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Quell'americanata della MMT

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La Modern Money Theory o il mito della Cornucopia (prima parte)

Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

L’economia, l’abbiamo detto in passato, è sempre economia politica.

La pretesa degli economisti che la disciplina a cui si dedicano, e per cui vengono lautamente remunerati abbia, al pari della fisica o della chimica, valore di scienza esatta — che essa si fondi sui fenomeni “così come sono”, ovvero senza inferenze ideologiche — è la più insidiosa delle balle ideologiche.

Questa premessa non può tuttavia giustificare che in questo campo tutte le tesi si equivalgano o addirittura che una fesseria abbia lo stesso valore di un’idea seria, fondata su analisi rigorose.
Le cose si complicano nel campo della moneta, di cosa essa sia, delle sue funzioni. Lo stesso mondo accademico, quello in estrema sintesi della classe dominante, è diviso in un florilegio di scuole e dottrine. La MMT, tanto per essere chiari, non nasconde questa sua adesione al polifonico schieramento borghese.


C'era una volta...


Non è che gli accademici della MMT ne facciano mistero. Ecco, ad esempio, quanto afferma il divulgatore Paolo Rossi Barnard, a cominciamento della sua fatica Il più grande crimine:

«E’ semplice da capire. Ci fu un giorno di non molti anni fa in cui finalmente, e dopo secoli di sangue versato e di immane impegno intellettuale, gli Stati abbracciarono due cose: la democrazia e la propria moneta sovrana moderna. Un connubio unico nella Storia, veramente mai prima esistito. Significava questo: che per la prima volta da sempre noi, tutti noi, avremmo potuto acquisire il controllo della ricchezza comune e stare bene, in economie socialmente benefiche e prospere. Ma questo non piacque a qualcuno, e fu la fine di quel sogno prima ancora che si avverasse».

Improvvisatosi chef Barnard ci serve qui il suo piatto forte. Ne viene fuori un pasticcio per niente appetitoso. Occorre tuttavia farsi forza, superare la ripulsa e assaggiarlo per comprendere quali siano gli ingredienti di cui è composto. Già al primo boccone ne risaltano tre.

1) Il primo è che il “connubio unico nella Storia, veramente mai prima esistito” tra democrazia e moneta sovrana avrebbe dato i natali al Paese di Cuccagna, del benessere e dell’abbondanza.

2) Qual’era questo Paese di Cuccagna? Ça va sans dire, si tratta dell’Occidente e, in primis, degli Stati Uniti. Barnard si riferisce in particolare al "periodo d’oro" succeduto alla seconda guerra mondiale, al ciclo lungo di espansione economica che durò fino alla fine degli anni ’60.

3) Il terzo ingrediente è il complottismo. La trama del racconto barnardiano, salta agli occhi, è l’eterna lotta tra il bene e il male. Una trama puerilmente manichea, ma sempre efficace per persuadere l’opinione pubblica ingenua, tipo quella yankee per capirsi. Il bene, rappresentato dal modello sociale capitalistico emerso dalla vittoria americana nella seconda guerra mondiale, venne poi vinto dal male, dalla cospirazione di pochi plutocrati cattivi.

1) Anzitutto è falsa la premessa. Non è vero che democrazia e sovranità monetaria — due fattori che come sa ogni studente che abbia superato la soglia dell’insufficienza, c’erano già ai tempi dell’Atene periclea o della Repubblica romana — si siano accoppiati per la prima volta, grazie all’egemonia americana, solo nella seconda metà del secolo scorso. La storia non è evidentemente il forte di Barnard.

2) Ma soprattutto è falsa l’asserzione che la crescita economica e il benessere relativo conosciuti dal capitalismo Occidentale dopo la seconda guerra mondiale (il periodo del cosiddetto welfare state) siano stati principalmente causati dal connubio tra democrazia e sovranità monetaria — per la precisione, ma ci torneremo più avanti, dall’applicazione della politica economica keynesiana del deficit spending.

