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Non ci sbagliavamo

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Risoluzione sulla situazione internazionale

Il 9 e il 10 aprile, a Chianciano Terme, si è svolta l’XI. Assemblea nazionale del Campo Antimperialista.
Qui sotto il documento sulla situazione internazionale approvato dall'assemblea. 

1. Non ci sbagliavamo, nell’autunno 2008, ad affermare che lo sconquasso nella sfera bancaria e finanziaria dell’economia mondiale, trascinava il sistema imperialistico occidentale in una crisi storico-sistemica. L’Occidente procede verso la propria catastrofe. Catastrofe non “crollo” dicevamo, per segnalare il dissenso rispetto alle teorie “crolliste” secondo cui prima o poi il capitalismo morirebbe a causa del deterministico gioco delle sue leggi economiche. Il capitalismo, come la storia ha mostrato, può piombare in crisi catastrofiche, riuscendo tuttavia a risorgere, fino a quando il mercato e il valore di scambio (che ne rappresentano il primo l’insostituibile habitat, il secondo la fonte di alimentazione), non saranno sradicati, e la civiltà ricostruita su nuove fondamenta socialiste.


2. La “ripresa” del 2010, dopo la profonda recessione del 2009, mentre era fisiologicamente prevedibile, ha avuto un carattere fortemente diseguale, accentuando in tal modo gli squilibri tra paesi e aree geopolitiche, di cui quelli commerciali e  valutari sono delle spie. Senza la “crescita” cinese e di pochi paesi “emergenti”, si dovrebbe affermare che il capitalismo mondiale è entrato in una fase lunga di depressione. E’ proprio la figura del “capitalismo mondiale” che non corrisponde più alla realtà. Per quanto l’economia mondiale sia un sistema di vasi comunicanti, noi siamo oggi di fronte allo sfarinamento del mercato mondiale: i vecchi centri imperialistici (USA, UE, Giappone) retrocedono, la Cina, l’India, il Brasile (coi loro satelliti) avanzano, mentre i paesi a più basso sviluppo delle forze produttive rischiano di piombare nella barbarie. Per di più questa “ripresa” non ha scalfito l’ordinamento e le regole che, dopo un paio di sussulti, hanno causato il terremoto del 2008, quello per cui la sfera della finanza predatoria e speculativa ha preso il sopravvento su quella industriale produttiva di plusvalore.

3. E avevamo ragione a sostenere che questa crisi, seppure non sul breve periodo, avrebbe cambiato il mondo, gli assetti geopolitici, la gerarchia delle potenze. L’ordine monopolare emerso dopo il crollo dell’URSS e il suo smembramento, definitivamente affermatosi dopo lo squartamento manu militari della Jugoslavia, traballa, e sta lasciando il posto ad un ordine multipolare, per sua natura squilibrato e conflittuale. Siamo entrati in un periodo di forti tensioni geopolitiche e di crescente instabilità.

4. E’ proprio in questa luce che va compresa la rabbiosa risposta degli Stati Uniti, decisi a conservare, grazie alla loro straripante forza bellica, la loro supremazia imperiale. L’amministrazione Obama, è di tutta evidenza, ha mutato i metodi, per nulla l’obbiettivo: assicurare agli Stati Uniti l’indiscusso predominio mondiale. Questa tenacia reazionaria, in una situazione già altamente precaria, è la principale fonte di conflitti e giocoforza approfondisce tensioni e instabilità. Anche con Obama, non cambia il rivestimento ideologico wilsoniano, di internazionalismo-imperialista, teso a giustificare la missione imperiale degli USA: mercato e libero scambio, e quindi democrazia e diritti umani. C’è in questo messianismo un elemento costitutivo imprescindibile: il capitalismo nordamericano è imperialista o non è. Togli agli USA la loro supremazia mondiale ed essi imploderanno a causa dei conflitti interni.

