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In memoria di un combattente

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E’ morto Jabbar al-Kubaysi

Un grave lutto ha colpito il movimento antimperialista internazionale e in particolare la Resistenza irachena.
Martedì 13 dicembre è morto, nel suo esilio francese, Jabbar al-Kubaysi.
Sin da giovanissimo, alla fine degli anni sessanta, decise di militare nelle file del Baath iracheno, in particolare nella sua ala sinistra.

Nel 1979, quando Saddam Hussein concentrò tutto il potere nelle mani della sua frazione liquidando l’alleanza col Partito comunista, Jabbar passò all’opposizione e fu costretto all’esilio, prima in Siria poi in Libano, infine in Francia.
Quando nel 1980 l’Iraq attaccò la neonata Repubblica Islamica dell’Iran, l’ampio fronte di opposizione di cui Jabbar era leader, e che comprendeva oltre alla sinistra del Baath iracheno i nasseriani, il partito comunista e i nazionalisti curdi, adottò una posizione di difesa dell’Iran. Jabbar condannò quella guerra come fratricida, ma non giunse a sostenere l’Iran e quindi abbandonò il Fronte popolare. A metà degli anni ‘80, assieme ad altri dirigenti, nasseriani e comunisti dissidenti, gettò le fondamenta di quella che sarà poi l’Alleanza patriottica Irachena (Api), fondata nel 1990, di cui divenne subito il portavoce.
L’aspra lotta con il regime iracheno non impedì a Jabbar e all’Api di difendere l’Iraq contro l’aggressione imperialista del gennaio 1991, e di difendere l’Iraq in occasione della seconda invasione del marzo 2003.

Noi incontrammo Jabbar proprio nei mesi che precedettero l’attacco anglo-americano. Una delegazione del Campo Antimperialista venne invitata alla conferenza dell’Api, che si svolse a Parigi nel gennaio 2003.
Jabbar svolse un intervento durissimo contro l’imminente aggressione chiamando alla massima solidarietà internazionale con l’Iraq. Già in quell’occasione Jabbar annunciò che egli ed alcuni altri esponenti dell’Api, sarebbero rientrati nel paese per prendere parte attiva nella Resistenza agli aggressori. A fianco di Jabbar, in quanto dirigenti di spicco dell’Api, c’erano Awni al-Kalemji e Ahmed Karim del piccolo Partito comunista patriottico iracheno.

Il rientro degli esponenti dell’Api in Iraq non fu un fulmine a ciel sereno. Esso venne preceduto da colloqui che l’Api svolse ai massimi livelli, nel corso del 2002, con il governo iracheno di Saddam Hussein. Colloqui che nel dicembre 2002 permisero all’Api e al partito Baath di sottoscrivere un protocollo che prevedeva la democratizzazione del sistema politico e la scrittura di una nuova costituzione. Ma per questo non ci fu il tempo.

La  guerra era alle porte, era l’ora della Resistenza armata. Jabbar rientrò quindi, dopo tre decenni di esilio e malgrado la sua età, in Iraq, per prendere parte attiva alla Resistenza. Da allora i rapporti con il Campo antimperialista si fecero strettissimi. Per alcuni mesi egli riuscì a rappresentare la Resistenza irachena a livello internazionale, partecipando a tutti gli eventi. Ne pagò a caro prezzo le conseguenze. Nel settembre del 2004 venne arrestato nei pressi di Falluja, la sua “città martire”, dagli americani, accusato di essere uno dei massimi esponenti del “terrorismo iracheno” in connubio, non solo coi fedeli di Saddam Husssein e al-Durri, ma pure con al-Qaeda.

Sconterà un anno e mezzo di carcere duro, per poi essere liberato, anche grazie alla mobilitazione, sia irachena che internazionale. Una volta scarcerato egli venne espulso dall’Iraq per imboccare la via di un secondo esilio.

Jabbar fu uno degli ospiti di spicco della grande conferenza «Con la resistenza, per una pace giusta in medio oriente», promossa dai Comitati Iraq Libero, che si svolse a Chianciano Terme il 24 e 25 marzo 2007.

Non dimentichiamo il dissidio che con lui avemmo in quell’occasione. La Resistenza irachena, dopo quattro anni di lotta accanita, stava perdendo velocemente terreno, anche a causa della degenerazione in guerra intra-confessionale tra sunniti e comunità shiita, mentre Israele aveva subito una pesante sconfitta da parte di Hezbollah dopo aver invaso il Libano. Jabbar aveva radicalizzato in senso nazionalistico le sue posizioni. Non perdonava all’Iran di aver dato semaforo verde all’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 e, per quanto rendesse onore alla causa di Hezbollah libanese, criticò con veemenza quelli di noi che auspicavano una veloce correzione di rotta della Resistenza irachena sunnita, ovvero che cessasse l’aggressione spesso indiscriminata contro la comunità shiita.

Quel dissidio lasciò il segno, ma non ci impedì di mantenere relazioni fraterne.
Con l’avvento della “primavera araba” abbiamo avuto modo di scambiare diverse opinioni con Jabbar, oramai malato. E malgrado il suo male egli seguiva giorno per giorno gli eventi, soprattutto in Siria, dove lui conobbe, ai tempi del primo esilio, gran parte degli esponenti dell’opposizione di sinistra, tra cui Burhan Ghalioun, attualmente presidente del Consiglio Nazionale Siriano e che frequenterà poi anche di recente nel suo esilio francese. Spesso lo abbiamo consultato in questi mesi, proprio per farci un’idea più precisa sull’opposizione siriana.

La sua scomparsa ci lascia un vuoto profondo.
La morte improvvisa ci ha impedito di partecipare ai suoi funerali.
Ci auguriamo che un giorno il popolo iracheno vorrà ricordarlo come uno dei suoi migliori figli.
Noi gli rendiamo onore, in quanto combattente antimperialista irriducibile e grande patriota iracheno.

 

 

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