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Clima 6 - Catastrofismo non fa rima con socialismo

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Marxismo ed ecologia, "neutralità" della scienza, rapporto uomo natura, catastrofismo e socialismo. Avrei voluto trattare queste ed altre questioni più avanti, ma la critica di Mauro Pasquinelli a quanto sin qui scritto, mi spinge ad anticipare questi temi. L'intervento di Mauro - che ringrazio per l'attenzione prestata - è estremamente utile, dato che esprime chiaramente quello che è il comune sentire a sinistra. Un confronto è dunque necessario.

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Articoli precedenti
Clima 1 - E se fosse la lobby nucleare? (18 marzo 2019)
Clima 2 - Quelli che non se la bevono (25 marzo 2019)
Clima 3 - Nessuna catastrofe in vista (1 aprile 2019)
Clima 4 - La bufala dell'aumento degli "eventi estremi" (11 aprile 2019)
Clima 5 - Tutta colpa della CO2? (26 aprile 2019)

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Naturalmente per confrontarsi bisogna pure ascoltarsi. E ci si ascolta meglio se, al di là delle opinioni di partenza che inevitabilmente ci condizionano, si è mossi dal desiderio di capire come stanno realmente le cose, qual è la verità. Purché lo si pratichi avendo ben presenti tanto i limiti oggettivi, quanto - ahimè - quelli soggettivi, cercare la verità resta sempre il migliore dei metodi.

Ad ogni modo - e senza alcuna ridicola presunzione - non credo che questa ricerca vada lasciata ai soli scienziati. Altro non fosse perché sappiamo, da una vita ormai, che la scienza non è affatto neutrale. E se questo è vero in generale, figuriamoci su una questione dalle enormi ricadute economiche e politiche come quella dei "cambiamenti climatici".

Prima di iniziare vorrei comunque "rassicurare" Mauro. Nessuno di noi sottovaluta la questione ambientale. Né sottovaluta la sua natura sistemica. E' proprio l'esatto contrario: proprio perché riteniamo che essa sia parte essenziale della catastrofe sociale prodotta dal capitalismo, specie nella sua attuale fase neoliberista, pensiamo che sia necessario elaborare una visione autonoma all'altezza dei tempi. Il che richiede, fra le altre cose, una capacità di lettura e di critica radicale di ogni narrazione sistemica, in modo da non cadere nella trappola dei dominanti, che vorrebbero sul banco degli imputati non il loro sistema, bensì l'umanità intera in maniera indistinta.


Innanzitutto quattro cose

Prima di andare ai nodi di fondo posti da Mauro, mi pare giusto segnalare come nel suo articolo vi siano alcuni dati completamente sbagliati, diverse inesattezze su quanto da me scritto, una discreta confusione sullo "stato del pianeta", un eloquente silenzio su alcune decisive questioni.


Gli errori

Gli errori sono a mio avviso parecchi, ma ne segnalo tre piuttosto evidenti. Il primo: secondo Mauro «sappiamo che dalla rivoluzione industriale ad oggi (la temperatura) è cresciuta di circa due gradi». Non è così. Secondo tutti i principali studi sulla materia, di certo secondo i dati generalmente assunti come ufficiali (vedi qui la NASA), questo aumento è stato di 0,8 °C. Non poco, ma solo il 40% dei 2 °C pretesi... Del resto, se così non fosse, se davvero fossimo cioè arrivati ai 2 °C di aumento, che senso avrebbero gli obiettivi indicati dall'Accordo di Parigi del 2015, che prevedono di «mantenere l'aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine»... puntando comunque a «limitare l'aumento a 1,5 °C»?

C'è poi un secondo errore, dato che non è affatto vero che «tutte le proiezioni indichino un aumento della temperatura di 4 °C da qui a 100 anni». Ed ancor meno vero è che tali proiezioni sarebbero condivise «sia dai serristi che dai negazionisti». E' vero invece, e questo può aver generato l'errore, che l'IPCC ha sfornato per anni proiezioni al 2100 con dei range assurdi. Ad esempio, nel 2001 l'aumento previsto al 2100 andava da 1,4 a 5,8 °C in più rispetto alla temperatura del periodo pre-industriale, ma già nel 2007 la "previsione" veniva corretta con un range di aumento tra 1,8 e 4 C°. Questi range hanno una chiara funzione, quella di consentire alla stampa di spararne di tutti i colori, assumendo sempre come buona l'ipotesi massima e non specificando mai che il dato base è quello del 1860. Del resto, più si alza la temperatura e più si fa notizia... Sta di fatto, però, che negli ultimi anni, probabilmente perché i suoi catastrofistici modelli previsionali vengono sempre smentiti dalla realtà, lo stesso IPCC è stato costretto ad una maggior prudenza in materia. Mentre vere previsioni "ufficiali" al 2100 non se ne sparano più, la soglia della catastrofe è adesso spostata ad un aumento di 2 °C dal periodo preindustriale. Ma quanto valgono poi queste previsioni? Nel 2014 il Rapporto IPCC AR5 prevedeva che si sarebbe raggiunta la soglia di 1,5 °C di aumento nel 2020. Adesso - vedi il punto A.1 della Relazione speciale 2018 - l'IPCC rivede la sua previsione (e son passati solo quattro anni!) ritenendo "probabile" che quell'aumento venga raggiunto tra il 2030 ed il 2052. Insomma, prima la catastrofe diventa una semi-catastrofe, poi siccome neppure questa arriva, la si sposta decisamente più avanti nel tempo. Un modo di procedere che ricorda tanto l'annuncio della Fine del Mondo tipico delle sette millenariste.

