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2012: l’anno della guerra all’Iran?

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Le minacce all’Iran crescono di giorno in giorno, e sono ormai molti gli analisti che pensano che il 2012 possa essere l’anno in cui scatterà l’aggressione israelo-americana. Tra questi il giornalista palestinese Abdel Bari Atwan, direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”, autore dell’articolo che potete leggere di seguito.

Se l’anno scorso è stato l’anno delle rivoluzioni arabe contro regimi repressivi e corrotti, che hanno umiliato i loro cittadini e calpestato la loro dignità, non è escluso che il nuovo anno sarà l’anno dell’attacco all’Iran per distruggere (o ostacolare) le sue crescenti ambizioni nucleari.

Alcuni arabi sono scettici sulla possibilità che si verifichi un simile attacco, e ritengono che esista al momento un’alleanza fra l’Iran e gli Stati Uniti contro gli arabi – e contro gli arabi del Golfo in particolare – ma la realtà sul terreno suggerisce esattamente il contrario.

Gli iraniani hanno ingannato gli americani in Iraq, e se è vera la versione del noto politico iracheno Ahmad Chalabi, secondo cui egli era un agente segreto dell’Iran ed avrebbe lavorato per conto di Teheran al fine di coinvolgere l’amministrazione Bush in una guerra sanguinosa che dissanguasse gli Stati Uniti militarmente ed economicamente (come attualmente va dicendo in giro, presentandosi come un leader patriottico che si oppone all’America), non è escluso che Washington cerchi di vendicarsi, proprio come fece con l’Unione Sovietica in Afghanistan.

L’amministrazione Obama ha ritirato tutte le sue truppe dall’Iraq in una volta, consegnando un paese intero agli alleati dell’Iran, dopo aver perso circa 1.000 miliardi di dollari e quasi 5.000 soldati. E’ ragionevole pensare che essa ingoi tutte queste perdite in silenzio?

La battaglia dell’America con l’Iran è una battaglia per il petrolio e il gas, ma soprattutto per impedire che Teheran entri in possesso di armi nucleari in grado di minacciare Israele, o per meglio dire in grado di annullare il monopolio nucleare israeliano in una regione instabile.

L’intervento militare occidentale in Libia non è avvenuto per promuovere la democrazia e i diritti umani, o per salvare il popolo libico da un dittatore ingiusto, corrotto e arrogante, ma per le ingenti riserve di petrolio e di gas; e vi sono segnali che un intervento occidentale in Algeria potrebbe essere imminente per la stessa ragione. Ciò che si sta cercando adesso è un pretesto o una copertura per giustificare un intervento.

E’ degno di nota il fatto che la maggior parte delle forze americane ritirate dall’Iraq si trovi in Kuwait e negli altri Stati del Golfo, cioè che esse non siano tornate nelle loro caserme negli Stati Uniti o nelle loro basi in Europa. Ciò significa che le possibilità che queste forze e le loro munizioni vengano utilizzate in un’altra guerra regionale sono elevate, molto elevate.

I responsabili dei paesi occidentali parlano dell’imminente imposizione di un embargo petrolifero all’Iran, accanto alle altre sanzioni economiche applicate in precedenza, come la proibizione di condurre transazioni con le banche e le società iraniane. Se venisse applicato un simile embargo, inasprirebbe ulteriormente le crescenti difficoltà in cui si sta dibattendo l’Iran, e ciò verrebbe considerato da Teheran come una provocazione diretta nei suoi confronti.

Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno applicando lo stesso scenario che utilizzarono contro il regime iracheno di Saddam Hussein, e con lo stesso pretesto, ovvero il tentativo dell’Iran di entrare in possesso di armi di distruzione di massa; ciò significa che attualmente siamo in attesa della scintilla che potrebbe innescare la guerra.

Il presidente israeliano Shimon Peres ha detto giorni fa che Israele ha delle “risposte” alla minaccia nucleare iraniana, affermando allo stesso tempo che questa minaccia “rappresenta un problema per il mondo intero”, e non solo per Israele. In occasione della riunione degli ambasciatori israeliani nel mondo egli ha aggiunto che “Israele possiede delle forze di deterrenza reali” alludendo alle testate nucleari israeliane, il cui numero è stimato dagli esperti fra 200 e 300.

