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Il declino dell’Occidente e la questione dell’imperialismo (seconda parte)

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Cos'è cambiato dai tempi di Lenin? Quali soggetti sociali faranno la rivoluzione in Occidente?

Presentiamo ai lettori la seconda parte della prolusione che venne svolta da Pasquinelli nell'ottobre 2010 al convegno «Dalla crisi del capitalismo alla fuoriuscita dal capitalismo». Qui la prima parte dedicata al noto testo di Lenin.

«Ora dobbiamo chiederci: ha Lenin avuto ragione? Se sì, fino a che punto? Cosa si è realizzato e cosa no delle sue previsioni? L’imperialismo odierno corrisponde a quello descritto da Lenin? Cos’è cambiato da allora?

Una prima risposta potrebbe essere: Lenin colse i tratti essenziali del modello sistemico imperialista, correttamente stabilì che si trattava di un “nuovo stadio” rispetto al capitalismo precedente. Ciò che si dimostrerà sbagliata è la profezia, ovvero la cornice teleologica in cui le analisi erano inscritte.

Ci pare di potere riassumere la visione leniniana in sei punti essenziali:

1) l’imperialismo segna il dominio del capitale finanziario su quello industriale;
2) questa supremazia segna lo stadio finale del capitalismo, quello della putrefazione e del parassitismo;
3) se entro la classe borghese diventa dominante lo strato rentier, nel proletariato si afferma lo strato dell’aristocrazia operaia, interessata alla conservazione del sistema;
4) l’imperialismo accresce gli squilibri tra paesi dominati e paesi soggiogati, facendo dei popoli oppressi un alleato della rivoluzione proletaria;
5) inaugura l’era delle contraddizioni e delle guerre interimperialistiche — che diventano una forza motrice della rivoluzione mondiale;
6) l’imperialismo diventà così, in ultima istanza, l’anticamera del socialismo.

Segnalo che in Lenin non c’è alcuna torsione economicistica, per cui il crollo del capitalismo sarebbe risultato dal cieco operare delle leggi economiche capitalistiche. Tantomeno è presente l’idea che le forze produttive non si sarebbero più sviluppate. Egli anzi sottolinea che queste non avrebbero cessato di crescere e, fedele al discorso marxiano, l’epoca della rivoluzioni proletarie era causata per il Nostro proprio dall’urto crescente tra le forze produttive e i rapporti sociali che le ingabbiavano.

Quando Lenin scolpiva le sue tesi non poteva immaginare quanto a fondo l’imminente Rivoluzione dell’Ottobre 1917 avrebbe sconvolto il campo della battaglia. La grande crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti nel 1929, trasformatasi in depressione globale e sfociata nel secondo catastrofico conflitto interimperialistico, mostrando a quali sconquassi portasse con sè il dominio del capitale finanziario, sembrava dare ragione a Lenin su tutta la linea.

Le correnti principali del movimento comunista radicalizzarono così il discorso leniniano e non compresero che proprio gli esiti imprevisti della seconda guerra mondiale (l’espansione dell’ondata rivoluzionaria, anzitutto in Cina, e il contestuale  consolidamento dell’URSS come grande potenza mondiale) cambiarono a fondo la geopolitica mondiale. A causa di questi due fattori le potenze imperialistiche furono costrette a fare fronte comune, a coalizzarsi e a porsi tutte sotto la tutela degli USA.

Il paradosso è che sarà la teoria di Kautsky a dimostrarsi più corretta. Non avemmo più guerre inter-imperialistiche, ma un consorzio imperialistico unitario (un super-imperialismo a guida nordamericana) e la guerra sarà univoca in quanto a finalità, duplice nella sua forma: quella a bassa intensità degli imperialisti coalizzati contro l’URSS e quella ad alta intensità contro il vastissimo fronte delle lotte di liberazione nazionale. Una guerra che si concluderà col crollo dell’URSS nel biennio 1989-91.

Una domanda cruciale s’impone. Che né è stato della tendenza del capitalismo alla putrefazione parassitaria in questo inedito contesto geopolitico 1945-1991 caratterizzato dall’assoluto dominio americano?

La tendenza alla finanziarizzazione è certamente cresciuta, ma non a scapito di quello industriale. Le immani distruzioni causate in Europa dalla guerra, le straordinarie scoperte scientifiche e tecnologiche, i consumi di massa come forza trainante della produzione industriale, aprirono una gigantesca fase di avanzata industriale fordista. Il capitalismo finanziario cresceva, ma in osmosi con quello industriale.

