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MOSE, la grande ipocrisia dei Magnaschei

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Su Venezia vengono dette tante sciocchezze. Alcune delle quali gridano vendetta. Sulla vergogna del Mose, di cui solo ora si accorgono un po' tutti, pubblichiamo di seguito due brevi e chiari interventi di Natalino Balasso e di Alessio Mannino. Come spesso accade, le cose peggiori arrivano invece proprio da chi dovrebbe tacere. Stamattina, il leader della Lega - cioè del partito che amministra il Veneto da un quarto di secolo - dice alla Stampa che: "Non è più tempo di perdere tempo... c'è bisogno di mettersi tutti insieme per ultimare il Mose". Ci sarebbe da ridere, non ci fosse da piangere. Che forse qualcuno fino ad oggi glielo ha impedito? Comunque che lo ultimino pure, magari si avrà così la certezza definitiva della sua inutilità (salvo che per certe tangenti degli amici politici di Salvini).

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di Natalino Balasso (facebook)

Il Mannino (vedi articolo più sotto) fa un riassunto stringato dell’epopea biblica del Mose. Ora, credo che il problema sia uno solo: riuscire a mettere da parte una roba che è costata tanto ma tanto e non funziona e affrontare una dolorosa via crucis per identificare qualcosa che costi molto meno ma che almeno entri in funzione. C’è una psicosi che qualcuno ha battezzato la “sindrome di Macbeth”. Nella tragedia, la coppia di arrivisti sanguinari comincia con un delitto, che trova necessario, poi si spinge sempre più in là ed arriva al punto in cui “non si può più tornare indietro”.

Ora, se è vero che non si può tornare indietro, è vero anche che, smettere, si può smettere in ogni momento, basta avere il coraggio di ammettere di avere pagato moltissimo per una cosa inutile e costosa negli anni a venire.

Per i veneti che si lamentano del costo parassitario del sud è difficile ammettere di aver fatto scucire 7 miliardi di soldi pubblici agli italiani per una cagata. Se poi questo avviene in una città in cui basta scendere dal treno perché ti manchino già 50 euro dal portafogli, la beffa è doppia.

Gli esperti son sempre pronti a dirti che tu non sai un cazzo e non puoi parlare, il che è vero, ma vigliacca maiala se c’è una volta che si prendono delle responsabilità per non averci azzeccato! Venezia è una città sull’acqua, che sia piena d’acqua non sorprende più di quanto il Tirolo sia pieno di neve; ammettere che le produzioni industriali, le grandi navi e il business smisurato hanno contribuito ai problemi idrici è necessario; fare un bagno d’umiltà e dire: “Abbiamo fatto una cazzata enorme”, altrettanto.

Ma ora bisogna smetterla coi delitti, fermarsi e ragionare. E ripartire per un’altra via. Ma da quel che leggo, più che quella di Macbeth c’è la sindrome di Pinocchio e l’inaffondabile Zaia ha il coraggio di alzare la voce dopo essere stato ai vertici della regione anni e anni, anche al fianco di chi si è mangiato i soldi. Quando il culo si vergogna della faccia.

Fonte: www.facebook.com

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Mose, la Grande Ipocrisia dei magnaschei

di Alessio Mannino

I critici di oggi della “grande opera” si dividono in due categorie: quelli che possono parlare a testa alta, e quelli che farebbero meglio a tacere. Riepilogo di uno spreco costato 7 miliardi

Non ci provino nemmeno. Non osino saltar fuori gli abiuratori dell’ultima ora, i rinnegatori a città annegata, le facce di bronzo dell’autoassoluzione in zona cesarini ampiamente sommersa dall’Acqua Granda 2019: i responsabili politici del più immane spreco di denaro pubblico della storia del Veneto, il Mose, adesso non vengano a dirci che loro non c’erano e se c’erano non capivano. Non solo è stata una mangiatoia di corruzione senza eguali, tanto da aver concausato il crollo del “sistema Galan” (l’ex governatore ha patteggiato, i coinvolti nella tangentopoli veneta sono stati più di 100) e portato al commissariamento dell’opera che doveva già essere ultimata tre anni fa, ma per come è stata finora realizzata, nessuno di quanti l’hanno voluta e approvata, o anche non osteggiata, può ora tirarsi fuori eclamando “noi? noi non c’entriamo”.

Ma questo è il meno. Il meccanismo del Mose si basa sulle cerniere che servono ad alzare le paratie. Ebbene, le cerniere, garantite sulla carta per cent’anni e costate 250 milioni nel 2010, sono già arrugginite, tanto che si è dovuto indire una gara d’appalto di 34 milioni. Ora, prima dell’inchiesta giudiziaria, l’Unione Europea aveva aperto una procedura d’infrazione proprio per la mancanza di un bando. E ancora: nel 2014 il Provveditorato delle opere pubbliche del Veneto aveva messo per iscritto l’allarme sui materiali scadenti utilizzati. Perfino gli stessi autori del progetto originale ai tempi avanzarono dubbi sul rischio corrosione, e l’allora presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati, lo scomparso doge delle mazzette, liquidò tutto con una battuta. Per capirci: se non funzionano le cerniere, non va il Mose. La morale l’ha detta uno degli ex commissari, Giuseppe Fiengo: «Pur di realizzare la grande opera in passato si è lavorato male».

Ma aspettate, c’è dell’altro. E’ emerso pure, parola di Roberto Linetti ex provveditore alle opere pubbliche del Nordest (che potrebbe tornare), che la più importante costruzione idraulica mai concepita in Italia non ha un piano complessivo di manutenzione. Ingegneri, esperti, consulenti: a che servono? Nessuno ha saputo non diciamo prevedere, ma nemmeno ipotizzare tecnicamente che i lavori avrebbero modificato l’andamento dell’acqua al suo ingresso in laguna, come dice oggi il comandante dei vigili urbani Marco Agostini: «Il problema vero è che con la lunate del Mose al Lido è cambiata la dinamica dell’acqua quindi i modelli storici… non funzionano più» (Il Gazzettino, 13 novembre).

Venezia è in balìa del progresso che per lei, fragile perla antimoderna, si è rivelato un regresso suicida. Il fondo danneggiato dal passaggio delle “grandi navi” totem sacro del turismo massificato, gli scavi dei canali portuali per permettere il transito delle petroliere, le bonifiche che hanno tolto spazio alle maree per darlo alle fabbriche, il prosciugamento delle acque di falda per raffreddare le produzioni di Marghera: ce n’è abbastanza per stilare un bilancio tombale sulla miopia di chi ha voluto una Venezia viva, e invece l’ha condannata a rischiare la morte non appena viene giù un acquazzone.

Il Mose è costato finora oltre 7 miliardi, nostri. Buttati. Non fateci scontare ora anche la tassa di ipocrisia di tutti voi che in passato non avete proferito sillaba contro un’opera fatta coi piedi e osannata senza mai valutare alternative meno care e devastanti. Solo alcuni hanno la coscienza pulita, e parliamo anzitutto dei veneziani che non hanno temuto di farsi tacciare di leso conformismo sul Grande Affare dei magnaschei a ufo.

da ComeDonChisciotte

 

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