Un terzo errore riguarda l'alternanza tra glaciazioni e fasi interglaciali. Qui la tesi di Mauro è racchiusa in una polemica domanda che mi rivolge. Dato che - egli dice - siamo in una fase interglaciale che dovrà sfociare inevitabilmente in una nuova glaciazione tra qualche millennio, come si spiega la tendenza al rialzo della temperatura degli ultimi duemila anni? A parte il fatto che esistono studi (vedi le figure 9 e 10 del terzo articolo) che, nell'alternanza di fasi fredde e fasi calde (tra cui l'attuale) mostrano comunque una tendenza generale al raffreddamento negli ultimi millenni (ed anche negli ultimi duemila anni), qui l'errore più grave è un altro.

Glaciazioni e fasi interglaciali negli ultimi 450mila anni


Come si può vedere dalla figura sopra, che riporta dati degli ultimi 450mila anni (sempre ottenuti con le famose carote di ghiaccio), non solo la durata dei periodi tra una glaciazione e l'altra è piuttosto variabile, ma il picco di temperatura della nostra fase interglaciale è di 1-2  gradi più basso rispetto alle fasi interglaciali precedenti. Nessuno può dunque asserire che oggi - non ci fosse la maledetta CO2 e soprattutto il maledettissimo uomo - si andrebbe dritti come fusi verso «una nuova glaciazione tra qualche migliaio di anni». Questa tesi è davvero forzata e la domanda di Mauro decisamente mal posta.


Le inesattezze

Anche le inesattezze su quanto da me effettivamente sostenuto sono diverse, ma non è il caso di essere troppo formali. Avviene sempre così quando c'è la giusta passione per le proprie convinzioni, e capiterà di sicuro anche a me di forzare questo o quell'aspetto. C'è però nel testo in oggetto un'inesattezza che è impossibile passare sotto silenzio.

Scrive infatti Mauro che: «Mazzei, nel suo conteggio, ha inserito solo la CO2 e non ha incluso (surrettiziamente forse?) la crescita degli altri gas serra come metano e ossido di azoto, presenti in natura, ma la cui concentrazione è salita sensibilmente negli ultimi 200 anni». Ora, come chiunque può facilmente verificare leggendo il mio quinto articolo, questo è semplicemente falso. Nella prima parte del calcolo ho considerato solo la CO2 (perché questa è l'ossessione mainstream), poi ho inserito - fra l'altro sovrastimandoli per scelta - tutti gli altri gas serra, tra i quali ovviamente il metano. Penso che questa inesattezza di Mauro sia dovuta solo ad una distrazione. Bastava leggere con un minimo di attenzione e perlomeno non mi si sarebbe accusato di barare con i dati.


Un'incredibile confusione

Volendo sostenere l'attualità della catastrofe Mauro scrive: «Nel novecento abbiamo sfiorato tre volte la discesa verso gli inferi, nella prima e nella seconda guerra mondiale, ma soprattutto nella guerra fredda che ci ha portato ad un passo dalla catastrofe nucleare (Cernobyl, guerra di Corea, crisi dei missili a Cuba) ed ancora oggi è dislocato nel mondo un potenziale nucleare che potrebbe distruggere Gaia almeno 10 volte! 1 miliardo di persone vive sotto la soglia della sopravvivenza. Milioni di civili uccisi nelle ultime guerre dal 1991 ad oggi. Centinaia di migliaia di profughi e sfollati. Desertificazione e inquinamento che avanza. Centinaia di migliaia di specie di animali e vegetali si sono estinte per “cause antropiche”. 9 milioni di persone morte per malattie legate all’inquinamento nell’ultimo anno (dati Oms)».

Lasciando qui perdere alcune questioni di dettaglio, tutto vero! Vere le guerre, la povertà, l'incubo nucleare, l'inquinamento ed i suoi terribili effetti. Tutto vero, ma che c'azzecca tutto ciò con i "cambiamenti climatici"? Non dovremmo invece chiamare in causa per tutto questo il capitalismo e l'imperialismo? Che forse senza "cambiamenti climatici" questa inseparabile coppia di criminali sarebbe più mite e compassionevole?

So che su questo Mauro sarebbe d'accordo con me. Ma sta di fatto che, in maniera evidentemente del tutto involontaria, egli finisce per darmi ragione anche laddove vorrebbe darmi torto. Se l'elenco delle tragedie elencate coincide con i più tipici misfatti del capitalismo e dell'imperialismo, è evidente che quella del clima è più che altro una catastrofe immaginaria della quale non si riesce in effetti a portare prova alcuna.

E dico questo perché anche sulla desertificazione ci sarebbe da discutere, visto che questo processo - che non è tuttavia globale come si vorrebbe far credere - ha come prime responsabili le multinazionali che hanno imposto alle popolazioni locali metodologie e tipologie di coltivazioni diverse da quelle tradizionali. Ancora una volta il profitto, non il clima, è il vero motore del problema.   


Un eloquente silenzio


Mauro si dice basito perché: «proprio nel punto più alto della crisi di civiltà di questo sistema, della contraddizione epocale capitalismo natura, Mazzei ci ricorda: attenzione non c’è nessuna catastrofe in corso!». E chi ha detto questo? La catastrofe sociale del capitalismo reale c'è ed è evidente, così pure l'accentuarsi della sua contraddizione con la natura e l'ambiente. Il cuore di questa insanabile contraddizione sta nel fatto che mentre quello capitalistico è un sistema che non si reggerebbe in piedi senza una crescita all'infinito, le risorse del pianeta sono per definizione finite. Questa opposizione tra finito ed infinito non ha soluzione, anche se da qui ad immaginarsi che il decisivo cataclisma sia dietro l'angolo ce ne corre.

Ad ogni modo, nessun problema. Quando ho deciso di occuparmi dei "cambiamenti climatici", cioè del principale tabù religioso della nostra epoca, sapevo benissimo che me ne avrebbero dette di tutti i colori, compresa ovviamente l'accusa di fare il gioco del capitalismo. Sul punto la mia tesi è naturalmente del tutto opposta: fa il gioco del sistema chi accetta la narrazione dominante sul clima, dato che essa ha il compito di colpevolizzare l'intero genere umano, per assolvere il sistema e le oligarchie che ne occupano il vertice.

