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Geopolitica e antimperialismo

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Con buona pace di chi ritiene che le categorie di destra e sinistra siano obsolete o addirittura defunte, esse categorie ci aiutano invece a mettere a fuoco la natura di questa o quella corrente di pensiero. Per dire che la Geopolitica (G maiuscola per segnarne l’aspetto dottrinario, useremo la g minuscola per intendere la geopolitica in seno descrittivo delle relazioni internazionali) nacque a suo tempo, quando quelle categorie obsolete di certo non lo erano, indiscutibilmente a destra, in un ambiente con un pedigree reazionario di prima classe.

Ciò non vuol dire che si debba essere a priori contrari a tutte le affermazioni, o analisi o posizionamenti che vengono da destra. Non è, tanto per dire, che siccome fu Mussolini a dire che gli Stati Uniti erano una potenza imperialista e plutocratica, allora, dato che siamo di sinistra, noi dobbiamo affermare il contrario.

Fatta questa premessa resta tuttavia vero che una corrente di pensiero costitutivamente reazionaria, non può diventare, proprio per la sua impronta genetica, di sinistra. Questo o quel seguace possono diventare di sinistra ma, appunto, solo in quanto cambiano paradigma e idea politica. Diciamo questo perché non riteniamo possa esserci una Geopolitica di sinistra, tantomeno marxista. Quello che possiamo avere, al massimo, è che gente di sinistra, o anche marxista, a rafforzamento del proprio ragionamento anticapitalista o antimperialista, usi strumentalmente questa o quella categoria della Geopolitica. Ma con ciò non è che la Geopolitica diventi di sinistra, tantomeno rivoluzionaria. Per farla breve: certo che esiste una geopolitica (g minuscola) delle relazioni internazionali, che esistono forze, spinte e ambizioni geopolitiche che spiegano la politica degli stati, ma la dottrina Geopolitica, che è appunto una visione ideologica e assiologica, è tutta un’altra cosa.

Sette a noi paiono infatti i tratti genetici inconfondibili della dottrina geopolitica, venendo a mancare i quali essa non sarebbe più tale. (1) L’equiparazione meccanicistica dei fenomeni storici a quelli naturali; (2) La statolatria, ovvero il mito del ruolo demiurgico dello Stato; (3) La negazione che la società civile, ovvero le classi sociali e la loro lotta, siano il motore principale dell’evoluzione storica; (4) Il vero e proprio disprezzo per il popolo e specialmente del proletariato, considerati solo folla da manovrare; (5) Idealisticamente viene concesso che i popoli hanno uno spirito, ma essi non possono saperlo, mentre è dato conoscerlo solo a ristrette minoranze illuminate di sapienti; (6) Quindi l’esagerazione del ruolo che può avere la personalità nella storia, ergo il culto, non sono delle elite, ma dei grandi condottieri; (7) Di qui il complottismo per cui gli eventi sociali, economici e politici, anche quelli di grande magnitudine, sono sempre in realtà determinati dalle mosse di piccole elite e nel caso entrino in gioco grandi masse, non si tratterebbe che di burattini mossi da questo o quel gruppo di pupari.

Chiunque abbia solo un’infarinatura teoretica capisce che qui siamo agli antipodi, non solo del pensiero di Marx, ma di qualsivoglia variante di materialismo storico. Confidando sul grado medio di intelligenza e cognizione dei nostri lettori, sorvoliamo su questo aspetto. Vorremmo passare all’oggi, per mostrare dove porta la Geopolitica come dottrina. Il caso che scegliamo è fresco fresco, quello delle cosiddette primavere arabe. Anche in questo caso la Geopolitica ha assimilato, non per forza su sponde opposte, gente di destra e di sinistra, imperialisti e certi antimperialisti.

Non appena, dopo Mubarak e Bel Alì, la protesta toccò la Libia e poi la Siria, i geopoliticisti sono usciti dalle catacombe in cui erano momentaneamente confinati arruolandosi lancia in resta tra le file dei gheddafiani e poi del Baath siriano, condannando i rivoltosi libici e siriani come ascari degli Usa e della NATO. E’ bastato che a Bengasi i “ratti” rispondessero armi un pugno alla soldataglia inviata in forze dal “regime delle masse” che i geopoliticisti hanno cominciato a gridare al lupo: non c’era alcuna rivolta, fosse pure di islamisti trinariciuti, di babbei democratici, o più semplicemente di gente che si era rotta le palle di quaranta anni di dispotismo del clan Gheddafi. C’era solo un complotto orchestrato nelle capitali occidentali.