5. La contesa tra vecchie e nuove potenze è, per quanto decisiva, solo un aspetto della situazione e dell’evoluzione storica. Fino a quando essa non diverrà conflitto aperto, le contraddizioni inter-imperialistiche resteranno in secondo piano. L’aspetto principale delle contraddizioni di fase (è questo uno dei principi politici da cui nacque il Campo) non è inter-imperialistico, ma tra quello tra l’imperialismo declinante a guida statunitense e lo schieramento, pur eterogeneo, delle nazioni, dei popoli e delle classi costretti a resistere alla  supremazia imperialistica.  Da questo postulato ne deriva un secondo: che nell’attuale contesto storico queste Resistenze sono la principale forza di spinta per un cambiamento di tipo socialista. Ne discende il terzo: che lo vogliano o meno i rivoluzionari nei centri imperiali non possono fare altro, fino a quando questa sarà la contraddizione primaria, che agire da forze di complemento. Infine il quarto: che il compito strategico centrale è la saldatura tra le Resistenze di tutti e tre i fronti di lotta, nella forma appunto del Fronte antimperialista internazionale. Sappiamo che quest’ultimo compito è arduo, e che non può essere portato a termine solo in virtù di uno slancio soggettivistico, che occorre insomma l’ausilio della maturità delle condizioni oggettive.

6. Da questi quattro postulati noi abbiamo ricavato il paradigma dei “Tre fronti” di lotta, di una gerarchia e di un rango delle Resistenze, per cui al primo posto (il “Primo fronte”) ci sono quelle che abitano il mondo (che non è solo islamico) che va dall’Indo al Mediterraneo.
Le rivolte sociali e politiche nel Maghreb, in Egitto e in Medio Oriente ci confortano nel pensare che iniziano a cadere le paratie tra i “Tre fronti”, che l’onda d’urto si va pur faticosamente propagando, che quanto accade nel “Primo fronte” è destinato a riverberarsi sugli altri due. Con questa peculiarità: che il Mediterraneo è quel luogo nevralgico dove il “Primo” entra a diretto contatto col "Terzo”, dove la spinta antimperialista può incunearsi se non proprio demolire le barriere difensive erette dall’Impero.
Sconfiggere il nemico principale, l’imperialismo euro-atlantico, questo è il compito di questa fase storica. Non solo in virtù del sostegno che dobbiamo a queste Resistenze in quanto imperativo morale, ma perché una sconfitta dell’imperialismo ai suoi confini è la condizione necessaria per fratturarlo al suo interno, per riportare all’ordine del giorno in Occidente l’alternativa socialista, ora confinata in luoghi minoritari e impotenti.

7. Si fa un gran parlare della contesa tra USA e Cina, che il Pacifico è per gli Stati Uniti il luogo dove si gioca la partita decisiva che decide le sorti della supremazia americana. Forse sarà così in futuro: oggi tuttavia l’epicentro delle tensioni internazionali, il posto ove gli USA si giocano la disputa geopolitica mondiale, resta il “Grande Medio oriente”, quello che noi chiamiamo appunto “Primo fronte”. Qui una guerra ininterrotta è in corso da decenni, qui gli Usa e l’alleanza che capeggiano (sterminata ma in via di disfacimento) si giocano la partita. Ove la perdessero non potrebbero sperare domani di passare a quella “pacifica” con la Cina. E’ di tutta evidenza che chi controlla il “Grande Medio oriente” controlla il mondo, non solo perché avrebbe in mano il petrolio (senza il quale l’attuale modello capitalistico sarebbe impensabile), ma perché terrebbe sotto scacco tre continenti.
In questo quadro si giustifica il nostro sostegno deciso alle Resistenze islamiche e arabe. Se perdono loro perdono i rivoluzionari in tutto il mondo. Se vincono, le attuali fessure di vulnerabilità dell’imperialismo diventeranno crepe, e se ne potranno avvantaggiare le forze rivoluzionarie dell’Occidente e del mondo intero.

