La nostra linea in sette punti

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Comunicato n. 6-2019 del Comitato centrale di P101

IL DOPPIO RISULTATO

Alle porte di elezioni europee che l’élite eurocratica aveva trasformato in un referendum pro o contro la sua supremazia invitammo ad un voto contro l’Unione europea, augurandoci dunque la tenuta del governo giallo-verde. Mentre a livello europeo il variopinto blocco a guida eurocratica ha momentaneamente vinto, in Italia è stato nuovamente sconfitto, a conferma che quella della protesta affermatasi il 4 marzo 2018 è un’onda forte e lunga. L’Italia e la Gran Bretagna si confermano come le due temibili spine nel fianco all’eurocrazia, ed i paesi dove più profonda è la crisi delle élite e del loro tradizionale sistema di comando bipolare.

ALLEANZA GIALLO-VERDE A RISCHIO

Quell’onda lunga ha sì confermato che il “campo populista” conserva un consenso maggioritario nel Paese ma ha prodotto un profondo ribaltamento dei rapporti di forza al suo interno: la Lega ha raddoppiato i suoi voti mentre i 5 stelle hanno subito un vero e proprio tracollo elettorale. Questo capovolgimento potrebbe avere conseguenze letali per il governo ove Salvini cercasse un nuovo assetto in seno al governo umiliando i 5 stelle. Per questo, mentre chiamavamo ad un voto di resistenza che sostenesse il governo giallo-verde,  scongiuravamo uno sfondamento della Lega e un forte indebolimento dei pentastellati.

LA PROVA DEL 9 DI SALVINI

E’ legittimo, dato il responso delle urne, mettere mano alla composizione del governo? Sì, lo è. Ma ciò può avvenire in due opposte maniere: a spese dei 5 stelle oppure a quelle del Cavallo di Troia dei poteri forti“, il partito di Mattarella” il quale, vale ricordarlo, non è solo la terza forza della coalizione ma quella che detiene l’ultima parola sulle decisioni che contano. Se la Lega vuole più potere in seno al Consiglio dei ministri, avocasse a sé i Ministeri chiave dell’Economia e degli Esteri. Se invece Salvini non attaccherà in quella direzione — ove ad esempio ponesse sul tavolo in modo ultimativo questioni come una flat tax a favore dei più ricchi o la sciagurata “autonomia differenziata” che approfondirebbe il solco già enorme tra Nord e Sud del Paese  —, vorrà dire che avrà ceduto alle frazioni nordiste e anti-nazionali della Lega che hanno già deciso di rompere l’alleanza col M5s per andare ad elezioni anticipate. Soluzione gradita ai poteri forti che così vedono la possibilità di restaurare il sistema bipolare o delle “larghe intese”.

LA PARTITA DECISIVA DELL’AUTUNNO

Ove Salvini chiedesse la sostituzione di Tria e Moavero vorrà dire non solo che la Lega è davvero nelle sue mani, che egli farà seguire alle parole — “non rispetteremo i vincoli di bilancio che la Ue vuole imporre, non torneremo a politiche austeritarie” — i fatti, sfidando così l’Unione europea in vista della prossima, fatale partita da cui molto dipende, quella della Legge di bilancio. L’augurio della Sinistra patriottica è dunque che il governo resti in sella, che la Lega non rompa il patto coi 5 stelle e non precipiti il Paese verso elezioni anticipate che sancirebbero, come spera l’élite eurocratica, la disintegrazione del “campo populista”.

IL TRACOLLO DEI 5 STELLE

Vero è che le elezioni europee, più delle altre, sono contraddistinte da un’accentuata volatilità elettorale, che sono niente di più che un grande sondaggio. Tuttavia le dimensioni della sconfitta elettorale dei 5 stelle (sei milioni di voti persi in un anno) hanno messo in evidenza sia i suoi lampanti punti deboli che i suoi errori. Tra i punti deboli la sua effimera e aleatoria struttura d’organizzazione, e  l’assenza di una netta identità ideologica. O si riforma come partito democratico di massa o il M5s sparirà come fugace figlio di una stagione di transizione. E se non vorrà sparire deve darsi una nuova e più combattiva direzione ed una spiccata identità politica. La sola che può scegliere, dato che il populismo reazionario salviniano occupa quasi tutto il lato destro dello spettro politico, mentre il vecchio “centro moderato” è presidiato dall’élite euro-liberale coi suoi ammennicoli libertari di sinistra, è quella di un deciso “populismo di sinistra” che sfidi entrambi per l’egemonia. Di Maio, con la sua furbizia trasformistica, è l’incarnazione stessa di questo vuoto identitario e ideologico. Egli (e chi lo ha piazzato come capo politico) ha sulle spalle gran parte della responsabilità del tracollo. Avendo un cuore che pulsa a destra Di Maio ha prima fatto enormi concessioni a Salvini, consentendogli di passare come il dominus del governo, poi, in campagna elettorale ha tentato di contrastarlo ma adottando un profilo moderato, europeista, anti-populista, gradito ai poteri forti e alla Confindustria. Al primo grave errore ha fatto dunque seguito il secondo, peggiore. V’è infine, per spiegare il tonfo, la discrepanza avvertita tra i settori colpiti dalla povertà tra le aspettative suscitate dal cosiddetto “Reddito di cittadinanza” e l’effettivo risultato: date le stringenti condizionalità reddituali per riceverlo (fissate per rispettare i parametri euro liberisti sul deficit pubblico) troppi non l’hanno ricevuto, moltissimi percependo un umiliante “assegno di povertà”. Un tonfo elettorale che il m5s ha infatti subito anzitutto nel Mezzogiorno, dove di fatto ha vinto il “partito dell’astensione” mentre solo un anno fa il Movimento aveva ottenuto consensi anche oltre il 50%.