L’inceppamento della curva dello sviluppo, la crisi di sovrapproduzione iniziata negli anni sessanta poi diventata cronica, i grandi conflitti sociali dei settanta, l’apogeo  dell’ondata di rivoluzioni antimperialiste con la vittoria in Vietnam; questi fattori fecero da incubatore alla fase successiva che chiamiamo globalizzazione, caratterizzata dal declino del capitale industriale nei paesi imperialistici, e al contestuale abnorme sviluppo del capitalismo finanziario, in forme che faranno apparire quello considerato da Lenin lillipuziane.

Le crisi degli anni 80, le bolle degli anni novanta e 2001, anticiparono il grande collasso del 2008. Cosa ha dimostrato questo collasso? Ha dimostrato fino a che punto il capitalismo occidentale fosse soggiogato dalla finanza puramente predatoria.

La fenomenologia del capitalismo odierno sembra dare ragione ad una tendenza accennata da Marx nei Grundrisse: quella, nativa di un sistema basato sul valore di scambio, del valore di scambio medesimo “a porsi nella forma pura del denaro”, nella vocazione a conservarsi, anzi ad accrescersi, evitando le fatiche della produzione di merci, l’esodo dalla creazione di plusvalore. Al rischio d’impresa è stato preferito il rischio nella sua forma più nuda, quella della scommessa.

Il capitale sembra essere tornato bambino, alle sue pulsione predatorie primordiali, quando la rendita e il capitale a interesse erano la base e l’economia non era ancora fondata sul plusvalore. Dal valore al capitale e ritorno. Il valore di scambio s’impone nella sua purezza simbolica, nel denaro in quanto rappresentante generale di  ricchezza astratta. Come scrisse Marx nei Grundrisse: «Il valore di scambio è tempo di lavoro relativo materializzato nei prodotti, il denaro è uguale al valore di scambio delle merci svincolato dalla loro sostanza»

La modalità che si è venuta affermando come soverchiante è dunque quella del capitale a porsi nella sua forma estrema di ricchezza astratta, concretamente nella forma di capitale a interesse e a credito. Nuove e sofisticate forme di rendita che consentono, usando le leve finanzarie, di captare e drenare in forma indiretta plusvalore da ogni dove, da ogni poro del sistema. Un meta-capitalismo fondato sull’usura.

Marx lasciò incompiuto il suo progetto di stilare una tavola sulle classi sociali. Egli sosteneva tuttavia che tre erano le classi principali in sistema di produzione borghese: capitale, lavoro salariato e proprietà fondiaria. Il criterio è noto: il rapporto con il processo sociale di produzione. Proprio seguendo Marx non dovremmo a questo punto affermare che dal seno del capitale è uscita fuori una nuova classe? Che l’espansione quantitativa del suo strato rentier è sfociata in un salto qualitativo?

Scriveva Marx nei Grundrisse:
«In tutte le forme di società è una produzione determinata che assegna rango e influenza a tutte le altre, come del resto anche i suoi rapporti assegnano rango e influenza a tutti gli altri. E’ una luce generale in cui sono immersi tutti gli altri colori e che li modifica nella loro particolarità. E’ un’atmosfera particolare che determina il peso specifico di tutto ciò che da essa emerge».

Il sopravvento del capitale finanziario predatorio improduttivo significa appunto un mutamento della gerarchia interna e composizione del capitale, un diverso rango sistemico. Ne risentono sia la composizione e struttura sociale (con la crescita dei settori improduttivi del lavoro), che le sovrastrutture statuali, politiche e giuridiche.

Il dominio conchiuso di questa nuova classe di rentier, di speculatori, di giocatori d’azzardo, è il sintomo più infallibile del declino dell’occidente imperialistico. E’ questo declino ineluttabile? No non lo è.  Nel ventre di questo capitalismo decadente si agitano e continuano a scalpitare forze vive che tentano di svincolarsi dal cappio che le stringe. C’è insomma una contraddizione nel seno stesso del capitale, una contraddizione che per ora è solo “secondaria” ma che potrebbe diventare, se le forze rivoluzionarie non entrano in scena, quella “principale”.