8. Gli avvenimenti dell’ultimo decennio confermano questa analisi generale e confortano il nostro orientamento strategico. La sconfitta della Resistenza irachena (sulla quale abbiamo ampiamente argomentato), ha causato - e non poteva essere diversamente - diversi danni al nostro movimento e alla prospettiva del Fronte antimperialista. Una causa si sostiene se è giusta dal punto di vista etico-politico, e se il sostegno è necessario nella prospettiva rivoluzionaria. Se si dovessero appoggiare solo le battaglie che si ha certezza di vincere, si finirebbe per non appoggiare nessuno e non fare nulla. Attendismo e fatalismo non ci appartengono, come non ci appartengono il volontarismo soggettivistico e il sovversivismo fine a se stesso. Tuttavia la Resistenza irachena, per quanto amaro sia stato momentaneamente il suo raccolto, non ha solo fatto da spartiacque, ha lasciato un segno indelebile, ha gettato un seme che non è stato possibile estirpare. Malgrado tutto essa ha inguaiato gli imperialisti (costringendoli a ridimensionare i loro piani offensivi), ha contribuito a determinare la sconfitta interna dell’ala più militarista e fondamentalista capeggiata da Bush, a far traballare le satrapie arabe, fornendo carburante e dando respiro alle Resistenze popolari in tutta l’area.

9. Le rivolte in Maghreb e in Egitto, per quanto diverse nelle loro dinamiche, esprimono forti caratteri comuni. L’innesco è stato sicuramente l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, che ha colpito in maniera devastante le condizioni di vita delle larghe masse popolari. Senza la pressione sovversiva di queste masse i ceti medi e gli intellettuali nulla avrebbero potuto, tantomeno cacciare i satrapi dell’Impero, chiuderli nei loro bunker, e metterli con le spalle al muro. E’ degno di nota che questi aumenti siano stati determinati, prima ancora che dalla cosiddetta legge della domanda e dell’offerta, dalla natura predatoria della finanza speculativa — il che ci riporta alle nostre analisi sul capitalismo-casinò e sul fatto che la rendita parassitaria e il gioco d’azzardo hanno da tempo sussunto l’economia manifatturiera produttiva.
E’ indiscutibile che le sollevazioni hanno poi preso la piega squisitamente politica di vere e proprie rivoluzioni democratiche, antiautocratiche e antioligarchiche. La loro dinamica mette infatti in luce che centrale nel mobilitare le masse è stata anche, oltre alla rivolta contro l’indigenza materiale, la sete di libertà e democrazia — ove per democrazia noi non intendiamo il feticcio che ne fanno i liberali, ma una norma o una procedura affinché le decisioni politiche vengano assunte a maggioranza e non alle spalle o contro il popolo ma grazie alla sua attiva partecipazione politica, senza la quale la sovranità è solo una chimera —, ciò che ha spinto le stesse formazioni dell’Islam politico a giocare, almeno sino ad ora, un ruolo di comprimari o secondario.
Ai dottrinari di memoria corta e che fanno spalluce davanti a queste rivoluzioni perché “solo” democratiche, varrà la pena ricordare che tutte le rivoluzioni dell’epoca moderna sono avvenute in contesti oligarchici, autocratici, dittatoriali. E’ dipeso dalla presenza di potenti partiti rivoluzionari se esse si sono trasformate in rivoluzioni sociali. Ed in comune con tutte le rivoluzione realmente esistite (non in quelle immaginate dai dottrinari) quelle del Maghreb e dell’Egitto hanno un altro aspetto: che avevano contro satrapie dell’imperialismo e regimi fantoccio.

10. L’assenza di potenti partiti o fronti rivoluzionari aiuta a spiegarci perché, cacciati i despota, i regimi siano ancora in piedi e tentino di ricacciare indietro l’offensiva rivoluzionaria delle masse. Ma se alla testa delle masse vi sono formazioni e correnti politiche borghesi, ciò non accade a caso. Accade per la natura democratica stessa delle rivoluzioni, che consente alle borghesie di cavalcare l’onda, accade perché veniamo da un lungo periodo storico segnato dal quasi sradicamento delle correnti di pensiero socialiste e rivoluzionarie. Accade infine perché queste borghesie godono del pur guardingo appoggio delle potenze imperialiste. Appoggio tattico e condizionato. Ai “complottisti” che voltano le spalle a queste rivoluzioni perché le loro lenti gli fan vedere solo “rivoluzioni colorate”, vorremmo ricordare che in paesi segnati da spaventose diseguaglianze sociali, da un capitalismo rachitico devastato dalla corruzione, nessun regime democratico può essere stabile ed è destinato a lasciare il posto alla dittatura. Si tratta di vedere se sarà la dittatura democratica della maggioranza, o quella dispotica della minoranza dei ricchi e dei parassiti.

