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Il governo Tria-partito

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L'avevamo scritto subito: quello presieduto da Conte non è semplicemente il governo gialloverde. In realtà esso ha tre componenti, visto che, oltre ad M5S e Lega, è presente anche la Quinta colonna voluta da Mattarella per chiudere la crisi di maggio. Ed il primo rappresentante di questo "terzo partito" al governo è Giovanni Tria.

Il DEF (Documento di Economia e Finanza) 2019, licenziato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri, porta ovviamente (insieme a quella di Conte) la firma del ministro dell'economia. Questo impone la forma, che in questo caso si sposa però con la sostanza. Tria ha imposto un documento asettico, ragionieristico, verrebbe da dire "apolitico", non a caso piaciuto al capo di Confindustria Boccia, che ne ha apprezzato il "realismo".

Ma che dice il DEF? La risposta è semplice, dato che in buona sostanza non dice nulla. L'ideale per un Paese privato largamente della sua sovranità. Dunque, l'esangue "pensiero" del Tria sarà certo piaciuto a Berlino e a Bruxelles. Viceversa, dubitiamo assai che sia stato gradito dai due vicepremier, i quali però devono adesso decidere cosa voglion fare da grandi.

L'impostazione del DEF è desolante. A differenza dello scorso autunno, si ammette ora che l'Italia (certo non da sola) è ormai in una situazione di stagnazione economica. Peggio, si ammette tranquillamente che tutto ciò è destinato a durare almeno fino al 2022 (duemilaventidue). E come si risponde a questa prospettiva, semplicemente tremenda per un Paese ancora al di sotto del Pil pre-crisi? Non si sa. Perlomeno nel DEF non c'è scritto.

Tutti sanno che servirebbero potenti misure anti-cicliche. Da subito, e per i prossimi anni. E invece? Invece si citano soltanto il "Decreto Crescita" e il cosiddetto "Sblocca cantieri", provvedimenti che si calcola porteranno (così dice il DEF) un incremento del Pil dello 0,1%! Roba da non credere. E gli investimenti? La promessa è di aumentarli dall'attuale 2,1% sul Pil al 2,6% nel 2022. Una misura asfittica che si commenta da sola.

La logica di Tria è del resto stringente. Per lui quel che conta è tener buona la Commissione, garantendo i conti, se necessario anche con l'aumento dell'IVA.

Politicamente parlando, i casi sono due: o il governo è allo sbando totale, o questo DEF non vale un fico secco. Anche se lo sbando c'è, propendiamo per la seconda ipotesi. Probabilmente, sia Di Maio che Salvini hanno preferito non accendere lo scontro con l'UE adesso, ad un mese e mezzo da quello che - a nostro avviso sbagliando - ritengono come il momento del decisivo redde rationem: le elezioni europee del 26 maggio.

Ad indulgere troppo su questa rassicurante narrazione è soprattutto Salvini. Senza dubbio il leader della Lega avrà quel giorno un'affermazione. Ma sarà un successo da spendersi soprattutto in patria, visto che a livello europeo il blocco delle forze euriste - che non comprende solo PPE e PSE, includendo invece anche liberali e verdi - manterrà, pur indebolendosi assai, il controllo del parlamento di Strasburgo.

Senza dimenticare poi che in Europa il parlamento conta quel che conta, essendo l'UE un'Unione di Stati a dominanza tedesca, al massimo franco-tedesca. Una struttura costitutivamente irriformabile ed ademocratica, anche se in tempo di elezioni tutti (da Fratelli d'Italia, fino alla cosiddetta "sinistra radicale") si dilettano a parlare di come riformarla.

Ma torniamo al DEF. La nostra impressione è che questo documento fotografi uno stallo impressionante. Molti pensano che il governo gialloverde sia alla frutta, ma forse quel è veramente agli sgoccioli è il curioso equilibrio a tre imposto da Mattarella. Forse quello che sta per implodere, oramai dopo le elezioni di maggio, è solo il tripartito, o come potremmo dire con un gioco di parole il Tria-partito.

Noi ci auguriamo che le cose stiano così, che i conti con la Quinta colonna mattarelliana vengano alfine regolati.

Ma anche questo non sarebbe sufficiente, dato che la defenestrazione di Tria avrebbe senso solo nella prospettiva dello scontro con Bruxelles. Nell'autunno scorso si arrivò al noto compromesso, che ha comunque consentito di portare a casa il Reddito di cittadinanza e "Quota 100". Quest'anno non ci saranno più spazi.

Cosa faranno a quel punto Di Maio e Salvini noi non lo possiamo sapere. Tuttavia, per tanti e variegati motivi, ci pare difficile che essi possano semplicemente alzare bandiera bianca di fronte all'offensiva dell'establishment, come vorrebbe la narrazione giornalistica che va per la maggiore.

Che i due non siano adeguati di fronte a quel che si profila è cosa ovvia, che questo sia sufficiente a decretarne la piena sconfitta politica è tutto da vedersi. Mai dimenticarsi infatti che pure le èlite non son messe tanto bene.

Quel che possiamo dire è che dopo le europee la propaganda dovrà lasciare il posto alle cose serie. O il governo saprà predisporre un vero piano di battaglia nei confronti dell'UE, o la sconfitta verrà da se.

Approntare decise misure anticicliche, varare un corposo piano di investimenti pubblici, ribadire il no secco all'austerità: questo l'indispensabile "piano a" da mettere in campo, questo il segnale della vera svolta: altro che l'insulsa nenia del DEF! Altro che tagli e flat tax!

Ma davanti alla pressoché certa chiusura di Bruxelles, il "piano a" sarebbe morto in partenza senza l'alternativa di un "piano b", che per essere credibile deve includere l'Italexit, l'uscita dalla gabbia eurista.

Ci sarà questo coraggio? Difficile crederlo, ma se non vi sarà la rivincita delle oligarchie risulterà devastante per gli interessi del popolo lavoratore. Questo, almeno questo, ha da essere chiaro a tutti.



 

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