L’avvento della Cina, India, Brasile, come nuove potenze capitalistiche, imperialistiche incipienti aggiungo, visto che, è il caso della Cina, non esportano solo merci ma anche capitale, apre una partita storica nuova che potrebbe riportare il mondo, dopo la fase del superimperialismo, a quella della conflittualità interimperialistica.

In che senso questa nuova rivalità inciderà sull’Occidente? Saprà spurgarsi delle sue pulsioni patologiche parassitarie? Ce la farà? Difficile dirlo oggi. Io ritengo di no, che il processo sia ormai andato troppo avanti da essere irreversibile — salvo una nuova guerra mondiale, che in effetti alcuni analisti vedono non solo come uno sbocco inevitabile, ma necessario, sia per far risorgere un capitalismo “sano” che per conservare all’Occidente un predominio oramai traballante.

Che fare?

Nel Campo Antimperialista abbiamo da anni una discussione, che si può riassumere in queste domande: la Cina è destinata a diventare una nuova e forse la prima potenza imperialistica? Posta astrattamente la questione la risposta, non meno astratta è sì, lo diventerà. La Cina è già oggi una potenza capitalista che esporta capitali in mezzo mondo, nonché la prima creditrice degli USA. Non abbiamo in Cina solo la “fabbrica del mondo”, abbiamo, attraverso le grandi banche, un protagonista del capitalismo-casinò. Se ben si osserva la dinamica della penetrazione cinese nell’economia mondo, non è difficile vedere che essa segue le consuete e medesime modalità degli imperialismi tradizionali: anzitutto investimenti di capitale per drenare plusvalore dalle periferie al Celeste Impero.

Il problema tuttavia, come dicevo, è posto astrattamente. Concretamente la questione diventa: permetteranno gli Stati Uniti non solo il sorpasso cinese, ma di diventare una preda? Accetteranno gli USA, che restano ancora oggi, pur in crisi, la prima potenza finanziaria, industriale, agricola, scientifica e militare, di precipitare al rango di media potenza? Ovvero accetteranno supinamente il loro declino?

Ecco, io ritengo che no, che gli USA non lo accetteranno, di qui la tendenza oggettiva ad un redde rationem, che tutto rimetterebbe in discussione e che, come altre volte è accaduto nella storia, appenderà l’economia e le sorti del mondo all’esito bellico.

C’è chi esclude questa ipotesi. La esclude in base ad un ragionamento per niente peregrino. Essendo capitale a interesse, credito e rendite finanziarie le forme principali del capitalismo occidentale, la nuova classe di speculatori non è interessata alla guerra, non ha più bisogno come retroterra del potente Stato-nazione a stelle e strisce. Siamo infatti nell’impero, nel tempo di una borghesia transnazionale che non fa affari grazie agli stati-nazione, ma malgrado essi. Sembrerebbe così che per i pescecani di Wall Street o della City sia indifferente che il gendarme mondiale del capitalismo-casinò resti americano o diventi quello cinese. Questa tesi sembra avvalorata dalla maniera liquida come si muove il gruppo dirigente cinese. 

Il difetto di questa narrazione è che tradisce un impianto economicistico e, oserei dire, deterministico, per cui l’economia è tutto, il resto si adegua. A ben guardare cosa accade sia negli USA che in Europa le cose non stanno in questa maniera. La crisi oramai diventata depressione, la rinascita di pulsioni profonde scioviniste e protezionistiche, il dilagare di movimenti politici e sociali xenofobi, anzitutto nei paesi più finanziarizzati, mostrano che stanno sorgendo forze le quali, proprio in nome della salvezza dell’Occidente e della sua supremazia, condannano la classe predatoria per sua natura cosmopolitica, mettono sotto accusa il capitalismo-casinò, e si scagliano contro i governi proprio per la loro sudditanza, vogliono salvaguardare gli interessi nazionali contrastando il drago cinese. Lo spauracchio dell’islam, mai veramente deposto, lascia spazio a quello dei musi gialli.

Questa tendenza revanchista e proto-imperialistica è per adesso in fasce, ma si può star certi che se la crisi economica si avviterà su stessa e se il ceto medio, che rappresentava il bastione delle democrazie imperialistiche, continuerà a subire la pauperizzazione, essa farà presto a diventare egemone e a mutare da cima a fondo il panorama politico occidentale, causando formidabili sconquassi politici. L’Occidente sta già passando, dalla fibrillazione interna, ad una fase di inediti sconvolgimenti. Molto si gioca in Europa: la disgregazione dell’Unione e le insolubili aporie della moneta unica potrebbero preludere ad una rinascita delle pulsioni nazionali.

