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Un colpo ai golpisti

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A nessuno deve sfuggire l’importanza del referendum costituzionale svoltosi in Turchia domenica 12 settembre, nel trentesimo anniversario del golpe militare del 1980. Con una percentuale del 77,55% di affluenza alle urne i cittadini turchi (58% di SI e 42% di NO) hanno approvato alcune decisive modifiche alla Costituzione che proprio gli oligarchi militari promulgarono e si cucirono addosso nel 1982 per blindare la loro totale supremazia. Ed è proprio il loro predominio che è stato azzoppato dal voto popolare di domenica scorsa.


26 sono stati gli emendamenti costituzionali approvati. Essi, in buona sostanza, se non cancellano, riducono l’influenza dei militari nelle istituzioni e nella vita del paese, formalmente derubricano il loro diritto di veto sulle decisioni di Parlamento e governo. Alcuni emendamenti vanno nel senso di introdurre norme di Stato di diritto quali l’abolizione della facoltà dei tribunali militari di giudicare i civili, la contestuale possibilità di sottoporre i militari al giudizio delle corti civili, il diritto di sciopero per i dipendenti pubblici, il diritto alla privacy (famigerato è lo stretto controllo di massa poliziesco), ecc.
E’ stato il noto scrittore turco Orhan Pamuk - che certo non ha simpatie per il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) e per il governo di Recep Tayyip Erdogan che il referendum ha promosso - ad esprimere in una battuta il significato ultimo di chi ha votato SI: "Voterò sì al referendum per dare meno poteri all'esercito" (la Repubblica del 8 settembre). Più  chiaro ancora Soli Ozel: «Il referendum non aveva a che fare né con l’islam né col laicismo. Il punto era un altro: se la Turchia avrà una costituzione più democratica o più autoritaria, anche se in modo soft, con un partito unico o con un sistema di potere più equilibrato. Era un referendum sulla distribuzione dei poteri. Il peso politico dei militari nel sistema costituzionale esce certamente ridimensionato dal voto, ma questo è un processo che va avanti da sette ani». (Il Sole 24 Ore del 14 settembre).

Non si deve dimenticare che la vivace “società civile” turca ha subito ben tre colpi di stato, nel 1960, nel 1971 e quello ancor più cruento del 1980. Successivamente, malgrado i militari abbiano riconsegnato il potere ai civili, essi si sono tenuti ben stretti il ruolo di “custodi della Repubblica”. Ogni volta che Parlamento e governo prendevano decisioni considerate inaccettabili, essi le hanno annullate, mostrando chi avesse in mano le leve effettive del potere. Così, a fine anni ’90, misero fuori legge il Partito islamico (che poi risorgerà come AKP) nonostante avesse vinto le elezioni. In barba al parlamento il potere effettivo restava infatti in mano all’MGK (Consiglio di Sicurezza Nazionale), ovvero allo Stato maggiore dell’esercito.
Il regime turco era quindi, alle spalle del cosiddetto “laicismo kemalista”, una dittatura militare camuffata. Intellettuali e scrittori incarcerati, oppositori, anzitutto comunisti ma pure islamisti, perseguitati e torturati, libri bruciati.
Ricordiamo che solo nel febbraio scorso l’ennesimo golpe venne sventato grazie al clamoroso arresto di una quarantina di alti e altissimi ufficiali: tutti uomini legati alla NATO e facenti parte di una rete illegale denominata "Ergenekon".

Per decenni gli osservatori occidentali, in virtù del cosiddetto “laicismo” dei militari kemalisti, hanno presentato questi ultimi come un baluardo della democrazia contro l’islamizzazione sociale e politica.

Adesso paiono ricredersi, debbono fare buon viso a cattivo gioco,  riconoscendo a malincuore che se la Turchia fa “un passo verso la democrazia” ciò è dovuto anzitutto all’AKP di Erdogan. A malincuore appunto, perché lo stesso Erdogan, come abbiamo segnalato in passato, sta riposizionando geopoliticamente la Turchia la quale, malgrado resti un cruciale membro della NATO e mantenga delle truppe in Afghanistan (questo non va dimenticato), non ha solo aiutato la Freedon Flotilla entrando in rotta di collisione con Israele, non solo offre asilo ai militanti della Resistenza palestinese, ma ha stretto relazioni di cooperazione commerciale e strategica con due “stati canaglia” quali l’Iran e la Siria.

I conti non tornano, ma non solo ai severi esaminatori imperialisti occidentali. Non tornano alla sbrindellata sinistra turca la quale, o per cieco dogmatismo o per un anti-islamismo viscerale, non ha voluto votare Si e ha anzi chiamato all’astensione o addirittura al boicottaggio, seguendo le indicazioni del partito curdo del BDP (indirettamente legato al PKK).

Mai sconfitta fu più cocente, e ciò sia per i nazionalisti curdi (sia chiaro, non contestiamo il loro diritto all’autodeterminazione) che per la sinistra turca che è andata dietro al BDP. Una sconfitta cocente, attestata proprio dal fatto che la più alta affluenza alle urne la si è avuta proprio nelle province orientali a maggioranza linguistica curda.

Sia chiaro, l’AKP non è né un partito di sinistra né antimperialista. Esso rappresenta la nuova borghesia turca emergente, e non a caso la percentuale più alta di SI la si è avuta nei quartieri bene di Istanbul, Ankara e Smirne; e la borsa valori è schizzata all’in su appena resa nota la vittoria. Il fatto è che questa sinistra, scegliendo una posizione di equidistanza tra l’AKP e lo schieramento di forze kemalista che fino a ieri era definito (non senza esagerazione) “fascista”, ha mostrato di non saper cogliere due elementi decisivi che caratterizzano la politica dell’AKP: da una parte la portata effettivamente democratica delle sue riforme costituzionali e dall’altra l’impatto, che noi giudichiamo positivo, del riposizionamento geopolitico della Turchia, ovvero il suo avvicinamento a paesi come Iran e Siria e alla Resistenza palestinese, e quindi la falla che questo riposizionamento apre nel blocco imperialistico capeggiato dagli USA e da Israele.

Siamo in presenza della linea neo-ottomana della borghesia turca rampante? Può essere. Ma proprio in base a quanto la sinistra turca ha sempre sostenuto: che il nemico principale fosse proprio la “fascista” oligarchia dei militari, e quindi la sua saldatura alla NATO e agli USA, il buon senso avrebbe voluto di chiamare a votare SI, per portare un nuovo colpo ai golpisti, non perdendo dunque il contatto con la realtà e, quel che più conta, con decine di milioni di lavoratori e contadini che proprio per questo hanno seguito le indicazioni di Erdogan e lo sostengono.

Ci pare di poter dire, infine, che siamo di fronte alla certificazione del declino del ruolo storico della minoranza religiosa alawita, che in Turchia è stato l’ambiente che ha dato i natali all’intellighentia urbana, e che ha sfornato non solo i quadri kemalisti, ma pure gran parte di quelli della sinistra. Una nuova storia sta cominciando in Turchia.

 

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