L’AVANZATA PRECARIA DI SALVINI

Non c’è quindi da stupirsi se Salvini ha stravinto il duello con Di Maio, ed ha stravinto non solo per la sua straordinaria abilità populista di parlare a milioni di italiani, ma perché ha raccolto una serie di istanze ideali, domande sociali e aspettative inevase, indirizzando la protesta e il desiderio di un cambiamento contro i poteri forti, tra cui anzitutto l’eurocrazia. No all’immigrazione di massa, sicurezza, stato forte, fine dell’austerità, lavoro, giustizia sociale, rispetto democratico della volontà dei cittadini, orgoglio nazionale. Da intelligente populista non ha solo fatto sue questa catena di disparate domande, le ha ordinate in una scala gerarchica, incardinandole a quella principale — quella del no all’immigrazione —, le ha quindi impastate con una forte identità di tradizionalismo cattolico. Ma la stessa onda che lo ha portato in alto può presto trascinarlo in basso. La gerarchia dei fattori che lo hanno portato alla vittoria non corrisponde infatti a quella di chi comanda davvero, che imporrà ben presto — lettera Commissione Ue in arrivo con minaccia di procedura d’infrazione su deficit e debito — la sua propria agenda, che al primo posto pone il rientro dell’Italia, già con la prossima Legge di bilancio, nei ranghi delle politiche austeritarie ed eurocratiche. La tregua tra Bruxelles e Roma siglata a dicembre aveva una scadenza ed è già finita. Vedremo presto se Salvini vorrà resistere ai diktat di Bruxelles e Francoforte o se cederà. Non potrà ubbidire a due padroni, rispettare al medesimo tempo le principali quanto contraddittorie domande sociali che ha raccolto ed i desiderata dell’eurocrazia.

LA SINISTRA PATRIOTTICA

La sinistra radicale esce nuovamente malconcia dalla prova elettorale. L’aggressiva quanto velleitaria politica anti-salviniana in nome dell’antifascismo, dell’immigrazionismo come atto di fede, del prima i diritti civili di piccole minoranze rispetto a quelli sociali delle masse popolari — quindi la sua prossimità ideologica con l’élite dominante liberal-liberista —, l’ha fatta precipitare ad un nuovo minimo storico di consensi. Potrà sopravvivere come satellite del Pd o come pulviscolo settario e autoreferenziale. A causa di questo disastro nel vecchio perimetro della sinistra radicale ed ex-rivoluzionaria prevale l’idea che quello attuale sia “il più nero periodo di sempre”. Una visione allucinata che indica quanto siderale sia la distanza non solo dalla grande maggioranza del popolo lavoratore ma dalla realtà effettuale. Non serve frustare un cavallo morto, chi vorrà vivere vivrà. Alla divisa Sinistra Patriottica, spetta unire le forze e mettere da parte vecchie incrostazioni, per costruire una nuova e solida casa dei rivoluzionari. La crisi sistemica è di lunga durata, ed aperta a sbocchi diversi e opposti. Proprio adesso i rivoluzionari debbono organizzarsi, prepararsi, non commettere errori tattici che potrebbero rivelarsi strategicamente fatali. Chi è minoranza oggi può diventare maggioranza domani. Siamo solo alla prima fase del “momento populista”, seguirà la seconda, quella in cui larghe e giovani masse entreranno finalmente in scena dando la spinta che serve al “populismo di sinistra” per sfidare e battere quello della nuova-vecchia destra.

Non c’è liberazione sociale senza liberazione nazionale!
Costruire il partito della sinistra patriottica!



Il Comitato centrale di Programma 101
Roma, 28 maggio 2019



 

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