A questo proposito sono io a fare una domanda a Mauro: come mai non dice nulla sull'assordante campagna delle forze sistemiche, tutto raccolte a sostenere all'unisono la teoria dominante dei "cambiamenti climatici"? E' un fatto di cui ci siamo accorti solo noi? Ma se non è così, si pensa forse che questa campagna sia sincera, disinteressata, mossa da vero amore per le sorti dell'umanità? Questa sì che sarebbe una notizia!

C'è poi un'altro silenzio: come mai nessuna delle argomentazioni che ho portato sui piatti forti della teoria dell'AGW - temperature, livello dei mari, eventi estremi - è stata minimamente presa in considerazione? Ho forse scritto delle stupidaggini così grosse? O non sarà che quegli argomenti sono solidi assai? Perché non si dice nulla, ad esempio, sulla questione degli eventi estremi, dove mi sembra di aver dimostrato che non solo non vi è un aumento (né una maggiore intensità), mentre è semmai vero il contrario?  

Ecco, questo silenzio sui concreti dati di fatto a me sembra assai più eloquente delle critiche che vengono espresse.


Alcuni nodi di fondo


Dopo queste risposte ad alcuni specifici passaggi dell'articolo di Mauro Pasquinelli, mi pare doveroso provare a sintetizzare per punti quelli che sono a mio avviso i nodi fondamentali. Nodi che, come ho detto in premessa, avrei voluto affrontare nell'articolo conclusivo di questa serie, ma che invece anticipo qui. Da questo punto in avanti il riferimento all'intervento di Mauro è in un certo senso strumentale, dato che le problematiche in ballo vanno ben oltre il suo scritto, che rimane però un'utile "memoria" dei temi e dei concetti che proverò ad affrontare.


1. Marx

Mauro inizia la confutazione di quanto da me scritto sul clima tirando in ballo Marx. Egli non solo afferma che Marx sarebbe stato un “ecologista ante-litteram”, ma sostiene in modo lapidario che «Chi non vede nella teoria marxista questa vena crollista e catastrofista è meglio che lasci perdere e si dedichi ad altre letture!».

Due proposizioni francamente molto discutibili. Se in generale occorre essere molto prudenti a leggere il passato con le lenti del presente, ciò vale a maggior ragione per Marx. Egli, infatti - in opposizione tanto agli economisti borghesi, che ai filosofi idealisti - ha sempre teso a storicizzare i diversi fenomeni sociali e più in generale umani, compresi quelli che appaiono volteggiare nella stratosfera metafisica.

E’ teoricamente legittimo ritenere che il capitalismo sia destinato, motu proprio, a collassare su se stesso precipitando l’umanità in un'ecatombe universale. Non lo è affatto attribuire questa tesi a Marx. Sul quale a me pare più corretto sostenere semmai il contrario, ovvero che al cuore della sua concezione filosofica vi sia una teleologia progressiva della storia (di impronta hegeliana), per cui ineluttabile destino del contraddittorio sviluppo capitalistico sia il socialismo, con la classe operaia come soggetto deputato non solo a seppellire il capitale, ma a far da levatrice dell’avvenire socialista. Concezione che proprio la storia mi pare si sia incaricata di smentire, ponendo in questo modo un problema teorico di non poco conto alle forze rivoluzionarie.

Chi mi critica afferma poi che Marx sarebbe stato un “ecologista ante-litteram”. Ahimè, questa asserzione è falsa. Certo non mancano nel Capitale, come in altri scritti, le note in cui Marx denuncia i danni prodotti dallo sviluppo dissennato dell’industria capitalistica non solo all’ambiente (aria e acqua), ma alla salute, anzitutto quella degli operai. Ma basta questo a farlo passare per “ecologista”? No, non basta.

Diversi sono i passi nel Capitale - ma il primo lo troviamo già in Miseria della filosofia (la nota durissima critica a Proudhon) - in cui Marx afferma che per aria e acqua non vale la regola della scarsità: «dall’appropriazione di acqua e aria non deriva un danno per nessuno perché ne resta sempre abbastanza, essendo esse illimitate». Oggi non solo sappiamo che acqua e aria non sono risorse illimitate, ma conosciamo le leggi della termodinamica e dell’entropia, che Marx evidentemente non prese in considerazione. La qual cosa non è certo una colpa per un uomo della sua epoca, anche perché Rudolf Clausius introdusse il concetto di entropia nel 1864.

Volendo potremmo tediare il lettore con una serie sterminata di citazioni che ci farebbero apparire Marx come un portabandiera, non solo del massimo sviluppo delle forze produttive, ma dei processi di industrializzazione e modernizzazione, che egli considerava la conditio sine qua non del progresso e dell’emancipazione sociale. Oggi, solo oggi, sappiamo che non è così.

A questo punto mi si potrebbe dire che al contempo Marx ebbe modo di mettere in guardia - ad esempio ne L’ideologia tedesca - che sotto la guida del capitale le forze produttive potevano diventare forze distruttive. Vero. Ma allora smettiamo una buona volta di tirare Marx per la giacca, di farlo passare per profeta che tutto aveva previsto, e vediamo finalmente di camminare sulle nostre gambe, se ne siamo davvero capaci.