11. Nessuna rivoluzione socialista ed egualitaria potrà mai vincere se non trascina ampie masse, se non si sposa con la spinta alla libertà d’ognuno di pensare,  d’informarsi, di comunicare, di muoversi; se non prende sulle sue spalle la tradizione democratica: ovvero se non promette la sovranità delle assemblee elettive, la subordinazione ad esse degli organi di sicurezza dello Stato, meccanismi decisionali pluralisti, l’indipendenza del potere giudiziario dagli altri poteri dello stato. Socialismo e libertà possono saldarsi in un tutt’uno solo grazie al sistema di procedure democratico. In attesa che la storia ci consegni una diversa e superiore modalità, questo è.

12. Che i vecchi apparati statali e militari siano ancora in piedi, che la potente spinta popolare si sia arrestata, che non si sia riusciti a procedere verso delle Assemblee costituenti, non vuol dire che i paesi che hanno conosciuto queste formidabili sollevazioni siano stati normalizzati. Al contrario. Se i militari hanno tenuto le loro posizioni, i movimenti popolari non si sono inabissati, e si vanno anzi riarticolando e strutturando, in vista del round decisivo, visto che a nessuno sfugge quanto la situazione sia precaria. Non c’è dubbio che le correnti borghesi che sono riuscite a guadagnare la testa delle sollevazioni, temendo la spinta egualitaria e democratica dal basso, si getteranno tra le braccia dei militari. Questa eventualità può essere battuta solo da un fronte unito che raggruppi, oltre alle forze socialiste e democratico-popolari, l’Islam politico. In questa direzione sembra procedere la sollevazione tunisina, unita nel rivendicare una Assemblea costituente, che è la sola via per voltare pagina davvero, spazzando via i vecchi regimi e dando vita ad una democrazia sociale e popolare.

13. La crisi storico-sistemica dell’imperialismo non impatta sui “tre fronti” in maniera omogenea ma diseguale.
Se sul “Primo fronte” essa solleva grandi masse decise a strappare autodeterminazione dall’imperialismo e dai suoi proconsoli, giustizia sociale, democrazia, libertà e dignità; sul “Terzo” prevale di converso, almeno in questa prima fase della crisi, la tendenza opposta, alla mobilitazione reazionaria delle masse.
Con poche eccezioni in Occidente, dopo una lunga fase di incubazione, vanno guadagnando consensi formazioni reazionarie, scioviniste e xenofobe. In altre parole Usa ed Europa “vanno a destra”. Non si tratta di una tendenza momentanea ma di lungo periodo, che rende altamente probabile l’affermarsi di una risposta reazionaria e non anticapitalistica alla crisi. Che sia una tendenza di lungo periodo dipende dalla conformazione sociale dell’Occidente, ovvero proprio dalla sua natura imperialistica — dove l’imperialismo non è una mera sovrastruttura ma qualifica l’insieme sistemico, la sua struttura socio-economica. Ad un capitalismo fattosi vieppiù parassitario ha corrisposto una contaminazione verso il basso, resa possibile da quella che è stata definita “cetomedizzazione generale”. Il tradizionale proletariato, o è stato afferrato (anche seguendo linee anagrafiche) dal fenomeno del cosiddetto “imborghesimento”, o è stato polverizzato e precarizzato. A fronte dell’implosione del vecchio movimento operaio, non riesce a sorgere uno nuovo, sia a causa della natura coriandolare del moderno proletariato, sia per la disfatta ideologica e organizzativa del movimento comunista.

