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Europee 2019: la posta in gioco

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Qual è la posta in gioco nelle elezioni europee del 26 maggio? Sta qui, nella risposta a questa domanda, la chiave dell'indicazione di voto di Programma 101. Il succo della nostra posizione è semplice: dare un voto contro l'Unione Europea, ma darlo guardando innanzitutto alle sue ricadute in Italia. La qual cosa è l'esatto contrario del provincialismo, dato che nella battaglia contro la gabbia eurista sarà proprio quello italiano il fronte decisivo dei prossimi mesi.

Andiamo allora al sodo, cercando di capire come potrebbe evolvere la situazione politica del nostro Paese a seconda dei diversi esiti elettorali possibili. Attualmente il quadro è alquanto incerto, le due forze di governo litigano su tutto, ed il blocco dominante che gli si oppone sogna la rivincita sul 4 marzo e sulle forze populiste.

Chi non vede questa contraddizione, non può vederne i potenziali sviluppi. Governo e blocco dominante sono a tutt'oggi due mondi distinti e fondamentalmente contrapposti. Ovviamente, distinti non vuol dire impermeabili. La permeabilità c'è eccome. Ed il fatto che essa operi in un'unica direzione - quella dell'influenza del blocco dominante sul governo, non viceversa - mostra dove stia realmente il potere decisivo.

Tuttavia, ecco la novità della fase populista generata dalla crisi, quel potere non produce più consenso, non nella misura che gli sarebbe necessaria. Da qui l'attuale difficoltà dei dominanti ad abbozzare una chiara strategia politica.

Prima di proseguire è forse utile ricordare quale sia la composizione del blocco dominante di cui stiamo parlando. Esso è costituito anzitutto dai potentati economici (oligarchie finanziarie in primis), ma tiene insieme Confindustria e sindacati confederali, decisivi apparati istituzionali, tecnocrazia e burocrazia ministeriale. Oltre al servizio h24 del sistema mediatico che controlla quasi totalmente, questo blocco sistemico conta poi su alcuni decisivi santuari istituzionali: dalla Presidenza della repubblica a Bankitalia, fino ai decisivi ministeri dell'Economia e degli Esteri. Oltre al solito cemento del potere, questo blocco è tenuto insieme da una ferrea fede eurista che ben si sposa con gli interessi di classe che rappresenta.

Ovvio che un simile blocco di potere aspiri a riconquistare il pieno controllo del governo del Paese. Il fatto è che anche per lorsignori le cose non son più semplici come un tempo. Se il loro sogno sarebbe quello di reinsediare a Palazzo Chigi un bel governo a guida Pd, essi sanno benissimo come ciò sia impossibile almeno nell'immediato. Gli serve dunque un Piano B, ma quale?

Ecco allora il vero nodo dell'oggi, che ci rimanda alla posta in gioco del voto del 26 maggio. Un voto che potrebbe preludere, come no, a diverse maggioranze governative da ottenersi con o senza elezioni politiche anticipate.


Le tre ipotesi per il dopo-europee


Poiché un ribaltone anti-populista appare del tutto improbabile, tre sono in astratto le possibilità per il dopo-europee: a) il governo gialloverde tiene e si rilancia, b) il governo si spacca e si va alle elezioni anticipate con la probabile (probabile, non sicura) vittoria della destra, c) il governo si spacca e nasce una nuova maggioranza M5s-Pd nell'attuale parlamento.

Inutile dire come dal nostro punto di vista le ipotesi b e c sarebbero entrambe disastrose, dato che sia in un caso come nell'altro avremmo di fatto una chiusura (per quanto temporanea) del "caso italiano", a tutto vantaggio dell'oligarchia eurista interna ed esterna.

Ma se il primo obiettivo del blocco dominante è quello di scongiurare in tutti i modi la prima ipotesi, quale delle altre due (ecco il problema del Piano B) preferisce? Detto in altri termini, visto che con almeno una delle due forze populiste bisognerà giocoforza fare i conti per far nascere un nuovo governo, quale delle due utilizzare ai propri fini?

Alcuni nostri amici pensano che lorsignori sceglieranno i Cinque Stelle. Io penso l'esatto contrario, che nel caso essi sceglieranno invece la Lega.

Questo per due decisivi motivi. Il primo è che con la Lega essi condividono i principi fondanti del neoliberismo: mercatismo, privatizzazioni, liberalizzazioni, Stato "minimo" e regionalismo antistatale. Il secondo, è che solo una nuova maggioranza di destra - uscita da nuove elezioni politiche - gli garantirebbe quella stabilità tanto amata dai mercati finanziari.

Certo, al blocco dominante Salvini non piace, a Bruxelles non ne parliamo. Tuttavia, un Salvini ricondotto all'ovile dell'alleanza con Berlusconi sarebbe per lorsignori il male minore. Ed il compromesso con l'eurocrazia potrebbe essere semplice: si facciano pure tanto il regionalismo differenziato quanto la flat tax (anche se non nella versione estrema del defenestrato Siri), purché i conti quadrino ed il conflitto con l'Ue rientri nella "normale" dialettica tra il sovra-stato europeo (che comanda) ed uno stato nazionale sempre più desovranizzato (che in ultima istanza sempre ubbidisce).

Si piegherà Salvini a questo ruolo? Non lo sappiamo, ma sono almeno tre i fattori che vanno in quella direzione. In primo luogo, Salvini avrebbe davanti a se (almeno sulla carta) la prospettiva di cinque anni a Palazzo Chigi; in secondo luogo, i potenti capibastone del Nord leghista sono già tutti schierati su questa linea; in terzo luogo, l'attuale ministro dell'Interno è più debole di quel che sembra, e quella debolezza potrebbe spingerlo all'accordo.