Si capisce la sordida soddisfazione di questi geopoliticisti quando, un mese dopo, il 19 marzo, ad esecuzione della risoluzione 1973 dell’Onu, la NATO diede il via alla sua operazione di supporto. Questa era la prova provata, non solo e non tanto dei disegni egemonici del blocco imperialista, ma appunto, della loro propria oracolare previsione per cui la rivolta era sin dall’inizio solo una messa in scena degli occidentali e dei satrapi qatarioti, che quindi era legittimo stroncare sul nascere, come in effetti Tripoli tentò di fare.

Non solo questo. Gli aerei NATO non avevano fatto in tempo a violare lo spazio aereo libico e la città siriana di Daraa di ribellarsi, che i geopoliticisti, in preda alle convulsioni, hanno sbottato, sputando il rospo che fino a quel momento (cioè per due mesi soltanto) avevano tenuto in gola. Tutte le primavere arabe erano finalmente liquidate come una diabolica cospirazione imperialista, per l’esattezza, di un complotto ordito dall’alleanza tra gli imperialisti e i loro “lacché” musulmani. Punto. Chiuso ogni discorso. Sbarrato ogni accesso all’analisi razionale dei fatti. Rifiuto totale di ogni disponibilità a capire la natura composita delle rivolte popolari, ad afferrare la complessità della situazioni, tantomeno di capire le ragioni degli insorti. Neanche l’ombra di commiserazione umana verso le vittime delle repressioni brutali commesse dal regime siriano, nessun fremito, neanche il più flebile, di solidarietà con cittadini stanchi di essere vessati, anzi, tutti condannati agli inferi come appestati, avallo compiacente alle operazioni per “schiantare i terroristi”.

Potessero tornare indietro (i geopoliticisti non lo dicono ma lo pensano in cuor loro) si sarebbero schierati anche dalla parte di Mubarak, Ben Alì o Saleh, che se avessero resistito e schiacciato le sommosse non avremmo avuto tutto il casino successivo. La madre degli imbecilli, sempre gravida, ne aveva sfornati anche al tempo della Rivoluzione iraniana, per cui c’erano degli idioti con tale odio verso gli oppressi, che sostennero che lo Scia tiranno venne rovesciato dagli americani perché gli dava fastidio. Per la verità qualcuno ha insinuato anche in questa occasione, che sia in Tunisia che in Egitto, i regimi sono caduti non tanto per le sollevazioni popolari ma anzitutto a causa dei desiderata americani i quali, la pecunia non poteva mancare, hanno foraggiato non solo i blogger ma i leader di Piazza Tahrir, compresi salafiti e femministe.

Dove sta quindi il punto? Sta nel fatto che come tutti i dogmatici, i geopoliticisti, pur di tenere fede ai loro assiomi non solo si privano ogni possibilità di comprendere le complessità dei poliversi sociali (riduzione delle forze sociali a mere maschere) ma, pur di far quadrare i loro conti, truccano le carte. Vale, per i geopoliticisti, solo un canone binario. Assunto come atto di fede l’appoggio incondizionato ai regimi di Gheddafi e di Bashar al-Assad, non solo ad essi venivano rimessi tutti i peccati, non solo venivano abbonate anche le più miserabili nefandezze e idiozie politiche. Le diseguaglianze sociali, i contrasti che ne derivano, se c’erano, sono stati ridotti a meri pretesti, la legittima sete di libertà, a schifezza liberale. Alcuni di loro si sono spinti a dipingere i marcescenti regimi dinastici libici e siriano come fulgidi esempi di sistemi socialisti. Roba che al confronto, i sostenitori del socialismo surreale nord-coreano ci han fatto la figura di persone serie.

Nello specifico, il teorema dei geopoliticisti, sempre stando alla nuova situazione mediorientale, si fonda su tre proposizioni centrali, quella per cui non solo le petro-monarchie del Golfo e la Fratellanza Musulmana ma pure l’islam jihadista, sarebbero delle pedine dell’imperialismo occidentale, delle mere pedine. Il cerchio si chiude. Vero o falso? Falso.