3) È infine francamente risibile addebitare la fine di quel ciclo lungo di espansione economica, precipitato nella devastante crisi della fine degli anni ’60-70, non a fattori macroeconomici, non a cause strutturali, alle contraddizioni congenite del modo capitalistico di produzione, bensì al complotto di una conventicola di plutocrati, che per l’occasione si sarebbero serviti della teoria monetarista di Milton Friedman.
Ma andiamo con ordine.


Il capitalismo e la leggenda della panacea keynesiana

La MMT, spogliata degli orpelli, non è che una versione sesquipedale della teoria economica keynesiana. Compresa l’essenza di quest’ultima avremo compreso dove vanno a parare i guru della MMT. La leggenda vuole che fu grazie alla cura proposta da Keynes che il capitalismo poté uscire dalla sua più grave crisi, quella del 1929. Ma questa è, appunto, solo una leggenda o, quantomeno solo una parte della verità.

La crisi esplosa nel 1929, che fu la più classica e marxiana crisi di sovrapproduzione, revocò in dubbio, assieme alla Legge di Say (in un’economia di mercato capitalistica si determina sempre un equilibrio tra produzione e domanda) l’idea che solo assecondando gli animal spirits del capitalismo si sarebbero avuti crescita e progresso. Quando nel 1936 Keynes pubblicò la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, era chiaro non solo a lui, ma pure ai sassi, che per venir fuori dal marasma occorreva abbandonare il dogma liberista. A sei anni dal Martedì nero, il Pil degli Stati Uniti era sceso del 38%, la disoccupazione era ai massimi, la domanda di beni era crollata e quindi i prezzi, il capitale aveva cessato di investire.

Per uscire dalla Grande depressione e innescare un processo virtuoso di crescita, anzitutto dell’occupazione, Keynes sostenne che occorreva agire su due leve: incrementare la domanda aggregata (beni di consumo e servizi) e stimolare gli investimenti di capitale. Come? Attraverso un massiccio intervento del settore pubblico, anche in deficit spending, ovvero tramite politiche di deficit di bilancio, attraverso l’indebitamento pubblico il quale, a date condizioni, non avrebbe determinato l’aumento del tasso d’interesse e incoraggiato gli investimenti privati. In questo contesto per Keynes è decisiva la politica monetaria di governi e banche centrali, quindi fare leva sul tasso d’interesse: occorreva portarlo prossimo allo zero, aumentando l’offerta di moneta, immettendo massicce dosi di liquidità nel mercato, così che i capitalisti, non trovando conveniente tesaurizzare, sarebbero stati spinti all’investimento.

Perché è una leggenda che fu grazie a questa cura che il capitalismo occidentale uscì dalla Grande depressione? Per la semplice ragione che non ne uscì affatto. Per paradosso il solo esempio di applicazione radicale della ricetta keynesiana, fu la Germania nazista (altro che connubio democratico!), che debellò la disoccupazione e venne fuori dalla recessione grazie ad un ciclopico intervento pubblico, al deficit spending sì, ma finalizzato al riarmo su grande scala e al redde rationem bellico.

 

Tabella 1

Per la verità non fu diversa la linea scelta dagli Stati Uniti d’America. Essi sì aumentarono la spesa pubblica ma anche loro, per finanziare la guerra: il 100% del Pil nel 1940. [vedi la tabella n.1]

Quindi, se proprio di “connubio” si deve parlare, egregio Dottor Barnard, non è quello immaginario tra democrazia e sovranità monetaria, ma quello ben reale tra guerra e imperialismo, del riarmo su larga scala finalizzato alla conquista dei mercati mondiali finanziato dalla spesa pubblica.

La verità è infatti che il capitalismo occidentale uscì dalla Grande depressione iniziata il 1929 solo dopo la seconda guerra mondiale, dopo aver spinto le larghe masse nella più cupa miseria, ovvero, come argutamente sostenne Marx, il capitale esce dalle sue crisi cicliche e rilancia il processo di accumulazione, solo passando attraverso il letto di Procuste di distruzioni immani di forze produttive.