Il governo iraniano segue con grande attenzione le minacce israelo-americane, e ciò spiega la decisione di compiere esercitazioni navali della durata di dieci giorni nella regione del Golfo Persico, in previsione di un eventuale attacco americano o israeliano (o anche congiunto).

Il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha minacciato apertamente di chiudere lo Stretto di Hormuz attraverso il quale passa il 40% del petrolio mondiale proveniente dai pozzi della regione del Golfo – ovvero circa 18 milioni di barili al giorno, la maggior parte dei quali provengono dal regno saudita, dal Kuwait, dagli Emirati, dal Qatar e dall’Iraq – se i paesi occidentali decideranno di imporre un embargo petrolifero all’Iran. Perciò non è un caso che questo stretto sia teatro di importanti manovre navali iraniane annunciate in precedenza.

La chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe essere il fattore che provocherà lo scoppio della prossima guerra, perché il mondo occidentale considera le forniture petrolifere una linea rossa che nessuno può oltrepassare. Forse gioverà ricordare che gli Stati Uniti issarono la loro bandiera sulle petroliere kuwaitiane durante la guerra Iran-Iraq, allorché l’Iran minacciò di colpirle per rappresaglia contro il sostegno fornito dal Kuwait all’Iraq di Saddam Hussein in quella guerra – in particolare mettendo a disposizione quattro banchine a Mina al-Ahmadi, il maggiore porto kuwaitiano, per rifornire l’Iraq delle armi, delle munizioni e delle merci di cui aveva bisogno.

Il fronte iraniano è candidato ad infiammarsi all’inizio del nuovo anno, tanto più che giornali britannici hanno rivelato che il Regno Unito ha messo a punto piani militari di concerto con gli Stati Uniti per colpire l’Iran. Inoltre il presidente americano Obama ha ripetuto più volte che tutte le opzioni sono sul tavolo per far fronte alla questione nucleare iraniana, compresa l’opzione militare.
Il silenzio occidentale di fronte a quello che sta accadendo in Siria potrebbe essere dovuto al fatto che è stato dato ascolto ai consigli provenienti dai paesi del Golfo. Questi ultimi hanno chiesto a Washington di andare a Teheran a “tagliare la testa del serpente”, come hanno rivelato i documenti di Wikileaks, ma sembra che il “serpente” sia ben consapevole di questo fatto, e si stia preparando come se ciò dovesse avvenire domani.

Il mondo occidentale sta vivendo una crisi finanziaria durissima, che potrebbe aggravarsi ulteriormente se dovesse essere chiuso lo Stretto di Hormuz portando al raddoppio dell’attuale prezzo del greggio, ovvero a 200 dollari al barile secondo le stime più ottimistiche.

Gli Stati del Golfo saranno quelli maggiormente danneggiati, sia se dovesse essere chiuso lo Stretto di Hormuz sia se dovesse scoppiare la guerra. La rappresaglia iraniana, infatti, li prenderà di mira inevitabilmente – in particolare quei paesi che ospitano basi militari americane.

Così come lo scorso anno ci colse di sorpresa con le rivoluzioni arabe, il nuovo anno potrebbe coglierci di sorpresa con una guerra regionale di cui l’Iran sarebbe il principale teatro. La violenta polarizzazione settaria a cui sta assistendo la regione, gli enormi contratti per l’acquisto di armi (aerei e missili per un valore di 120 miliardi di dollari all’Arabia Saudita e agli Emirati), la difficoltà dell’opposizione popolare a decidere a proprio favore la rivolta in Siria, l’incepparsi del processo di pace israelo-palestinese, il cambiamento radicale avvenuto in Egitto e Tunisia con la vittoria degli islamici alle elezioni – tutto ciò indica che le possibilità di una guerra sono molto maggiori delle possibilità di pace.


Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”

da Medarabnews.com
Fonte al-Quds al-Arabi
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

 

 

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