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Per un razionalismo integrale

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Risposta al compagno Sergio Starace

di Giulio Bonali

 

Caro Sergio,
mi fa davvero piacere discutere con te (e spero con altri compagni) delle questioni della scienza, della tecnica e del loro rapporto con l’ organizzazione sociale dominante e con la lotta per un suo superamento rivoluzionario.

Purtroppo anche questa mia risposta non potrà essere breve, data l’ estensione e la profondità degli elementi di dissenso fra noi (a livello teorico, mentre finora ci si è trovati generalmente d’ accordo nelle iniziative pratiche di lotta; ma superare per quanto possibile, o per lo meno definire in modo chiaro ed esatto ed evitando eventuali fraintendimenti, le differenze fra le coordinate teoriche cui sono legate le nostre scelte pratiche mi sembra necessario da subito per poter essere adeguatamente attrezzati nel momento in cui certi nodi venissero al pettine; e questo vale, naturalmente, sia per noi che molto probabilmente per altri compagni, che spero quindi parteciperanno a questa discussione).
Mi è impossibile ordinare tutti i numerosi elementi di dissenso in un discorso organico, ragion per cui li esporrò “per punti”, in successione alquanto disordinata.


 

Mi viene subito da notare in via preliminare che una discussione come questa che è iniziata fra noi costituisce un modo razionale di confrontare e per l’ appunto “ragionare” su idee diverse e per molti importanti aspetti contrarie fra loro. Non mi pare proprio che l’ esoterismo, il misticismo, l’ ermetismo, l’ “alchimia”, l’ “animismo”, il pampsichismo l’ astrologia, varie concezioni “olistiche” della natura o altre forme di superstizione, al contrario delle scienze, procedano in questo modo raziocinativo, mettendo sistematicamente in dubbio osservazioni e deduzioni per verificarne la validità e correttezza (in questo caso fra le scienze comprendo anche quelle “umane”, che al contrario di quelle “naturali” o propriamente dette o intese in senso “stretto” non possono stabilire rapporti quantitativi esprimibili mediante numeri fra gli oggetti del loro studio né dunque avvalersi di calcoli matematici, e conseguentemente non possono descriverne e calcolarne il divenire mediante equazioni e precise formule algebriche. Ma questo nessun razionalista conseguente l’ ha mia preteso. Circa la considerazione di Pascal da cui parti nelle tue obiezioni al mio precedente scritto non posso dunque che essere d’ accordo, come credo tutti razionalisti autentici, che “quelle scienze esatte non si addicono all'uomo” -il razionalismo è innanzitutto consapevolezza del limite, e sarebbe dunque irrazionalismo pretenderlo!- ma non che “la scienza delle cose esteriori non varrà a consolarmi dell'ignoranza della morale; ma la conoscenza di questa mi consolerà sempre dell'ignoranza del mondo esteriore”: per una mia del tutto soggettiva profondissima aspirazione interiore, contraria a quella altrettanto soggettiva di Pascal ed evidentemente tua, la conoscenza della natura non mi è meno -e neanche più- cara e desiderabile della conoscenza della scienze umane, oltre che di quella del mio personale mondo interiore che con essa inevitabilmente si rapporta, ne è fortemente condizionato e in qualche pur infima misura la condiziona a sua volta).
Le varie superstizioni, contrariamente alle scienze (in senso lato), procedono invece per superficiali assunzioni di vaghe analogie, confondendo assonanze e simbolismi ambigui e dubbi con un’ identità reale, certa ed inequivoca, assumendo acriticamente per reali apparenze immediate non sottoposte ad alcuna seria verifica; talvolta può accadere per puro caso che affermino anche qualche cosa di vero (anche se ci sono pure casi particolarmente “sfigati”, come quello delle numerosissime “profezie” di Nostradamus, nei quali non se ne mai è imbroccata una giusta nemmeno per isbaglio; e ciononostante c’ è ancora chi si ostina a considerarle con sommo rispetto e quasi con venerazione), ma la solidità (e l’ affidabilità pratica, che non è per me l’ aspetto più importante della questione) delle loro conclusioni non è assolutamente paragonabile a quella delle scienze (le quali ovviamente possono pure sbagliare, ma dispongono di strumenti e metodi affidabili per criticare e innanzitutto riconoscere -cosa impossibile a superstizioni e irrazionalismi- e di conseguenza poi auspicabilmente superare i loro errori).