E' vero, poi, che Marx considerava (giustamente) la natura come madre di ogni ricchezza. Tuttavia, egli era ben lungi dal divinizzarla come fa un certo ecologismo. Anche qui potremmo ricorrere a varie citazioni, ma lo evitiamo. Quel che non possiamo dimenticare è che Marx  sottolineava - di contro a certi naturalisti idealisti, in questo caso sì ante litteram - che, salvo le zone ancora incontaminate e selvagge, la natura reale con cui abbiamo a che fare, è da millenni una natura antropomorfizzata, umanizzata, trasformata dall’impronta che l’uomo gli ha indelebilmente impresso. Inutile dirlo, Marx non solo non condannava quest’opera di trasformazione della natura, ma la considerava la vera e propria cifra della grandezza umana. Niente a che fare quindi col pessimismo antropologico che unisce le sette protestanti ai nichilisti di ogni tipo, passando per certo ecologismo francamente reazionario.


2. La scienza


Inopinatamente, mi ritrovo ad essere accusato di scientismo. Questo semplicemente perché ho provato ad affrontare il tema dei "cambiamenti climatici" prendendolo sul serio. In realtà, non credo affatto che l'unico vero sapere sia quello scientifico, ma non penso ci si possa confrontare con una teoria come quella dell'AGW, senza provare ad entrare nel merito dei suoi principali "piatti forti".

In ogni caso quest'accusa è oltremodo curiosa, dato che la scienza ufficiale è tutta schierata sulla teoria dei "cambiamenti climatici". Eppure, quelli come Mauro sembrano non rendersene conto. Lasciamo perdere Greta ed il circo mediatico che le fa da contorno. Quel che qui deve interessarci, perché è questo il vero fatto politico-culturale che conta, è che tutto l'ambientalismo di sinistra più o meno tradizionale si beve fino all'ultima goccia la narrazione dominante sul clima. Nessun dubbio, nessun rilievo, nessuna aggiunta: tutti insieme per la salvezza del pianeta! (Tra parentesi: che se così fosse non si capisce davvero perché non dovrebbe "salvarsi").

Questa cosa è assai intrigante. Gli stessi ambienti che non esitano a mettere in discussione altre "verità" scientifiche, dalla bontà dei vaccini a quella dell'energia atomica, nulla hanno da dire sulla teoria dell'AGW nonostante le sue evidentissime falle. Ma non solo non hanno nulla da dire, pretenderebbero anche che nessun altro lo facesse. Che se lo fa è un "negazionista". Un impressionante totalitarismo del pensiero che dovrebbe far riflettere.

Che la scienza non sia neutrale è persino fastidioso doverlo ripetere. Che in gioco siano enormi interessi pure. Restando al caso del clima, cos'è poi l'IPCC (dai cui studi, dati e tabelle tutto si muove) se non un autentico caso da manuale di una scienza asservita al potere politico ed economico?

Tratterò quest'ultimo tema nel prossimo articolo, ma quel che è certo è che non c'è motivo alcuno di rinunciare alla critica. Angelo Baracca, un fisico da sempre schierato con le battaglie ambientaliste, ha voluto scrivere su questo una "Lettera aperta di uno scienziato ai giovani di Fridays For Future". Baracca, pur non contestando la teoria dell'AGW, ha voluto in qualche modo mettere in guardia da un atteggiamento acritico rispetto ad essa.

Questo un passaggio della lettera:
«Io tuttavia nella mia attività scientifica, e nel mio impegno sociale, ambientale e pacifista (due cose che non ho mai separato) mi sono trovato in moltissime occasioni a contrappormi alla grande maggioranza dei miei colleghi. Da quando ho imboccato la professione scientifica ho sempre contestato che la Scienza sia neutrale rispetto alle condizioni sociali, economiche, culturali - rispetto al potere tout court (del resto, metà degli scienziati lavorano per la guerra) - e ho criticato, in termini concreti, il concetto di una oggettività intrinseca, o di verità assolute. Porto un esempio molto concreto, che ho vissuto in prima persona. Se negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso si fossero seguiti i pareri prevalenti degli scienziati e ingegneri, in Italia avremmo ancora programmi nucleari attivi. Il referendum del 1987 che di fatto chiuse i programmi nucleari italiani fu vinto a dispetto dei pareri che dominavano fra gli scienziati».

Dunque, egli ci dice, poiché la scienza non è neutrale, bisogna sempre diffidare del concetto di una "oggettività intrinseca" e delle verità assolute. Cose che dovrebbero essere scontate in certi ambienti. Dovrebbero, ma non lo sono.


3. Uomo e natura

Il tema del rapporto dialettico tra uomo e natura è vecchio quanto il pensiero umano, ed è indiscutibilmente complesso. Nella teoria dell'AGW, ma ancor più nella sua volgarizzazione di sinistra, esso si presenta invece nei termini netti della contrapposizione tra il Bene e il Male, laddove il Bene è la natura ed il Male l'uomo.

So di aver tagliato le cose con l'accetta, ma talvolta è necessario per cogliere l'essenza di una cosa. Ovviamente l'uomo fa parte della natura, il che rende un po' ardua una simile concezione. E difatti nessuno si esprimerebbe in pubblico nei termini che provocatoriamente ho scelto, ma penso che il succo del problema sia esattamente questo.

Ma se l'uomo è un tassello della natura, cos'è in effetti quest'ultima? Volendo stare al tema, qual è la natura che vogliamo (giustamente) conservare? E quanto è "naturale" questa natura? Non c'è qui divagazione alcuna, dato che sfido chiunque a dire quale dovrebbe essere la temperatura media "naturale", l'altezza dei mari "naturale", il "naturale" regime delle piogge, eccetera. Potremmo forse fare un'eccezione per la CO2, anche se pure quest'ultima in epoche passate si è naturalmente elevata a livelli dieci volte quelli attuali.

In realtà, chiunque fosse davvero chiamato a poter decidere sui valori di cui sopra, avrebbe come principale riferimento non un'astratta natura, bensì quella piccolissima quota della biomassa (di cui rappresenta in termini di peso solo lo 0,01%) denominata "genere umano". Questa è la realtà, anche se da un punto di vista "democratico" tutto ciò può apparire sommamente ingiusto, dato che non solo i vegetali rappresentano l'82% del totale, ma pure i batteri hanno un 13%. Insomma, Silvio non se ne dispiaccia, ma son comunque sopra le percentuali di Forza Italia!