Solo a posteriori, solo quando la crisi toccò il fondo della guerra, dopo che, sconfitta la Germania e contestualmente costruita la Cortina di ferro che accerchiò l’Unione sovietica; solo dopo aver diversamente ripartito il succulento mercato mondiale sotto la schiacciante egemonia americana; solo a queste condizioni i governi occidentali, quello USA in primo luogo, adottarono politiche economiche di tipo (sottolineo di tipo) keynesiano.

La domanda, a questo punto, è la seguente: furono le ricette keynesiane la causa primaria del lungo ciclo espansivo postbellico? O furono altri i fattori determinanti? E’ vera la seconda risposta.


Bretton Woods e la sconfitta di Keynes

Non c’è dubbio che gli USA furono la locomotiva che trascinò dietro di sé le economie capitalistiche occidentali. Guardiamo quindi come gli Stati Uniti uscirono dalla guerra, cioè dalla crisi.

Essendo stati il paese la cui industria è stato il principale fornitore di armi dello schieramento vincente, la loro economia era la più prospera e dinamica. Il dollaro aveva definitivamente rimpiazzato la sterlina inglese come principale moneta di scambio mondiale. New York era diventata di gran lunga la principale piazza finanziaria globale. La loro bilancia dei pagamenti era in forte attivo. Gli Usa detenevano infine, nel 1944, riserve d’oro ingenti: 24 miliardi di dollari su un totale mondiale di 36. Essi erano oramai la banca centrale del mondo.

Se la Germania era in pezzi, la Gran Bretagna non stava messa meglio: essa aveva definitivamente perduto la sua supremazia, anche perché si era dissanguata per finanziare il suo sforzo bellico, a tutto vantaggio degli USA (che armarono sì gli inglesi ma in cambio di pagamenti rigorosamente in contante).

E’ in queste nuove condizioni che si aprì, il 1 luglio del 1944, la conferenza di Bretton Woods. Fedele suddito britannico, perfettamente consapevole della oramai matura supremazia americana e nel tentativo di contrastarla, Keynes, in coerenza con la sua idea della centralità assoluta della moneta, propose un piano per un nuovo ordine monetario internazionale, il cui cardine era la creazione di meccanismo di compensazione fondato su una nuova moneta di conto internazionale (il bancor) il cui valore sarebbe stato, seppure in maniera flessibile, agganciato all’oro. Era l’abbozzo di un’unione monetaria internazionale, che contemplava una parità stabile tra le diverse valute, un equilibrio delle bilance dei pagamenti, l’accesso al credito da parte dei paesi debitori per ristabilire eventuali rotture dell’equilibrio delle partite correnti.

Il piano di Keynes venne bocciato. Gli americani, forti della loro supremazia, e intenzionati a difenderla con le unghie e coi denti, ebbero facile gioco ad imporre il loro proprio piano, quello di White, e da cui nacque il Fondo monetario internazionale (Fmi). Di quale ordine economico avessero bisogno gli Stati Uniti non è difficile da comprendere: avevano un eccesso di capitali e liquidità che doveva andarsene, per valorizzarsi, liberamente a spasso per il mondo, quindi debellare ogni protezionismo; avevano bisogno di prestare quattrini (Piano Marshall tanto per dire) e dunque di regole stringenti per i creditori; avevano bisogno che si aprissero i mercati e che i capitali potessero liberamente circolare; avevano bisogno di impedire agli altri concorrenti le svalutazioni competitive. Avevano infine bisogno di cristallizzare il dollaro come reale moneta di conto per gli scambi internazionali.


Il ciclo espansivo post-bellico e la crisi

Che poi siano state le ricette keynesiane, ovvero l’uso taumaturgico del deficit spending e l’emissione monetaria ex nihilo le due cause primarie del lungo ciclo espansivo postbellico americano è smentito dall’evidenza empirica. Non appena finita la guerra, dopo il picco del periodo bellico, la spesa pubblica del governo federale degli Stati Uniti è scesa vorticosamente, per poi tenersi costante, mentre Pil e consumi sono pressoché quadruplicati [vedi tabella n.2].