 

Il motivo di dissenso principale fra noi sta forse nel fatto che tu da una parte “pretendi troppo” dalla ragione (cosa che ogni autentico razionalista si sforza sempre accuratamente di evitare: sopravvalutare la ragione è indice eclatante di irrazionalismo) e dall’ altra la consideri molto poco, la ritieni, se ho ben capito, qualcosa di decisamente “vile”, di molto meno “nobile” e “degno di stima” rispetto ai sentimenti e a tutti gli aspetti irrazionali della psiche umana.
In realtà essere razionalisti significa innanzitutto essere consapevoli dei limiti della ragione e del razionalismo stesso. A cominciare dal fatto che l’ assunzione stessa di un atteggiamento razionalistico è qualcosa di irrazionale, che non si può in alcun modo dimostrare razionalmente sia da preferire all’ irrazionalismo: è prima di essere razionalisti (come premessa), e dunque irrazionalisticamente, che si sceglie di esserlo, se lo si sceglie come nel caso mio personale, e solo dopo (come conseguenza) di questa scelta irrazionalistica che si comincia ad essere razionalisti (ed essere consapevoli di questo insuperabile limite intrinseco al razionalismo significa essere non già meno, bensì più razionalisti che ignorarlo).
Noi razionalisti non stiliamo “classifiche di nobiltà” fra le facoltà umane, non riteniamo abbia senso parlare di “superiorità” o "inferiorità” fra di esse; pensiamo invece semplicemente che siano diverse fra loro e che abbiano diverse funzioni e prerogative, tutte importanti per il buon vivere.
La ragione ci può dare risposte alla domanda “come?” e non alla domanda “perché?”; mentre i sentimenti ci possono dare risposte alla domanda “perché?” e non alla domanda “come?”.
La ragione ci può dire che cosa si può fare (non affatto infallibilmente, come è ovvio per ogni autentico razionalista), se e quando qualcosa si può fare, e cioè quali mezzi si possono adoperare, per ottenere certi scopi e non affatto quali scopi siano da perseguire; mentre i sentimenti ci dicono che cosa desiderare, quali scopi porsi e non affatto come, con quali mezzi cercare di realizzarli. E poiché molti scopi sono perseguibili non congiuntamente ma alternativamente gli uni agli altri, cioè la rinuncia a taluni di essi è conditio sine qua non per il conseguimento di taluni altri -le famose botte piena e moglie ubriaca- la ragione può anche cercare di “soppesare” (che é cosa ben diversa dal “pesare”, cioè dal misurare; e di conseguenza dal poter calcolare matematicamente!) quali ipotizzabili insiemi di scopi siano fra loro realisticamente conseguibili e a scapito di quali altri insiemi; e fra gli insiemi realistici reciprocamente alternativi quali siano più desiderabili di quali altri. Ma le aspirazioni umane sono immediatamente “sentite” irrazionalmente dentro di noi e non dimostrabili o deducibili razionalmente: e da che?.
La ragione (mediante la scienza) può anche “spiegare” scientificamente l’ esistenza nell’ uomo di determinati di sentimenti, volizioni, desideri, aspirazioni ecc. in quanto tendenze comportamentali: da un lato ed in parte geneticamente determinate (e immutabili in tempi storici) in seguito all’ evoluzione biologica per mutazioni genetiche casuali e selezione naturale (in questo caso mediante la scienza biologica); e dall’ altro lato ed in altra parte socialmente condizionate (e storicamente transeunti) essenzialmente in seguito (a mio parere di marxista) alla dialettica fra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive (oltre che a dinamiche “microsociali”: personali, familiari, che a mio parere sono assai scarsamente comprensibili e valutabili, sia pure nei modi delle “scienze umane” ben diversi da quelli delle scienze naturali in quanto non si possono avvalere dei potentissimi strumenti della matematica; comunque infinitamente meno comprensibili razionalmente e “dominabili” delle dinamiche “macrosociali” che sono oggetto della “scienza” -sia pure umana- del materialismo storico).
Ma queste spiegazioni razionalistiche e scientifiche delle tendenze comportamentali umane sono ben altra cosa rispetto ad una pretesa (e impossibile!) dimostrazione razionale del loro “dover essere”, dell’ essere buone, da coltivare e realizzare di talune di esse e cattive, da superare o comunque sopprimere o lasciare insoddisfatte di talaltre.
In sostanza, da razionalista, ritengo (ed intendo, probabilmente in maniera non affatto pascaliana) “espirit de geometrie” ed “espirit de finesse” per niente affatto inconciliabili ma anzi complementari; ed entrambi necessari, fra l’ altro, al superamento dell’ attuale (a mio avviso gravemente irrazionalistica; oltre che insopportabilmente ingiusta) organizzazione sociale capitalistica.