Scherzi a parte, l'idea di scindere e contrapporre uomo e natura è folle assai. Non solo perché l'uomo fa parte della natura, ma perché quest'ultima è decisamente antropizzata da ben prima che muovesse i primi passi la rivoluzione industriale. L'agricoltura, l'allevamento, la regimazione delle acque, le bonifiche, le antiche reti di comunicazione, le abitazioni e le città: l'uomo interagisce profondamente (e non sempre negativamente, diciamolo) con la natura ormai da diversi millenni. Giusto per fare un esempio, la prima emissione antropica di un gas serra come il metano è quasi certamente riconducibile alle prime coltivazioni di riso, iniziate nell'attuale Cina meridionale circa 7mila anni fa.

Certo, il salto di qualità che ha avuto luogo con la rivoluzione industriale e con il capitalismo non è neppure paragonabile a quanto avvenuto prima. Ma resta il fatto che la natura del 6mila a.C. non era quella dell'anno zero, che a sua volta era diversa da quella dell'anno mille, eccetera, eccetera. Poi, per giunta - qui tutto si muove - oltre all'uomo, la "natura naturale" ci ha sempre messo del suo. Pensiamo, ad esempio, al catastrofico cambiamento naturale avvenuto solo 7.500 anni fa quando le acque del Mediterraneo, attraverso il Mar di Marmara, sfondarono verso quello che fino ad allora era un lago 120 metri più basso, che diventerà in quel modo l'attuale Mar Nero. Un'immane cataclisma per le popolazioni rivierasche che lì risiedevano, mentre ad oggi non risulta neppure una sola persona sfollata per il tanto temuto innalzamento dei mari di natura antropica.

C'è poi un altro punto decisamente spiacevole. Non diversamente dalla natura umana, pure quella extra-umana ha aspetti buoni come cattivi. Diceva Costanzo Preve (vado a memoria, ma il succo è questo), che per comprendere che la natura non è di per sé buona basta guardare negli occhi i bambini ricoverati in un reparto di oncologia infantile.

E, visto che si parla di malattie, come non notare che se volessimo ripristinare un ipotetico stato di natura, una delle prime cose da fare sarebbe certamente l'abolizione con decretazione d'urgenza dell'intera medicina? Attenzione dunque alle semplificazioni, attenzione alle visioni manichee, attenzione alla criminalizzazione del genere umano in quanto tale.

Tutto questo, ma si potrebbe continuare a lungo, ci dice essenzialmente alcune cose: che l'equilibrio fra uomo e natura va effettivamente cercato per tutelare al meglio le condizioni che consentono la vita; che dunque il capitalismo (incompatibile con la natura per la sua voracità che lo obbliga alla crescita infinita) va superato; che il nuovo equilibrio, pur se superiore all'attuale, mai potrà essere perfetto sia per la contraddittorietà della natura umana, che per le tanti variabili in gioco in quella extra-umana.


4. La questione dell'antropocentrismo


Strettamente connesso al punto precedente, veniamo adesso al tema dell'antropocentrismo. Mi soffermo su questa questione per segnalare un curioso paradosso. Quando, quaranta-cinquanta anni fa, la cultura ecologista cominciò ad uscire dalla ristretta nicchia dov'era fin lì confinata, uno dei suoi temi cardine era appunto la critica dell'antropocentrismo, l'idea che in nome della natura l'uomo dovesse liberarsi da una concezione (religiosa, ma non solo) che lo vuole in sostanza come il padrone (o quantomeno il gestore designato) della Terra.

Non entro qui in quella discussione. Quel che è però difficile non vedere oggi, sempre in merito alla questione del clima, è come questa opposizione all'antropocentrismo mentre si è da un lato incattivita, dall'altro ha finito per rovesciarsi in una sorta di antropocentrismo al cubo. Attribuire all'uomo ogni responsabilità sulle cose della natura, ritenere che solo esso possa in qualche modo "rimettere le cose a posto": non è forse questa una forma estrema di quell'antropocentrismo che pure si vorrebbe combattere? Uno svilimento davvero vile di quella natura che si vorrebbe mettere al centro di tutto?

Il punto qui è semplice: se vogliamo impostare correttamente il rapporto tra uomo e natura, bisogna sì tener presente la forza (spesso distruttiva: nucleare, inquinamento, sfruttamento selvaggio delle risorse, eccetera) dell'uomo; ma al tempo stesso bisogna avere chiaro qual è la forza, talvolta ancora più potente, della natura.

Innumerevoli sono i fattori naturali, interni ed esterni, che influenzano il clima del pianeta, qualche volta modificandolo drasticamente. Tra quelli esterni, abbiamo più volte parlato del Sole, con riferimento alle macchie solari ed alle variazioni del suo campo magnetico. Ma, per fortuna raramente assai, sappiamo bene quale può essere l'effetto devastante dell'impatto di grandi meteoriti. Tra i fattori interni è certo il ruolo fondamentale delle periodiche variazioni orbitali della Terra, ma dobbiamo anche considerare l'attività vulcanica, come pure il mutevole meccanismo delle correnti oceaniche.

Tutte forze enormi, tutte in servizio permanente effettivo, anche se fortunatamente alcune di queste si manifestano in intervalli di tempo molto grandi. Giusto per fare un esempio, tra 70mila e 75mila anni fa l'uomo si trovò a far fronte allo scherzetto dell'esplosione del vulcano Toba, nella parte settentrionale dell'isola di Sumatra. L'effetto sull'atmosfera e sul clima fu così devastante che secondo alcuni la specie umana venne ridotta ad alcune migliaia di individui sull'intero pianeta.