Tabella 2

Non c’è dunque alcun rapporto causale, analizzando l’economia americana (la quale, non dimentichiamolo, viene presa ad esempio dai guru della MMT), tra crescita e spesa pubblica, la quale ultima si impenna invece proprio negli anni ’80, in pieno periodo liberista-reaganiano [vedi tabella n.3].

Tabella 3

Non stiamo dicendo che un uso determinato della spesa pubblica e della moneta non influiscano affatto sul ciclo economico, stiamo solo affermando che per quanto importanti non sono per niente i fattori primari a innescare e determinare il ciclo virtuoso dell’accumulazione capitalistica, da cui per i teorici della MMT scaturisce gioco forza, e anche questo è tutto da dimostrare, il benessere generale.

Si osservi la Tabella n.4. Essa mostra i miliardi di dollari immessi dalla Federal Reserve nel sistema economico americano nell’ultimo trentennio. Da 800 miliardi circolanti nel 2007 si è passati ai 2.800 attuali! Una conferma lampante della politica monetaria iper-espansiva adottata dalla Casa Bianca, ovvero tutto il contrario del monetarismo alla Friedman. Si potrebbe affermare che l’Amministrazione Obama e Ben Bernanke stanno seguendo proprio la ricetta proposta dai guru della MMT (ed infatti essi non la disdegnano, per proporla anzi con forza ai pesi europei).

Tabella 4

Che questa terapia di stampare dollari e titoli di stato a gogò e di deficit spending serva davvero a far uscire l’economia americana dalla crisi è tuttavia da dimostrare. Nonostante il fiume di liquidità e i tassi a zero il Pil ne ha risentito ben poco, la disoccupazione resta altissima, i poveri aumentano, gli investimenti ristagnano. Per diversi analisti una nuova recessione, più grave di quella del 2008-10 è alle porte, e l’overdose di liquidità culminerà in una nuova bolla finanziaria, peggiore di quella che portò al fallimento di Lehman Brothers. Col che la MMT andrà a farsi friggere.

Ben altre furono la cause primarie del ciclo espansivo post-bellico. Quali?

1) L’applicazione sistematica, sia nell’industria, nell’agricoltura e nei trasporti, delle rivoluzionarie scoperte tecniche e scientifiche del periodo bellico, con un aumento vorticoso della produttività del lavoro;

2) l’avvento della società de consumi, ovvero la produzione su larga scala di una messe di nuovi prodotti che andavano a soddisfare una congerie multiforme di nuovi bisogni;

3) la disponibilità di petrolio di materie prime a bassissimo costo grazie al saccheggio imperialistico dei paesi semicoloniali e a spese dell’ecosistema;

4) l’adesione (tranne poche eccezioni) del movimento operaio occidentale, americano anzitutto, al modello sociale consumistico-concertativo, il suo lento incapsulamento nel sistema imperialistico;

5) anche la spesa pubblica ha avuto ovviamente un ruolo di stimolatore del ciclo economico ma, se è per questo, l’ha avuto anzitutto la spesa per il finanziamento del blocco militare-industriale e della ricerca scientifica finalizzata allo sviluppo di nuovi armamenti nella cornice della guerra fredda anticomunista.


Il tutto per dire che l’encomio che la MMT e Barnard fanno di questo periodo è una generosa e americano-centrica apologia, non solo del capitalismo, ma della sua metastasi imperialistica a stelle e strisce. Se solo Barnard riuscisse a voltare lo sguardo, ad osservare quello che lui chiama periodo d’oro da un’altra angolatura, ad esempio da quella di un boliviano, di un congolese o di un palestinese, da quello insomma dei tre quindi dell’umanità che ha sputato sangue per assicurare il benessere dell’Occidente, giungerebbe a ben altre conclusioni.

(Fine della prima parte)

 

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