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I curdi iracheni e la permanenza delle forze d’occupazione

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L’edizione in inglese di Al Jazeera.net ci informa che Massud Barzani, che dirige l’ amministrazione del Kurdistan iracheno, ha offerto agli americani la sua regione come sede delle loro basi militari qualora non si raggiunga un accordo (la cui bozza è ancora in discussione per gli emendamenti presentati dal governo iracheno) fra Iraq e Stati Uniti in merito alla permanenza delle truppe anche dopo la scadenza del mandato ONU il prossimo 31 dicembre.

Barzani ha affermato che il popolo e il parlamento della regione darebbero un caloroso benvenuto agli americani, ben sapendo che l’ampia autonomia di cui gode il Kurdistan iracheno dalla fine della guerra del 1991, autonomia che come dimostrano le sue affermazioni rasenta l’indipendenza, è dovuta solo ed esclusivamente alla protezione accordata, in base al principio “divide et impera”, dagli Stati Uniti, che fra l’altro hanno impedito azioni di disturbo della Turchia, che pure è un loro partner strategico per la realizzazione del Grande Medio Oriente.
Le affermazioni di Barzani hanno suscitato, come era prevedibile, immediate dure critiche da parte dei settori dell’opposizione che fanno capo a Muqtada Al Sadr, ma un perentorio invito a desistere dal progetto è arrivato anche dal presidente dell’Iraq Jalal Talabani, espressione di un partito curdo fortemente autonomista. Il presidente ha dichiarato che il Kurdistan è parte dell’Iraq e, come tale, soggetto alla costituzione del Paese, per cui le truppe americane potranno rimanere anche in quella regione solo in presenza di un accordo approvato dal parlamento e dal governo centrali.
Probabilmente Talabani si rende conto che la soluzione proposta da Barzani sancirebbe la nascita del Kurdistan iracheno come stato indipendente e sovrano, perché non si è mai visto uno stato federale in cui un membro sottoscrive autonomamente un accordo internazionale e quindi figuriamoci una regione sia pure ampiamente autonoma, dando nuova linfa alla Resistenza e suscitando l’ostilità di tutte quelle componenti politiche che, pur sedendo in parlamento e appoggiando il governo anche nella ricerca di un accordo che consenta la permanenza USA, sono contrarie alla divisione del Paese. La già vacillante governabilità del Paese diverrebbe così ancora più instabile e lo stesso ruolo istituzionale del presidente Talabani, data la sua provenienza politica e geografica, sarebbe fortemente messo in crisi.
La Redazione

 

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