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Le contromosse della Russia nella guerra fredda finanziaria

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Mosca non ha alcuna intenzione di assistere inerte al crollo del rublo e dei prezzi del petrolio

Crollo del prezzo del petrolio, caduta del valore del rublo, crisi borsistica e prospettiva di una grave recessione. Oltre all'aggressività della NATO in Ucraina, la guerra scatenata contro la Russia si combatte aspramente sul terreno economico-finanziario. Tuttavia, il repentino calo del prezzo del greggio ha anche altri effetti, tali da lasciare aperta la discussione sulle reali strategie di chi l'ha promosso. Di questo ci occuperemo in un prossimo articolo. Intanto proponiamo ai lettori questo articolo di Demostenes Floros che, esaminando le contromosse del Cremlino all'attacco in corso, ci offre uno sguardo sintetico quanto ampio sull'intera questione.


Le contromosse della Russia nella guerra fredda finanziaria
di Demostenes Floros

La caduta del prezzo del petrolio è stata rilevante anche a dicembre: il Brent è calato da 73,72 dollari al barile ($/b) a 58,46$/b, mentre il Wti è diminuito da 69,44 a 53,95 $/b. Da giugno il costo del greggio si è pressoché dimezzato. Nell'ultimo mese del 2014 il dollaro si è apprezzato nei confronti dell'euro, passando da 1,2469€/$ a 1,2141€/$. L’oro ha chiuso l’anno poco sotto i 1200$/oncia.

Secondo i dati forniti dall’International Energy Agency
(Iea), la domanda di petrolio nel IV trimestre 2014 si è attestata attorno ai 93,51 milioni di b/d, un record. Nel medesimo arco di tempo, l’offerta ha comunque più che bilanciato la domanda: nello specifico, la produzione globale è diminuita di 340 mila b/d (94,1 milioni di b/d) in novembre, quasi esclusivamente a causa del calo di 315 mila b/d verificatosi nei paesi Opec (30,32 milioni di b/d).

La Iea ha nuovamente ridotto le previsioni di aumento
della domanda per il 2015 a 900 mila b/d, 230 mila b/d in meno rispetto alla stima precedente. Di fatto, si prevede che la domanda globale di petrolio passerà dai 92,4 milioni di b/d nel 2014, ai 93,3 milioni di b/d nel 2015. A ottobre e novembre spiegammo che gli Stati Uniti non erano così contrari alla mossa saudita volta ad abbassare il prezzo del greggio. Essa colpiva anzitutto, la Federazione Russa, l’Iran ed il Venezuela più che i paesi del Golfo, pur mettendo in forte difficoltà l’estrazione di tight oil nordamericano.

I limiti del fracking - tecnica estrattiva
, nel frattempo, proibita nello Stato di New York - erano in realtà noti da tempo. Con colpevole ritardo, su Il Sole 24 Ore del 6 dicembre si poteva leggere: “Non succederà domani. Ma la macchina dello shale oil americano rischia davvero di incepparsi nel corso del 2015, a giudicare dalla sabbia che si è già accumulata nei suoi ingranaggi. La caduta del prezzo del petrolio è il granello più visibile [...]. Negli ingranaggi dello shale oil c’è però anche almeno un altro granello di sabbia, tutt’altro che trascurabile: quello dei finanziamenti”.

La “rivoluzione” dello scisto è forse uno schema Ponzi (bolla) mascherato da rivoluzione energetica? Secondo Deutsche Bank Ag (video min.11:05) “il pericolo di bolle indotte dagli stimoli finanziari [Qe] sta iniziando a manifestarsi nel mercato del debito delle compagnie energetiche. Dall’inizio del 2010 i produttori di energia hanno raccolto 550 miliardi di dollari tra nuovi titoli e prestiti dal momento che la Federal Reserve ha tenuto il costo del denaro prossimo allo zero. Con il crollo dei prezzi, gli investitori si stanno interrogando circa la capacità degli emittenti di soddisfare i propri vincoli finanziari".

Ancora, Bloomberg.com evidenzia che “dal picco di giugno, il valore azionario delle 76 compagnie petrolifere facenti parte del North America E&P Valuation Peers è crollato del 49%. Le perforazioni erano spinte dagli alti costi del petrolio e dal basso costo di finanziamento. Nel corso del III trimestre [2014], 56 delle compagnie americane listate all’E&P index, per 1$ guadagnato nel settore oil&gas, ne spendevano 1.30$”.

Se così fosse, quali le possibili conseguenze su prezzi, occupazione e shale gas? Nel medio periodo, l’offerta globale potrebbe risultare meno solida rispetto a quella corrente. Si tratterebbe di un fattore potenzialmente rialzista dei prezzi del barile in contrasto con il trend degli ultimi mesi, il quale è dipeso anche da fattori finanziari e speculativi. In particolare, è possibile che con la fine del Quantitative Easing della Fed, molti speculatori abbiano spostato i propri investimenti dal petrolio al dollaro (attualmente gli Us Treasury Bonds rendono più dell’inflazione) contribuendo per di più all’apprezzamento della valuta americana. Secondo uno studio pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi), la speculazione potrebbe avere contribuito alla volatilità del prezzo del petrolio per una percentuale compresa tra il 3% ed il 22%.

Circa le conseguenze negative sul mercato del lavoro americano, secondo Fatima Iqbal (video min. 8'11") di Azzad Asset Management “quasi il 15% degli incrementi occupazionali statunitensi dall’inizio del 2009 è stato creato dall’energy industry, sebbene [tale settore] occupi meno dell'1% del totale degli occupati.

