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La Costa D’Avorio sull’orlo di una nuova guerra civile

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Chi ha interesse a far fuori Laurent Gbagbo?

La Costa d’Avorio ne sa qualcosa del colonialismo francese, tra quelli europei probabilmente il più devastante. Gli ivoriani non dimenticano il genocidio subito tra il 1900 e il 1911 a causa della spietata razzia schiavistica di Parigi, che ridusse la popolazione da un milione e mezzo a 160mila. E' proprio perché non lo dimenticano che tanti ivoriani sostengono ancora il Presidente Laurent Gbagbo (foto), nonostante la corruzione del suo entourage, a dispetto della sua politica discriminatoria verso certe minoranze etniche, malgrado la povertà sia cresciuta nell’ultimo decennio. Gbagbo  deve infatti la sua popolarità alla sua politica nazionalistica e di aperta ostilità alla Francia, la quale non demorde dalle sue pretese colonialistiche.

Occorre tornare alla guerra civile che sconvolse il paese tra il 2002 e il 2004 per capire come, alla spalle del conflitto inter-etnico, vi fossero appunto le pretese neo-colonialistiche della Francia. Parigi non digerì che il suo uomo, il militare Félix Houphouët-Boigny, fosse destituito nell’ottobre del 2000, da una rivolta popolare che portò al potere proprio Gbagbo.

Parigi per questo fomentò e finanziò un colpo di stato. Era il 19 settembre del 2002. Per sventare questo golpe Gbagbo fece appello alla mobilitazione popolare, che alla fine sventò il colpo di Stato, ma precipitò il paese nella guerra civile. Il paese venne spaccato in due: il centro e il nord del paese in mano ai militari golpisti (sostenuti dalle etnie locali), il sud del paese, compresa la capitale Abidjan, in mano alle forze di Gbagbo.

I golpisti sarebbero stati presto spazzati via se non fosse stato per l’aiuto diretto della Francia, la quale finanziò vere e proprie falangi di mercenari, i quali costituirono la spina dorsale della guerriglia che devastò il paese per due anni. Gbagbo riuscì a restare in sella, grazie alla mobilitazione popolare, di cui gli studenti furono la punta di lancia.

La Francia riuscì, non senza una certa opposizione da parte degli americani, a far approvare dalle Nazioni Unite una risoluzione che imponeva l’invio di un “contingente internazionale di pace”, di “peacekeeper”, guarda caso quasi tutti francesi e sotto comando francese. Gli accordi di pace portarono alla formazione di un governo di unità nazionale tra i cosiddetti “ribelli” e il Fronte Popolare Ivoriano di Gbagbo. Ma questi Accordi fallirono,  e nel novembre del 2004, in seguito al rifiuto dei miliziani filo-francesi di deporre le armi, la guerra riesplose, questa vola coinvolgendo direttamente i peacekeepers francesi, i quali attaccarono direttamente le postazioni dei militari fedeli a Gbagbo. Questa rappresaglia scatenò una sommossa popolare ad Abijan e in tutto il sud, che culminò in una vera e propria caccia all’uomo, ai danni, non solo di cittadini francesi ma dei bianchi in generale.

La guerra civile si concluse con la vittoria di Gbagbo, che restò in sella, e dunque con la sconfitta delle pretese neocolonialistiche francesi. Ma la pace alla fine raggiunta era fragile, si trattava niente di più che di un cessate il fuoco, di un armistizio (nel frattempo le “truppe di pace” erano poste sotto l’egida dell’Unione africana), che sarebbe saltato in aria alla prima prova seria.

Questa prova è immancabilmente venuta. Il 31 ottobre scorso si sono svolte le elezioni presidenziali. Due gli sfidanti del nazionalista Gbagbo: Henri Konan Bédié e Alassane Ouattara. Sarà quest’ultimo ad andare al ballottaggio con Gbagbo, il 28 novembre.

La Commissione Elettorale Ivoriana (CEI), dopo giorni di febbrile attesa,  dichiara che è il filo-francese Alassane Dramane Ouattara il vincitore (con il 54,1% dei voti) mentre Gbagbo  avrebbe ottenuto il 45,9% dei suffragi. Ma quest’ultimo non accetta la sconfitta, denuncia brogli elettorali a scala industriale. I suoi sostenitori danno vita a violente manifestazioni di piazza, scontrandosi con quelli del presunto vincitore. La capitale è paralizzata, le ambasciate occidentali lanciano l’allarme: una nuova caccia all’uomo a spese dei bianchi potrebbe accadere. Aleggia lo spettro di una nuova guerra civile: si contano in due settimane decine e decine di morti.

La Francia, che nel frattempo non ha mai mollato l’osso, schiera immediatamente la Comunità internazionale. Anzitutto l’Unione Europea, che il 19 dicembre, sotto la pressione di Sarkozy, emette il suo verdetto: Gbagbo deve lasciare il Palazzo presidenziale e lo inscrive, assieme a 18 persone del suo entourage, in una apposta Lista nera. Vengono sanzionati, assieme al Presidente, l’ex Ministro degli Interni, il Presidente del Fronte Popolare Ivoriano (il partito di Gbagbo), il direttore generale della Tv di stato, e altri dirigenti.

La risposta non si è fatta attendere. Il Ministro degli esteri Alcide Djédié ha affermato che «la Francia, gli Stati Uniti e l’Unione europea non devono agitare la bandiera rossa delle sanzioni contro un presidente vittima di un complotto internazionale ordito da un candidato sostenuto diplomaticamente e militarmente dai suoi sponsor occidentali». (jeuneafrique del 20 dicembre)

E’ presto per sapere come andrà a finire questo braccio di ferro tra Gbagbo e le potenze imperialiste occidentali le quali vogliono farlo fuori per mettere al potere un loro fantoccio. Ciò fa parte di un disegno complessivo, quello del controllo del continente, scosso da ovest a est e da nord a sud, da tensioni interne che si incrociamo con quelle geopolitiche. Tensioni in cui da un decennio almeno, gioca un ruolo vieppiù importante la Cina, la cui penetrazione, per ora solo economica e finanziaria, è un fattore decisivo se si vuole comprendere la natura dello scontro e la posta in gioco.


 

 

 

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