Come si vede, anche la natura sa fare i suoi danni! Almeno questo cerchiamo di ricordarcelo sempre. Già, si dirà, ma al momento non dobbiamo fare i conti con qualche Toba, la variazione dell'orbita del pianeta dovrebbe essere lontana, e in quanto ai meteoriti nulla sappiamo: perché parlare allora di sconvolgimenti così lontani da noi e dalle nostre attuali emergenze?

Ecco, questo modo di ragionare vorrebbe portarci ad immaginare una natura almeno temporaneamente pacificata, fondamentalmente stabile, che solo la "bestia" umana può alterare e sconvolgere. Purtroppo le cose non sono andate così neppure nell'attuale periodo olocenico, nel quale periodi più caldi e più freddi, più secchi e più piovosi, si sono continuamente alternati. Talvolta, specie con le siccità, risultando assai importanti, se non addirittura decisivi per il declino e la fine di alcune civiltà: dall'Egitto alla Mesopotamia, da Micene e dal regno degli Ittiti ai Maya. Ma se il regime delle piogge è sempre stato più importante dell'andamento termico (cosa di cui sarebbe bene ricordarsi anche oggi), pure le basse temperature della Piccola Era Glaciale risultarono assai sconvolgenti soprattutto per le società del Nord Europa.

Per chi fosse interessato, un bel campionario di esempi di questo tipo - tutti in epoca olocenica a "CO2 fissa" - lo si può trovare in Storia culturale del Clima di Wolfgang Behringer, uno studioso certo non pregiudizialmente contrario alla teoria del "global warming". Una lettura assai istruttiva per tutti coloro che immaginano (come nel caso di Mauro) un equilibrio naturale così perfetto che basterebbe "il battito delle ali di una farfalla" per innescare i più grandi cataclismi planetari.


5. Chi dissente è di "destra"?


Quasi alla fine del suo scritto, Mauro tira fuori quella che vorrebbe essere l'arma decisiva: «Potrei portare a supporto delle mie tesi lo sconveniente: tutta la maleodorante destra sovranista mondiale da Trump ad Afd tedesca sostiene le tesi negazioniste. Marine le Pen addirittura scrive “La teoria del riscaldamento globale è un complotto comunista”». Che dire? Non mi dedico agli scritti della Le Pen, ma le cose stanno effettivamente così. E allora? Quali lezioni dovremmo trarre da tutto ciò?

Il fatto è che il problema non è a destra, è a sinistra. A destra vi è un po' di tutto: c'è una maggioranza che aderisce alla teoria dominante (esattamente come a sinistra), c'è chi invece la guarda con maggior scetticismo, c'è chi la combatte in virtù di una visione ultra-industrialista ed anti-ecologica, e c'è pure chi la contrasta in nome della propria visione religiosa. A sinistra invece cosa c'è, se non un branco di pecore in attesa della Fine dei Tempi?

Il tentativo che stiamo facendo non intende affermare una verità assoluta di cui non disponiamo. Esso vorrebbe invece aprire un dibattito anche a sinistra. Cioè nel luogo dove un tempo il pensiero critico albergava. Dove oggi, viceversa, tirar fuori un'idea degna di questo nome è un'impresa quasi disperata. E' evidente, infatti, come anche in materia di clima il "politicamente corretto" faccia le sue vittime h24, 365 giorni all'anno. La prova provata che sia proprio così sta nell'uso del termine "negazionista", come se dire di no, o anche solo mettere in dubbio parti della narrazione dominante, fosse un reato da punirsi con l'ostracizzazione immediata.

Premesso che prima di parlare di destra e sinistra, bisognerebbe sempre chiedersi da che parte stanno i dominanti - e sappiamo bene come essi sostengano al gran completo la teoria dell'AGW, la qual cosa non crea però alcun disturbo neppure nella sinistra più estrema - accusarci di stare in compagnia delle tesi della destra è il miglior servizio che si possa rendere a lorsignori.

La verità è che la nostra critica, proprio perché non è di destra, proprio perché è anticapitalista, proprio perché è antioligarchica, proprio perché mira a svelare certi interessi, proprio perché vorrebbe arrivare ad una critica ambientalista della teoria dell'AGW, spiazza più di ogni altra cosa le pigre certezze di chi scambia l'IPCC per la nuova Internazionale e Greta Thunberg per una guerrigliera rivoluzionaria del nuovo millennio.


6. Il catastrofismo è un trucco, pardon una "strategia comunicativa" (per gentile ammissione di Luca Mercalli)


Le catastrofi fanno parte del nostro mondo. Avvengono di continuo e ne capitano di tutti i tipi. Ma il catastrofismo non è la razionale messa nel conto della loro possibilità/probabilità. Esso è invece la spettacolarizzazione di ogni fenomeno, che abbina con tecnica sopraffina l'enfatizzazione dell'evento alla scomparsa di ogni riflessione sulle sue cause e sulla sua portata. Che nella società dello spettacolo un simile meccanismo funzioni alla perfezione è perfino ovvio.

Quanto detto vale in generale, ma qui ci interessano invece due questioni in particolare: il catastrofismo climatico e (lo definisco così giusto per intendersi) il "catastrofismo di sinistra".

Che esista un catastrofismo climatico, alimentato dai media, dalle èlite e dagli scienziati del settore lo abbiamo già visto nei precedenti articoli. Che esso sia smentito dalla realtà dei fatti pure. Quali interessi vi si celino dietro cercheremo invece di capirlo nella prossima puntata.

E' interessante osservare come questo catastrofismo delle èlite si sposi alla perfezione con quello ambientalista di sinistra. Prendiamo il caso di un personaggio come Luca Mercalli. Il presidente della Società meteorologica italiana è persona simpatica, la sua critica al dominio di quella che definisce "economia della crescita" è condivisibile, come pure quella al modello ed alla cultura consumista. Dov'è allora che casca l'asino?