14. Chi pensa che questa calvario sia destinato a finire presto si sbaglia. Ci vorrà tempo affinché prenda forma e si strutturi un nuovo movimento di massa anticapitalistico in Occidente. Il problema è che nel frattempo la crisi economica, sociale e politica, alimenterà la reazione, che potrebbe prendere forme extraparlamentari (simili ma non identiche a quelle fascista del secolo scorso). Una forte polarizzazione sociale è inevitabile. Il nuovo movimento anticapitalista sarà costretto ad organizzarsi in un contesto ostile, ad opporre resistenza mentre è privo di una teoria politica rivoluzionaria globale adeguata, di una strategia, di un soggetto politico dirigente. Né si vede l’ombra di un fronte unito anticapitalista, per quanto puramente difensivo.
Non si poteva imboccare la nuova fase in condizioni peggiori. Non che sia morto il conflitto sociale, che anzi, come prevedevamo, la crisi ha rianimato, ma esso è sincopato, procede a singhiozzo, per effimere fiammate, non riesce a trasformarsi in movimento resistente generale e permanente. Per di più, animati anzitutto com’è naturale dalle giovani generazioni, questi sussulti sociali non paiono secernere uno strato stabile di avanguardie, né domandare un pensiero rivoluzionario, né un programma di alternativa complessiva, oscillando tra i poli di un sindacalismo riformistico e quello di un sindacalismo sociale più o meno ribellistico.
E’ che le nuove generazioni, a causa di un lavoro in profondità compiuto dalla classe dominante negli ultimi tre decenni, sono politicamente analfabete. Esse vanno quindi alfabetizzate, ma tenendo conto che la loro coscienza non è una scatola vuota, per cui sarebbe sufficiente riempirla. La scatola va invece svuotata, poiché è ricolma di ideologia e cultura borghesi e, quel che è peggio di una visione del mondo nichilista e individualista. Svuotare per riempire equivale quindi ad una gigantesca battaglia politica e culturale, filosofica. Si sbaglia chi pensa di poter saltare questo ostacolo, affidandosi alla spontaneità del conflitto e ai suoi presunti poteri catartici, o ritenendo sufficiente riproporre il tradizionale messaggio marxista. Educazione politica, culturale e filosofica sono imprescindibili, e debbono andare di pari passo, non solo col conflitto, ma con pratiche di vita (che altri chiamano biopolitiche) solidaristiche e comunitarie, tre modalità che solo se procederanno assieme daranno vita a quella che altrimenti non può essere definita che conversione. La forza della parola è niente se non è accompagnata da una coerente linea di condotta.

15. In questo contesto la costruzione di un nuovo soggetto politico rivoluzionario ben organizzato, così come perorato dalla nostra ultima Assemblea appare un compito impossibile. Tuttavia non possiamo, proprio in quanto antimperialisti, disertare questo terreno di battaglia, limitandoci alla solidarietà, attiva ed operante, verso le Resistenze di “Primo fronte”. Se prioritario resta rafforzare il Campo come movimento antimperialista, in parallelo, dobbiamo continuare sul sentiero già tracciato, che è quello dell’impegno nella riformulazione di un nuovo pensiero rivoluzionario, quindi di una strategia adeguata e consona ai tempi che viviamo. Per quanto modesto, abbiamo contribuito a costituire un laboratorio politico-teorico grazie al quale, in questi ultimi due anni, abbiamo iniziato a mettere i primissimi mattoni, non del Partito che vorremmo beninteso, ma di un embrionale soggetto politico che si considera uno dei suoi luoghi costituenti. L’Assemblea sollecita dunque tutti i membri del Campo a dare manforte all’impresa, secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità”. La saldatura tra le Resistenze dei “Tre fronti”, per quanto ci riguarda quelli del “Primo” e del “Terzo” in cui noi ci troviamo, non può essere un’invocazione letteraria e astratta, né potrà risultare da presunti automatismi del processo storico. La saldatura ci sarà se i rivoluzionari si dedicheranno ad essa e alla causa con abnegazione e intelligenza.

 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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