 

Personalmente non ho una grande opinione di Leonardo (se non come grandissimo artista), mentre ho grandissima stima di Galileo come scienziato e come filosofo.
Sui limiti, sull’ insuperabile approssimazione, sul carattere relativo e non assoluto dell’ oggettività delle conoscenze scientifiche "da sempre" -e proprio in quanto razionalista!- sono perfettamente d’ accordo.
Sono inoltre un grandissimo ammiratore di David Hume, il quale da filosofo eccelso (e di un’ adeguata preparazione filosofica, come ottimamente sostiene Engels, gli scienziati non possono fare a meno, pena la quasi inevitabile caduta in penose assurdità irrazionalistiche) ha evidenziato l’ indimostrabilità dell’ esistenza reale dei rapporti causali, e dunque del divenire naturale secondo leggi universali e costanti, il quale è -accanto alla misurabilità mediante rapporti numerici dei suoi oggetti ed all’ intersoggettività delle osservazioni di essi- un’ imprescindibile conditio sine qua non della conoscenza scientifica in senso stretto, quello delle scienze naturali (la filosofia, che personalmente mi interessa ed ho in considerazione non meno delle scienze “positive”, è infatti fra l’ altro valutazione critica della validità, dei limiti, delle condizioni di verità, del senso in cui può essere considerata vera la conoscenza scientifica).
Il principio di indeterminazione di Heisenberg è una conoscenza scientifica la quale è stata ed è ampiamente utilizzata in sede filosofica (innanzitutto dal suo scopritore e da Bohr, ma con la fiera opposizione di altri scienziati che hanno contribuito non meno validamente alla formulazione della meccanica quantistica, come Plank, Einstein, Schroedinger e de Broglie) per sostenere e diffondere l’ irrazionalismo (en passant: l’ interpretazione filosofica corrente o “di Copenhagen-Gottingen” dell’ indeterminazione quantistica piace tantissimo ai preti; ma questo non è per nulla un argomento pertinente alla sua valutazione).
Esso non inficia affatto il realismo gnoseologico (come non lo inficiano affatto le geometrie non euclidee); invece ne stabilisce determinati limiti: non dice che gli enti ed eventi quantistici sono arbitrariamente determinati dall’ atteggiamento soggettivo degli osservatori (alla stregua di meri oggetti di fantasia), bensì che nel loro manifestarsi sono condizionati anche dalle circostanze dell’ osservazione, oltre che dalle loro caratteristiche intrinseche (e sia le loro caratteristiche intrinseche sia le circostanze dell’ osservazione -nel loro accadere- sono fatti oggettivi e non plasmabili ad libitum secondo i pii desideri soggettivi o le preferenze etiche od estetiche degli osservatori, benché le circostanze dell’ osservazione presentino anche elementi soggettivi: ma il soggetto osservante è anche un “oggetto” -o un insieme di accadimenti- reale, pienamente integrato nel contesto della realtà oggettiva che osserva; osservabile fra l' altro a sua volta da parte di altri soggetti).
E d’ altra parte le leggi statistiche della meccanica quantistica -rigorosissimamente strutturate, per usare le tue parole- funzionano benissimo e sono impiegate praticamente con successo in varie tecniche (che queste siano o meno e in che misura veramente utili all’ umanità e desiderabili è tutt’ altro discorso): esse sono oggettive (anche se ovviamente -ma lo sapeva già Lenin quando scrisse Materialismo ed empiriocriticismo, e cioè qualche lustro prima della scoperta del principio di indeterminazione- non assolutamente, illimitatamente bensì "solo" relativamente, limitatamente tali).
Che 2 + 2 = 4 sia un’ astrazione matematica -cosa ben nota a tutti i razionalisti e a molti scienziati; fra i quali purtroppo gli irrazionalisti non scarseggiano affatto- non inficia minimamente il fatto che tantissime cose sono misurabili e calcolabili matematicamente con estrema precisione (eclissi di sole e di luna, pesi atomici, rapporti fra le sostanze chimiche fra loro reagenti ed “un’ infinità” di altre cose).