In una sua intervista a Linkiesta, in occasione delle manifestazioni del 15 marzo, due sono le cose che balzano agli occhi. La prima, è che dopo aver espresso una giusta critica alla società in cui viviamo, la sua proposta risiede unicamente in un invito al cambiamento degli stili di vita. E' sbagliato questo invito? Assolutamente no, e personalmente lo condivido in toto. Esso diventa però del tutto fuorviante se lì ci si ferma, come fa il Mercalli. C'è infatti un problema grande come una casa: questo invito non può essere rivolto indifferentemente alle persone, senza considerare le diverse condizioni di vita ed i diversissimi livelli di reddito nel pianeta reale del 2019.

E' la questione di classe, signori cari! Giusto per fare un piccolo esempio rivelatore, nell'intervista il Mercalli non se la prende tanto con il trasporto aereo, ma con i voli low cost che li rende (colpevolmente, si direbbe) accessibili alla povera gente. Una cosa, del resto, bisogna averla chiara. Che se noi adottassimo quel punto di vista, in Francia dovremmo schierarci non con i Gilet Gialli, bensì con Macron. E non parliamo poi di quel che dovremmo chiedere agli africani!

Ma c'è una seconda cosa clamorosa assai in quel che afferma il noto meteorologo col papillon. Sintetizzando efficacemente il suo pensiero Linkiesta così titola la sua intervista «L’ambientalismo deve terrorizzare: se non ci svegliamo adesso, siamo davvero nei guai». Avete letto bene, «l’ambientalismo deve terrorizzare». Ma naturalmente tutto ciò è a fin di bene... Ecco come ce lo spiega Mercalli, rispondendo a chi gli chiede se spaventare sia il miglior modo per rendere consapevoli:
«Non sappiamo più quale sia il modo migliore di comunicare questa emergenza. Perché finora in quarant'anni di ambientalismo nessun metodo ha funzionato. Né spaventare, né minimizzare, né proporre soluzioni. In questo momento siamo privi di strategie comunicative. Altrimenti avremmo già risolto il problema negli anni Ottanta. Quindi vale tutto. È giusto spaventare perché la situazione è drammatica».

Riflettiamo. «E' giusto spaventare». E perché? «Perché siamo privi di strategie comunicative». Quindi? «Quindi vale tutto». Ma tutto cosa, anche le balle? In tutta onestà qui non si sa se ridere o se piangere. Come può un uomo di scienza ragionare in questo modo? Di fatto quella di Mercalli è una doppia confessione: primo, stiamo esagerando volutamente; secondo, ciò nonostante la gente non ci crede più di tanto.

Ora, se la situazione fosse tanto drammatica come egli dice, perché ci sarebbe bisogno di esagerare? Se così fosse basterebbe mostrare dati e fatti reali, non proiezioni all'infinito corrette da un anno all'altro. E qui c'è la ragione del perché, al fondo, il catastrofismo vince ma non convince. Il catastrofismo vince nell'immediato perché lo spettacolo è più potente della scienza. E se poi una certa scienza si sposa con lo spettacolo su certi fini, il gioco è fatto. Tuttavia lo spettacolo ha inevitabilmente le sue pause, ed in quelle fasi i neuroni lavorano probabilmente meglio, facendo sì che alla fine il catastrofismo più di tanto non convinca.

Ma se la narrazione catastrofista di un certo ambientalismo - tra l'altro sempre alleato delle èlite, sia che si parli di economia, di globalizzazione o della gabbia europea - non ha funzionato, forse bisognerebbe chiedersi il perché. Ed il perché sta nei fatti: perché la catastrofe costantemente annunciata non solo non c'è stata, ma si comincia (magari confusamente) ad intuire che quella narrazione fa acqua da tutte le parti.

Incautamente Mercalli fa riferimento all'ultimo quarantennio. Dico incautamente, perché forse qualcuno ricorda ancora qual era il refrain catastrofista immediatamente prima di allora. Anche negli anni settanta il catastrofismo climatico esisteva, solo che anziché sul caldo esso si fondava sul grande gelo in arrivo. Giusto per fare un esempio, vediamo cosa scriveva in quegli anni l'ecologista americano Kenneth Watt:
«Il mondo è stato decisamente freddo per circa vent’anni (Giusto, e nonostante la CO2 in aumento come abbiamo visto nel terzo articolo - ndr). Se le tendenze attuali continuano, il mondo sarà, nel 1990, circa quattro gradi più freddo della temperatura media globale, ma di undici gradi ancora più freddo nel 2000. Questo è più o meno il doppio di quello che occorrerebbe per farci sprofondare in un’era glaciale».

Che ne dite? Non vi pare che le cose siano andate in maniera lievemente diversa? Ma quel che ci dovrebbe far riflettere è il passaggio «se le tendenze attuali continuano», che è esattamente lo stesso modo di argomentare dell'IPCC e di tutti i catastrofisti al seguito. L'unica differenza è che adesso si è passati dal freddo al caldo... Meditate gente, meditate.

Su un punto però le preoccupazioni dei freddisti erano perfino più fondate di quelle dei caldisti. Pare infatti che il freddo uccida anche oggi assai più del caldo. Uno studio della prestigiosa rivista Lancet (ripreso in Italia dal Corriere della Sera del 21 dicembre 2016) non lascia dubbi in proposito. Secondo questo studio, il 7,71% delle morti esaminate (oltre 74 milioni in tutto il mondo) sarebbe collegato alla presenza di "temperature non ottimali". Più esattamente, il 7,29% sarebbe dovuto a temperature fredde; lo 0,42% a temperature calde. In conclusione, tra le vittime della temperatura, il 94,5% sarebbe morto per il freddo, il 5,5% per il caldo.

