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Cacciari a caccia... di farfalle

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Su l'Espresso del 4 gennaio Massimo Cacciari lancia l'allarme: il collasso della democrazia rappresentativa, cui si assiste in tutto l'occidente, potrebbe rivelarsi inarrestabile.

Il filosofo, ed ex sindaco di Venezia, parte ovviamente dalle travagliate vicende della Legge di bilancio, ma non si ferma ad esse. Attacca il governo e l'odiato populismo, ma riconosce che il problema della crisi della democrazia viene da più lontano.

Al netto della polemica politica contingente l'articolo di Cacciari contiene tre verità (di cui una solo mezza), una confessione (sia pure solo implicita) e due decisive omissioni. Il testo, breve ma denso, è la migliore dimostrazione della crisi esistenziale del pensiero delle èlite. Anche di quella parte che sa guardare più lontano.

Partiamo dalle verità.

La prima verità è che «Il processo surrettizio di svuotamento del parlamento a favore dell’esecutivo è in atto anche da prima di Tangentopoli». Vero, ma sarebbe stato giusto segnalare la cesura rappresentata dal passaggio alla Seconda Repubblica, con le sue leggi maggioritarie ed il costante rafforzamento degli esecutivi. Ma Cacciari non può arrivare a tanto. Segnalando che la crisi della democrazia è un processo di lungo periodo egli, a differenza del pensiero mainstream, ne ammette comunque la profondità sistemica. Ma senza riconoscere i decisivi snodi politici che ci hanno condotto fin qui, questa verità diventa solo mezza. E, come dice il proverbio, una mezza verità può condurci alla fine ad una bugia intera.

La seconda verità è invece più solida. Anche qui Cacciari sceglie di ignorare del tutto le conseguenze del passaggio al maggioritario, con tanto di americanizzazione e personalizzazione della politica, ma coglie però un punto essenziale: la mancanza di una chiara visione dello Stato nelle classi dirigenti della Seconda Repubblica. Avrebbero potuto esserci, egli dice, proposte serie sia "da destra" (presidenzialismo), che "da sinistra" (rafforzamento delle assemblee elettive), ed invece non c'è stata né l'una né l'altra cosa. Qui il discorso si farebbe lungo, ma nella sostanza le cose stanno effettivamente così.

La terza verità, la più importante, è quella che ci rimanda ad una visione non solo nazionale: «Magari si trattasse soltanto dei Salvini e dei Di Maio e delle loro compiacenti foglie di fico! È un collasso che minaccia, in forme diverse, le democrazie occidentali tutte». Ora, noi non siamo nella testa di Cacciari, ma sarebbe davvero comico se egli volesse con ciò riferirsi soltanto al da lui odiatissimo populismo, nelle sue pur diverse varianti. In ogni caso la sua ammissione sul collasso delle "democrazie occidentali" è sicuramente interessante.

Ma come si è arrivati al punto attuale?

Questo Cacciari non ce lo dice. Ma il suo riferimento al «senso comune (di) tutti coloro che sono nati dopo la caduta del Muro» sulla «inutilità delle istituzioni rappresentative» è una sorta di implicita confessione, non sappiamo se solo inconscia, su quanto realmente avvenuto. Che cosa è stata infatti la cosiddetta "caduta del Muro" se non il momento simbolico in cui il dominio delle oligarchie finanziarie internazionali si è fatto assoluto e globale?

Eccoci così arrivati alle due decisive omissioni.

La prima riguarda appunto il dominio dell'economico (e più ancora del "finanziario) sul politico, che è la caratteristica fondamentale dell'ultimo quarantennio. Quella senza la quale nulla si spiega, tantomeno la crisi della democrazia rappresentativa. Se il potere delle oligarchie finanziarie si è fatto sempre più forte, asfissiante, pervasivo ed infine totalizzante, come poteva reggere a questa pressione una democrazia rappresentativa figlia di un'epoca segnata da un diverso equilibrio sociale, nel quale anche le classi popolari avevano (sia pure in posizione subordinata) voce in capitolo?

Questa resistenza avrebbe potuto esservi se le organizzazioni politiche e sindacali, in qualche modo rappresentative del popolo lavoratore, non avessero disarmato del tutto. Massimo Cacciari, che ha militato in Potere Operaio, e soprattutto nel Pci, sa di cosa parlo. Sta di fatto che quella resistenza non c'è stata, e che se oggi una nuova forma di resistenza al dominio dell'economico sta in qualche modo rinascendo, essa ha proprio le forme del tanto vituperato (da parte sua) populismo.

La seconda gigantesca omissione riguarda l'Unione europea, il suo essere gabbia dei popoli e custode del dominio delle èlite. Com'è possibile lamentarsi della crisi del parlamento, se viviamo in un recinto i cui confini politici e sociali sono presidiati dall'oligarchia eurista e dai suoi ben pagati cani da guardia?

Capisco bene come per Cacciari quanto appena detto suoni soltanto come una bestemmia. In effetti, per quelli come lui, l'Europa è l'unico Dio che riconoscono. Ed invece l'Europa è solo un continente, mentre quella che loro così chiamano (l'UE) è soltanto una costruzione orribile quanto malconcia. Una costruzione sempre più odiata dai popoli, proprio perché orribile; sempre più messa in discussione, proprio perché in crisi e malconcia.

Chiaro che con due omissioni gigantesche come queste - Cacciari non proferisce parola né sul dominio della finanza, né su quella particolare gabbia neoliberista chiamata UE - l'approdo del suo ragionamento non possa che risultare fiacco e sconclusionato, limitato ad auspici "auto-riformatori", ai quali egli stesso probabilmente non crede. Insomma, dopo averla sparata (giustamente) grossa sul collasso della democrazia occidentale, Cacciari non ha potuto far altro che andare a caccia di farfalle. D'altronde, con le cartucce scariche con le quali si ritrova, cosa poteva fare di più?   





 

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