figli, alloggiate in alcuni hotel cittadini, come il Nairi. Sole, dato che i mariti sono rimasti al fronte a combattere. Alla domanda fatta ad una di loro, se pensa di tornare un giorno a vivere a Talish, la donna risponde con un no secco: manca la sicurezza, troppa la paura dopo quei giorni terribili. Sua figlia di pochi anni in quel momento scoppia in lacrime: «Mi manca la mia casa».


L’episodio incriminato

Avevano fatto un grande scalpore in Armenia a inizio aprile le foto di alcuni civili di Talish uccisi e mutilati, diffuse dalla stampa. Fonti ufficiali del Karabakh parlano dell’incursione di un commando di una cinquantina di persone, che dopo aver fatto irruzione nel villaggio da tre punti diversi della frontiera avrebbe sparato su civili e soldati. Questo, secondo quanto riportano le fonte armene, sarebbe stato l’episodio all’origine di quella che ormai tutti qui chiamano la seconda guerra del Karabakh (dopo quella dei primi anni novanta) o guerra dei quattro giorni.

Dal 2 al 5 aprile hanno perso la vita alcune centinaia di soldati e civili da entrambe le parti. Tanti i feriti e i mutilati, come ho modo di vedere nell’ospedale militare di Stepanakert. In quei pochi giorni di aprile, sono stati abbattuti elicotteri, droni e carri armati. Una tragedia che non si è conclusa, non solo per il perdurare degli scontri e delle vittime. Solo pochi giorni fa, durante la visita nelle trincee del Karabakh insieme ai soldati, abbiamo sentito esplodere non lontano da noi alcuni colpi di artiglieria. Ma i danni collaterali e le vittime dureranno ancora per mesi, forse per anni.

Le bombe a grappolo di produzione israeliana lanciate lungo tutta la linea del fronte vanno ad aggiungersi alle mine anti-uomo e anti-carro di cui il Karabakh è pieno fin dagli anni novanta. Ogni razzo – spiega Yuri Shahramyan, programme manager dell’organizzazione inglese Halo Trust – contiene 104 bozzoli, che una volta raggiunto l’impatto lanciano schegge di metallo tutt’intorno per ferire e uccidere. Sono tanti – mi spiega – i bozzoli ritrovati in villaggi e insediamenti lungo la frontiera.

Molte le armi di ultima generazione in mano agli azeri, anche di produzione russa. Al boom petrolifero degli anni duemila è seguita una corsa al riarmo vertiginosa. Difficili valutare gli armamenti in mano agli armeni del Karabakh, che in molti casi hanno in dotazione vecchie armi sovietiche. Altre sono invece reperite sul mercato nero. Non essendo uno stato riconosciuto, non c’è altro modo per Stepanakert di procurarsi le armi. Certo, anche da questa parte del conflitto non mancano le armi moderne, droni inclusi, ma per una precisa scelta delle autorità non vengono mostrate ai giornalisti.


Trincee e soldati d’altri tempi

Ed ecco allora che la visione che mi si apre davanti nella trincea a Mataghis, nei pressi di Talish, è una scena di altri tempi. Giovani soldati con un fucile in mano che aspettano giorni e mesi nel fango, come nella grande guerra. A meno venti d’inverno, o nel calore dell’estate, poco importa. Un’attesa che logora e sfinisce. Forse più ancora che il conflitto, qui a pesare sono l’isolamento, la noia e la solitudine senza appello. File di barattoli di latta vuoti pendono ai lati delle trincee: un espediente per scongiurare, con il rumore, possibili incursioni nella notte. Cani lupo hanno la stessa funzione, ma a far la differenza sono soprattutto le mine. Frequenti, indicate da una M maiuscola sul tratto corrispondente della trincea. Tanti, in questo tratto di frontiera, anche i mezzi nascosti dietro la prima linea armena, per scongiurare un attacco come quello di aprile.

Quando – anche se sembrano in pochi a accorgersene – si è combattuto davvero, come mai era avvenuto dopo il cessate il fuoco del 1994. Tanti gli interrogativi sul futuro di un conflitto che si trascina ormai da un quarto di secolo. E una sola certezza: oggi in Karabakh la pace è più lontana che mai.


da il Manifesto

 

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