A differenza dei catastrofisti, questi dati non ci portano a proporre di intervenire rapidamente sul "termostato planetario" per alzare ancora di un po' la temperatura, ma evidentemente la loro catastrofe bollente ancora non si vede.


7. Catastrofismo non fa rima con socialismo


L'accusa di Mauro l'abbiamo già citata: ma come, la crisi del sistema è al culmine, e tu dici che tutto va bene? Ma è "al culmine" per quale motivo? Per i concreti disastri sociali del neoliberismo o per un'ipotetica crisi climatica fondata su una teoria catastrofista tutta da dimostrarsi? La questione non è di lana caprina, perché se la teoria dell'AGW fosse giusta allora Mauro avrebbe ragione. In caso contrario avrebbe torto marcio. Vie di mezzo non ce ne sono, perché l'idea che contro il capitalismo tutto possa "far brodo" non regge proprio. Da qui l'importanza di provare a capire come stanno davvero le cose.

Abbiamo già visto come Marx tutto fosse fuorché un catastrofista. E' chiaro tuttavia come le finestre rivoluzionarie (che qui intendo in senso molto ampio) si aprono sempre in corrispondenza delle grandi crisi sistemiche. Crisi che proprio per la loro portata non sono mai solo economiche, ma anche politiche, istituzionali e culturali. Nulla può escludere, dunque, che il precipitare di una grave crisi ambientale, innescando uno o più degli aspetti di cui sopra, possa risultare decisiva nell'aprire una nuova possibilità al socialismo.

Bisogna però stare attenti, perché una cosa è la catastrofe, altra cosa il catastrofismo. Se nella Russia del 1917 la guerra imperialista  è stata decisiva nel determinare le condizioni oggettive della rivoluzione (per quelle soggettive il discorso è notoriamente più complesso), questo è per il banale motivo che la catastrofe era fin troppo reale: morti, sangue, fame, povertà.

Il capitalismo reale della nostra epoca è anch'esso socialmente catastrofico, ma questa catastrofe sociale è per il momento diluita in tanti dispersi rivoli. Essa produce perciò malcontento e disincanto, dissenso e spinte populiste che sarebbe folle non raccogliere, ma per il momento nulla che possa davvero assomigliare all'apertura di una finestra rivoluzionaria. E' però possibile, per certi aspetti perfino probabile, che l'attuale crisi sistemica finisca per sfociare in situazioni oggettivamente rivoluzionarie (sempre intese in senso lato). Ma quando queste situazioni si verificheranno non ci sarà alcun bisogno del catastrofismo, visto che la concreta catastrofe, concentratasi in questo o quel punto geografico, sarà di per se auto-evidente.

Per ricostruire una prospettiva socialista oltre alla passione ci vuole la teoria, oltre all'utopia serve pure il realismo. A mio modestissimo parere tutti questi ingredienti possono fondersi solo in un "pensiero positivo" fondato sulla speranza e sulla possibilità. Fondato cioè su un progetto razionale, che sia avvertito come tale dai più. Viceversa, forse mi sbaglierò, non credo minimamente che quel processo di fusione possa fondarsi sulla paura. Questo perché, mentre la crudezza della catastrofe può suscitare quella formidabile spinta alla ribellione che è parte della natura umana, il Mondo delle Ombre del catastrofismo spinge esattamente nella direzione opposta, quella di affidarsi al potere costituito del momento.

In ogni caso, ci sarà pure una ragione se al potere l'allarmismo e le catastrofi piacciono. Uscendo ora dal discorso sul clima, proviamo a pensare ai tanti annunci di catastrofi epocali degli ultimi anni in materia sanitaria. Mucca pazza, Sars, Aviaria: messe assieme hanno prodotto un numero di vittime a livello mondiale inferiore a quello causato ogni anno dalla normale influenza. Eppure ogni volta la catastrofe sembrava alle porte. Che dire poi, tornando al clima, delle continue allerte meteo per ogni pioggerella?

Mi sembra strano che questo atteggiamento del potere non venga colto da chi è abituato all'esercizio della critica. E si è mai visto un potere che alimenta teorie e narrazioni che lo possano davvero danneggiare? Ecco, su questo l'invito alla riflessione non sarà mai troppo forte.

Ciò detto, è chiaro che se davvero pensassimo che la catastrofe climatica possa essere un pericolo concreto, ognuno di noi avrebbe il dovere - morale prima ancora che politico - di dare il proprio contributo per impedirla.

Ma al momento la catastrofe climatica non c'è. Né si annuncia all'orizzonte. Il che non vuol dire che non si debba prestare attenzione ad un possibile pericolo. Quel che qui contestiamo non sono certo gli studi, ma un catastrofismo talmente infondato, talmente sproporzionato, da potersi spiegare solo con altri ed inconfessabili fini. Un catastrofismo che, se adottato da chi vorrebbe combattere il sistema, alla fine non farà altro che squalificarlo per la sua subalternità.

Quel catastrofismo, più che un alleato del socialismo, potrà essere invece una potente giustificazione dell'autoritarismo. Non tanto, penso, nelle forme che ha assunto in passato questa modalità di esercizio del potere, quanto piuttosto nell'andare a rafforzare con decisione l'attuale tendenza ad un sistema ademocratico, cioè fondato su un governo nelle mani di una ristretta oligarchia. In conclusione, il catastrofismo non fa minimamente rima con il socialismo.

Con tutto questo non mi illudo certo di aver incrinato le certezze di Mauro, né dei tanti altri "Mauri" il cui pensiero va comunque rispettato, anche se così diverso dalle convinzioni di chi scrive. Ma aver almeno aperto un dibattito è già un piccolo risultato che non era scontato in partenza. Speriamo che sia solo un inizio.

(6 - continua)





 

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