Avremo la fascistizzazione delle masse? Si e no. L’analogia con l’avvento del fascismo negli anni venti, va certamente utilizzata, ma cum grano salis. A nessuno è dato sapere in anticipo, con precisione scientifica, il corso degli eventi. Di certo la società subirà, assieme all’acutizzazione del conflitti, un radicale processo di polarizzazione sociale e politica, non è nemmeno esclusa, all’orizzonte, una guerra civile strisciante.

Allora l’economcismo andrà a farsi friggere, come sempre del resto. Lo sconquasso interno farà emergere la tendenza a scaricare all’esterno le tensioni, riporterà più in auge che mai i troppo presto seppelliti stati-nazione, e certo metterà in un angolo quei settori oggi dominanti di borghesia rentier, che attualmente sguazzano nell’acquitrinio della speculazione globale e transnazionale.

Di qui, per i rivoluzionari, il problema della fuoriuscita. Essa non può consistere nella pura e semplice riproposizione della rivoluzione socialista e della dittatura proletaria. Fermo restando l’orizzonte socialista, dobbiamo chiederci attraverso quali passaggi qui in Occidente e in Italia in modo particolare, dovremo passare necessariamente. La risposta è urgente, ma non l’avremo se non considereremo oramai assodati due concetti: la classe operaia industriale si è dimostrata incapace di guidare il processo di distruzione del capitalismo; essa non incorpora nessuna essenza o provvidenziale missione socialista.

Di qui lo sconforto di tanti rivoluzionari per i quali, senza la fede in questo soggetto salvifico, svanirebbe ogni speranza di trasformazione e vedono solo un futuro a tinte fosche. Io ritengo che le spinte sociali antagoniste e anticapitaliste nel prossimo futuro cresceranno, che coinvolgeranno strati sociali sempre più ampi. Quali? Ma quelli che il declino del capitalismo occidentale getterà nell’indigenza e nella povertà. Vi sembrerà banale, o la scoperta dell’uovo di Colombo: la rivoluzione la fanno solo quelli che stanno in basso, i poveri e gli oppressi, quale che sia il ruolo che occupano nel processo sociale di produzione o, forse, la faranno proprio grazie al fatto che un ruolo determinato, che non sia la precarietà infinita, gli è pregiudicato. La faranno quando, come sosteneva Lenin, «non potranno più vivere come prima, mentre quelli che stanno in alto non potranno più governare come prima». 

Allora l’elemento decisivo, a proposito della ormai stucchevole diatriba sul “soggetto” è che, quale che sia la specifica composizione di classe che questa decadenza ci consegnerà, noi dobbiamo concentrarci a costruire il soggetto politico, una forza politica di massa che entri in campo, non solo per contrastare le forze oscurantiste, proto-imperialistiche, revanchiste, ma che osi candidarsi alla conquista del potere.

Malgrado la debacle di una sinistra corrotta e decotta, esiste un deposito di energie rivoluzionarie enormi annidato nella nostra società. Non ci sono dubbi che esso, prima o poi, manifesterà la sua potenza sovversiva. Un fatto o alcuni eventi  traumatici, sono senza dubbio necessari per strappare le masse dal loro torpore, affinché le energie nascoste vengano alla luce. Qui in Europa potrebbe essere la disgregazione dell’Unione, la crisi dell’euro, e quindi lo schianto del “sogno europeista”, a gettare benzina sul fuoco. Fino a quel momento i rivoluzionari non potranno giocare alcun ruolo determinante, saranno minoritari.

Ma questa attesa non può essere vissuta come una condanna, né usata per giustificare attendismo o fatalismo. Un nuovo soggetto politico non sorge di punto in bianco, ma dopo una lunga e adeguata preparazione. Siamo appunto in questa fase, nella fase della preparazione, che è un compito programmatico e al contempo organizzativo. Senza un programma non nasce alcuna organizzazione, e nessun programma discende dall’alto, non è come lo Spirito santo, come non sorge quasi per germinazione, dal basso o dalle lotte sociali. Sorge piuttosto dallo sforzo collettivo di quelli che Gramsci chiamava i “capitani”, gli “intellettuali organici”, le migliori menti del fronte anticapitalista, che certo non se ne debbono stare chiuse in una turris eburnea, ma partecipare da protagonisti nell’agone delle lotte sociali».

 

 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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