Da ultimo, potrebbero teoricamente addensarsi delle nubi
anche sullo shale gas. Dal momento che il costo medio di estrazione di quest’ultimo negli Usa è di 6$/Mbtu, mentre il prezzo corrente all’Henry Hub è di circa 4$/Mbtu, la produzione parrebbe essere finanziariamente sostenuta dalla produzione dello shale oil e da altri liquidi: in poche parole, lo shale gas sarebbe un sottoprodotto del tight oil, con tutti i rischi che ne deriverebbero in termini di mantenimento dell’attuale output.

Gli aspetti potenzialmente negativi sopracitati
devono però essere attentamente valutati tenendo conto del contemporaneo successo “al di là delle previsioni del boom della produzione domestica negli Stati Uniti. Un’esplosione dell’estrazione a 9,12 milioni di b/d, la più alta dal 1983”.

Durante la prima metà di dicembre, la guerra fredda finanziaria Usa-Russia ha visto il crollo della Borsa di Mosca - solo il 16 dicembre, -19% - e del rublo sul dollaro. Poi la valuta russa ha recuperato buona parte del deprezzamento. Ciò è stato possibile soltanto grazie alle riserve in valuta straniera utilizzate (si stima in 100 miliardi di $) e alla leva sui tassi (alzati dal 10,5% al 17%) o c’è dell’altro?

Secondo Giuseppe Masala, “le banche centrali della Russia e della Cina hanno firmato dei contratti (swap) per scambiarsi direttamente le loro valute senza l’intermediazione del dollaro. Il tasso di cambio previsto da questi contratti era pari a 5,67 rubli per 1 yuan renminbi. Considerato che lo yuan viene scambiato con le altre valute (dollaro compreso) all’interno di una banda di oscillazione del 2% rispetto ad una parità centrale stabilita dalla Banca Centrale Cinese, si viene a creare una particolare situazione nella quale qualcuno (leggi la Russia) può vendere yuan (ottenuti al cambio stabilito dal contratto swap) in cambio di dollari e con questi ultimi acquistare rubli. Acquistando rubli ne aumenterebbe immediatamente il valore rispetto al dollaro e ciò esporrebbe a enormi perdite coloro che hanno venduto rubli “allo scoperto” (senza possederli) sperando di riacquistarli successivamente e dunque confidando che si siano svalutati al fine di lucrare la differenza”.

Se tale misura si mostrerà efficace
anche nel medio periodo, si comprenderà più adeguatamente il significato dirompente che va assumendo l’alleanza strategica - militare, energetica e finanziaria - tra la Federazione Russa e la Cina. Il 1° dicembre, Vladimir Putin ha ufficialmente cancellato la costruzione del gasdotto South Stream, prendendo atto degli effetti delle pressioni americane sulla Bulgaria e degli ostacoli posti dalla Commissione Europea.

Il presidente russo ha illustrato al contempo il progetto di una nuova pipeline sotto il Mar Nero, con approdo in Turchia, ai confini con la Grecia. Il proposito della Federazione Russa ha un chiaro significato geopolitico e non solo energetico. Limitandoci a quest’ultimo aspetto, siamo così sicuri che l’Ue e l’Italia abbiano effettivamente compreso il potenziale significato delle contromosse messe in campo dall’inquilino del Cremlino?

In continuità con la politica di risposta alle sanzioni
consistente nel dare spazio a chi, come Salvini e Le Pen, nel Vecchio Continente si sta muovendo per spaccare l’Unione monetaria europea, Mosca - consapevole che una nuova crisi in Ucraina non sparirà e contraria a investire nella rimessa in stato del sistema di trasporto del gas di Kiev (19,5 miliardi di $) - potrebbe valutare l’ipotesi di non rinnovare più il contratto per il transito, dopo la scadenza prevista nel 2019. A quel punto, l’oro blu verrebbe dirottato in Turchia grazie alla nuova pipeline, lasciando interamente all’Ue l’onere infrastrutturale - in precedenza, quasi interamente gravante sulle spalle russe - e normativo (rispetto del Terzo Pacchetto Energia) inerente una parte cospicua dell’approvvigionamento gasiero dell’Europa centro-meridionale.

Secondo Matteo Verda, “Per l’Italia, in particolare, si tratta di uno sviluppo cruciale: a differenza degli altri grandi mercati continentali (Germania, Francia e Polonia), quello italiano è l’unico ancora dipendente interamente dall’Ucraina per l’approvvigionamento di gas russo. Sarà dunque il governo di Roma la controparte più interessata allo sviluppo del gasdotto”.

Dopo i tentativi - falliti - volti a sostituire il gas russo con lo shale americano prima e quello europeo poi (Polonia e Romania), pare che la nuova strategia antirussa contempli il coinvolgimento dell’Algeria. Qualcuno suggerisca al nostro primo ministro di leggere la lettera sul Financial Times - in risposta al sogno algerino - scritta da Jonathan Stern, presidente dell’Oxford Energy Institute, secondo il quale “per l’Europa non sarà possibile ridurre significativamente la propria dipendenza dal gas russo per almeno il prossimo decennio (probabilmente, per molto di più) e le audaci affermazioni dei politici difficilmente muteranno questa impopolare conclusione”.

All’Europa invece qualcuno spieghi che un nuovo cavallo di Troia, sotto forma di hub, potrebbe nascere sul confine tra Grecia e Turchia.


Per approfondire: Le ragioni geopolitiche del crollo dei prezzi del petrolio

Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. Insegna presso il Master di 1° Livello in "Relazioni Internazionali di impresa: Italia-Russia" (Modulo: Energia) dell’Università di Bologna".


da Limes


 

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