 

Non sono affatto d’ accordo che “Considerare […] quella scientifica l’unica forma di conoscenza oggettiva favorisce il nascere e lo svilupparsi di un atteggiamento di protervia e di arroganza [?] della ragione che ha condotto la scienza all’instaurazione di un “totalitarismo gnoseologico”, una sorta di religione con i suoi dogmi, (l’insieme delle regole che costituiscono il metodo matematico-sperimentale [sono convenzioni e non dogmi]) le sue chiese, (i centri di ricerca scientifica) i suoi prelati, (gli scienziati) le sue turbe di fedeli (le masse devote e supplicanti, che dalla scienza si attendono, fideisticamente e provvidenzialisticamente, la soluzione di tutti i loro problemi)”: tutto ciò è irrazionalismo, condizionato in ultima analisi dai dominanti rapporti di produzione capitalistici, oggettivamente inibenti un razionalismo autentico e conseguente.
E nemmeno che “al pensiero scientifico è accaduto quel che accade ad ogni avanguardia rivoluzionaria: dopo aver abbattuto il potere dominante (la religione cattolica e la filosofia aristotelica) si è messa letteralmente al suo posto, censurando e combattendo ogni forma di “dissenso”, qualsiasi “visione del mondo” che non rientrasse nelle rigorosissime coordinate tracciate dalle categorie scientifiche”: innanzitutto non mi pare proprio che l’ oscurantismo della religione -o meglio della chiesa- cattolica si stato abbattuto, anzi!); inoltre quello che descrivi non è affatto il razionalismo né una corretta concezione della scienza, ma anzi è un atteggiamento decisamente irrazionalistico e pure antiscientifico nel quale, come ben evidenziato da Engels, tanti scienziati spregiatori della filosofia tendono inevitabilmente a cadere (in questo in ultima analisi condizionati dai rapporti sociali dominanti); ed è per questo che é ben vero che “molti di essi si sono spinti così in avanti su tale via che sono giunti a risultati a dir poco grotteschi, finendo col violare uno dei canoni fondamentali dell’epistemologia galileiana: il riconoscimento dei dati di fatto empirici”. Non credo però che questo sia il caso dei cosiddetti “fenomeni paranormali”, i quali vengono correntemente analizzati razionalmente rivelandosi nella stragrande maggioranza dei casi volgari truffe, in qualche raro caso restando di fatto inspiegati ma essendo comunque inquadrabili da una sana filosofia razionalistica nell’ ambito della realtà del tutto naturale (per niente affatto “preter-“ o “para-”!) con le sue leggi scientificamente conoscibili (mica la conoscenza scientifica consente di comprendere di sapere e tutto, e men che meno “subito”: al contrario per lo meno di molte superstizioni irrazionalistiche non ha mai preteso all’ onniscienza né all’ infallibilità).


 

Non ho mai invocato “la ragione come arbitra del bene e del male” bensì solo del vero e del falso (nei casi limitati in cui un tale arbitrio -inevitabilmente relativo- è possibile). E dunque sfondi una porta aperta facendomi notare che essa “è sempre pronta a mettersi a servizio di una pulsione irrazionale, per consentirne la realizzazione degli obiettivi; in fondo anche i capitalisti usano l’intelligenza, ma il mondo da loro creato è assolutamente disumano e disumanizzante”. E ribadisco che lo è a mio parere anche per gravi limiti di irrazionalismo insuperabili -a livello sociale- nel capitalismo stesso.
Non ho mai preteso (farlo sarebbe irrazionalistico!) che la ragione sia “l’ elemento fondamentale” della psiche umana, ma solo uno degli elementi, esattamente come i sentimenti.
E ti perdono volentieri, ma non capisco proprio come la mia espressione “razionalismo integrale” ti possa dare una sensazione di asfissia e di morte, come tu possa essere convinto che l’uomo integralmente razionale sia “un uomo a una dimensione” e, in definitiva, “un individuo antivitale”.
Ragione e sentimenti non sono affatto reciprocamente escludentisi, bensì complementari: si può essere ferreamente, rigorosissimamente razionalisti ed avere sentimenti fortissimi e profondissimi, così come si può essere irrazionalistissimi e supertiziosissimi ed al contempo sentimentalmente aridissimi.
Per la mia formazione marxista cerco di evitare l’errore, che non fu già affatto del mio grande maestro ma casomai di volgari epigoni, di ritenere che il ribaltamento delle strutture socio-economiche sia sufficiente a trasformare definitivamente la società in senso egualitario; con il mio grande maestro ritengo che sia necessario, ma non sufficiente (ed inoltre che le sovrastrutture reagiscano dialetticamente sulla struttura economica dalla quale sono in ultima analisi determinate, e che dunque il potenziale superamento dei rapporti di produzione si attua di fatto anche e soprattutto grazie al maturare della necessaria coscienza di classe, rivoluzionaria ed egemonica da parte delle masse che oggettivamente sono solo potenziali artefici delle rivoluzioni). Tutto questo mi pare perfettamente conciliabile con la convinzione (non meno marxista che anarchica) secondo cui “la società egualitaria si realizzerà solo quando la maggior parte degli individui sentiranno come “eticamente necessario” e ameranno profondamente l’ideale egualitario. In sostanza, come affermano i saggi di tutte le culture e di tutti i tempi e come sosteneva lo stesso Che: la prima rivoluzione è quella che si realizza dentro di noi”.