Dove sta la debolezza di Salvini? Come ho scritto in tempi non sospetti, la sua ascesa è assai più resistibile di quel che potrebbe sembrare, ed adesso (per quel che valgono) se ne stanno accorgendo anche i sondaggisti.

Questa debolezza sta in tre fattori: primo, la sua narrazione tutta basata su immigrazione e sicurezza non basta più (e basterà sempre meno) a far consenso; secondo, come statista la sua figura appare come minimo improbabile; terzo, non si dimentichi la sua particolare vulnerabilità sul fronte della magistratura, arma sistemica assai utile quando si entra nei momenti topici della vita nazionale.

Noi non possiamo sapere se alla fine Salvini si acconcerà al ruolo che qualcuno gli sta preparando, ma quel che sappiamo di certo è che un risultato elettorale che punisse pesantemente i Cinque Stelle sarebbe l'elemento decisivo in grado di far pendere definitivamente la bilancia in quella direzione.


E i Cinque Stelle?


Dunque, il voto ai candidati no-euro dei Cinque Stelle è il miglior modo per far deragliare la prima opzione del Piano B del blocco dominante, quella di un governo di destra guidato da un Salvini normalizzato.

So bene come a questo punto i nostri critici ci accuseranno di sottovalutare la svolta europeista del Movimento Cinque Stelle, ed addirittura la possibilità che il vero piano delle èlite sia proprio quello di spingere M5s all'abbraccio con il Pd.

Sul primo punto non vi sono dubbi. Il pendolo pentastellato è oggi assai più spostato verso l'Europa di quanto lo fosse mesi fa quando il movimento cercò l'incontro con i Gilet Gialli. Si tratta di oscillazioni già avvenute in passato, quando si passò dal referendum sull'euro alla richiesta (poi abortita) di adesione al gruppo ultra-europeista dell'Alde al parlamento di Strasburgo. Contraddizioni di una forza priva di una vera identità, e non solo sulla questione europea. Una forza che rimane però indigeribile al blocco eurista per la sua permeabilità all'indignazione popolare ed alla questione sociale, dunque in definitiva ben poco compatibile con le esigenze del rigore ordoliberale.

Anche per questo motivo reputo la possibilità di un accordo di governo col Pd (ipotesi c) più che remota. Qualcuno (Fico?) potrà anche essere interessato a questa prospettiva, ma essa sarebbe mortale per M5s e perniciosa pure per un Pd così ridotto ad un ruolo subalterno. Non è questa infatti la linea di Zingaretti, che punta invece (a mio avviso con poche chance di successo, ma questo è un altro discorso) ad un nuovo bipolarismo fondato proprio sulla distruzione integrale (altro che governarci insieme!) dei Cinque Stelle. Una strategia che vede proprio nel governo della destra la possibilità di conquistare il primato dell'opposizione, per poi riproporsi come alternativa di governo se e quando sarà realisticamente possibile.


Conclusioni

Esclusa l'ipotesi c, risulterà ancora più chiara la ragione della nostra indicazione di voto. Il vero pericolo, quello che porterebbe alla chiusura in Europa del "caso italiano" è quello rappresentato dall'ipotesi b, quella di un nuovo governo di destra guidato da un Salvini normalizzato. Questa ipotesi diventerebbe quasi certezza nel caso di un collasso elettorale di M5s. Si può obiettare che la rottura della maggioranza gialloverde potrebbe realizzarsi comunque, anche con una tenuta dei Cinque Stelle. In teoria è giusto, ma in pratica per la Lega le cose sarebbero assai più difficili: più difficile rompere, ben più alto il prezzo da pagare, ben maggiore il rischio di non farcela del tutto nelle successive elezioni politiche.

Certo, le nostre analisi possono anche non convincere, ma l'ordine delle nostre priorità, che dovrebbero essere poi quelle di tutti i sovranisti di sinistra, dunque di quella che chiamiamo sinistra patriottica, dovrebbe risultare chiaro. Chiediamo un voto contro l'Unione Europea, contro le nostrane oligarchie euriste, dunque contro i disegni di normalizzazione del quadro politico dopo il terremoto del 4 marzo 2018. In mezzo a tante innegabili difficoltà e contraddizioni, come non vedere che è questa la questione numero uno, la vera posta in gioco nel voto del 26 maggio?


PS - E il Partito comunista di Rizzo?

Alcuni compagni ci chiedono perché non abbiamo preso in considerazione il PC di Marco Rizzo. La risposta è semplice: perché è bene farla finita con un'astrattezza ideologica che è l'altra faccia di una ricercata sterilità politica. Non solo il PC di Rizzo si scaglia contro il governo gialloverde, al pari di altre formazioni della sinistra spesso alleate alle amministrative col Pd. Il fatto è che la posizione di Rizzo sull'Europa è quella espressa in questa intervista al Corriere della Sera: «Fare la Brexit anche in Italia. Ma questo passo va fatto superando prima il sistema capitalista e applicando quello socialista, perché altrimenti il sistema ci farebbe a pezzi tra Pil e pareggio di bilancio». Una posizione solo apparentemente radicale, che in realtà sposta la rottura con l'Unione Europea alle calende greche. Un modo furbesco di schivare i problemi, di aggirare il tema delle alleanze e del Cln. Un modo, sia pure non voluto, di accreditare la tesi catastrofista sulle conseguenze della rottura con l'UE. Che fare il socialismo sia più facile che uscire dall'euro? Siamo seri, per favore.








 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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