 

Non ho mai capito bene che cosa possa intendersi per “inconscio” (che letteralmente significa infatti “non conosciuto”); ma da razionalista non ho alcuna difficoltà a concordare che ognuno debba cercare di guardare bene in se stesso e di capire e rendere chiare a se stesso (ed analizzare razionalmente) tutte le sue tendenze comportamentali, esigenze, aspirazioni, bisogni, desideri, ecc, anche i più vaghi ed "oscuri"; e quindi innanzitutto che si debba cercare di esserne il più chiaramente consapevoli possibile; e tuttavia quanto a questo mi pare che gli antichi filosofi ellenistici, oltre ad altri rinascimentali ed illuministici, e oltre ad altri non occidentali che purtroppo non conosco, non avessero proprio nulla da invidiare (anzi!) ai cultori delle odierne scuole psicologiche (ma la psicologia del profondo confesso di non conoscerla punto).
In astratto posso concordare che “se gli scienziati raggiungeranno un adeguato livello di autoconoscenza si lasceranno guidare, nello svolgimento del loro lavoro, da sani principi morali, i quali indicheranno loro, in modo cogente e chiaro, la direzione e i limiti invalicabili delle loro ricerche, li sottrarranno recisamente agli allettamenti e alle lusinghe provenienti dagli esponenti di qual si voglia potere economico-politico e dalle prospettive narcisistiche della fama e della ricchezza e punteranno con i loro sforzi solo alla realizzazione degli interessi universalmente umani". Ma sono anche convinto che al di là di qualche lodevole e necessario caso individuale, tutto ciò sarà conseguibile a livello “di massa” (nell’ ambito della corporazione dei ricercatori) solo attraverso dure lotte di classe; e che per l’ intanto sarà anche (non solo) necessario in certi casi e per quanto possibile ricorrere alla coercizione (come accade anche nel caso di altre corporazioni e gruppi sociali); se dovessimo aspettare che gli scienziati, ben integrati in condizioni di privilegio negli attuali assetti sociali capitalistici, raggiungano in massa o almeno in proporzioni di fatto decisive “un adeguato livello di autoconoscenza” staremmo freschi: arriveremmo di certo ben prima all’ estinzione “prematura e di propria mano” della nostra specie umana!

 

Io ignoro certamente (e non me ne pento) l’esoterismo, il misticismo, l’ermetismo, l’alchimia, l’animismo, il panpsichismo, l’antropomorfismo, la concezione olistica della natura, l’astrologia; credo di avere una discreta conoscenza (senza necessariamente adesione da parte mia) di qualche religione, di qualche espressione artistica, mito, fiaba; le quali hanno in genere grande valore culturale (diverso da caso a caso!), e che per lo meno nel caso dell’ arte sono anche forme di conoscenza, ma che secondo me sono soprattutto altre cose, e comunque non possiedono quelle garanzie di oggettività che sono proprie unicamente della conoscenza scientifica. Punto (non so come e in che senso concetti di "superiorità" o inferiorità" potrebbero mai essere applicati a queste considerazioni).
Non riesco proprio a capire che cosa possa significare “conoscenza-metalogica”. Per me la conoscenza non è che pensiero corretto circa la realtà; e il pensiero è logica, discorso, messa in relazione reciproca di concetti secondo determinate regole (per l’ appunto “logiche”). Qualsiasi altro “sentire” interiore è sentimento, stato d’ animo; esso può essere conosciuto (cioé pensato, descritto logicamente in modo corretto e conforme al suo essere reale) ma di per sé non è conoscenza (può essere felicità, soddisfazione, desiderio, bisogno, appagamento, serenità, inquetudine, malinconia e tante altre cose, le quali possono anche essere bensì conosciute -logicamente-, cioè possono essere oggetto di conoscenza; ma non sono di per sé conoscenza).
Non sono d’ accordo che l’uomo sia il soggetto produttore e il destinatario finale di ogni suo prodotto; per lo meno non che sia l’ unico soggetto produttore; penso invece che se il lavoro umano è il padre, la natura è la madre di ogni prodotto umano.

 

 

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