E’ il solito schema elementare: non solo i popoli, ma pure stati e forze politiche quali che siano, non sono che dei fantocci lusitani, in base al principio puerile che i più piccoli non possono che seguire gli ordini dei più grossi. In verità gli sceicchi arabi perseguono un loro disegno, che non combacia affatto con quello anglo-americano, né con quello sionista. La Siria è un esempio lampante di questa asimmetria. I regimi del Golfo premono per un rovesciamento a qualsiasi costo del regime baathista siriano, e per questo hanno comprato Ghalioun e il CNS e foraggiano l’ESL. Sapendo che un intervento USA-NATO è altamente improbabile, premono affinché la Siria sprofondi nella guerra civile. Il tutto nella prospettiva di isolare l’Iran, di isolarlo strategicamente, anche a costo di trascinare loro malgrado i riluttanti Stati Uniti nella mischia. Stati Uniti che, per bocca della Clinton, hanno nuovamente ribadito che di intervenire armi in pugno in Siria non se ne parla nemmeno. Mentre gli sceicchi auspicano una guerra civile e sono disposti a correre i rischi del caso, gli americani e anzitutto gli israeliani, temono l’anarchia militare in Siria, che potrebbe accendere un conflitto di portata mondiale. Eventualità che rifuggono, evidentemente. Almeno per il momento.

Vero è che la Fratellanza Musulmana (ne è una prova l’evoluzione di HAMAS che va recidendo i suoi legami con Tehran), dopo profonde fibrillazioni interne, anzitutto nel suo braccio egiziano più potente, ha visto il sopravvento, con l’appoggio dei sauditi e degli emirati, dell’ala più conservatrice. La saldatura tra la Fratellanza e le petro-monarchie è un fatto. Per questo forse la Fratellanza è passata armi e bagagli con l’imperialismo? Noi diamo un’altra lettura, e il dibattito interno ad HAMAS, per quello che trapela ne è la dimostrazione. La maggioranza di HAMAS ha mollato il regime siriano, del cui sostegno ha goduto, anzitutto perché lo ritengono spacciato, e in secondo luogo perché ritengono che l’appoggio di Tehran sarà rimpiazzato da quello degli sceicchi. Il tutto in un disegno strategico antisionista.

E’ sbagliato questo disegno della Fratellanza? Sì per noi è completamente sbagliato, ma da qui a sostenere che oramai HAMAS e tutta la Fratellanza sono passati dal lato opposto della barricata ce ne corre.

La verità è tutta all’opposto di quella dipinta dai paranoici geopoliticisti. La verità è che nel vicino oriente, nell’intricato gioco del vicino oriente, non ci sono pupi e pupari, ma forze e attori ognuno dei quali gioca la sua partita, ha i suoi propri scopi, e questo dentro una fase di passaggio fluida e dall’esito apertissimo e imprevedibile, in un contesto in cui di sicuro ci sono intrighi e complotti, ma la maggior parte dei quali sono destinati a fare fiasco perché la direzione di marcia degli eventi dipende anche dal protagonismo delle masse e dalle dinamiche interne ai movimenti popolari.

Vi è un caso che riteniamo esemplare a corroborare quanto diciamo, e a mettere a nudo tutta la fallacia della geopolitica. La Turchia di Erdogan e dell’Akp. Fino ad un anno fa questo paese e il suo condottiero islamico erano i vessilli dei geopoliticisti, non solo quelli di destra. Erdogan era osannato come un amato stratega che con fare astuto minava i disegni egemonici americani e sionisti. Che clamoroso schiaffo questi geopoliticisti hanno ricevuto! Essi, ora che Erdogan ha sostenuto i rivoltosi libici, ora che appoggia l’ala islamista della sollevazione siriana, ora tacciono. Non l’hanno ancora scritto, ma di sicuro pensano anche in questo caso a qualche complotto satanico ordito da CIA e Mossad. Non gli passa per la testa che Erdogan, invece di seguire i loro schemi astratti, si è reso conto di quanto devastante sia la crisi siriana a causa appunto di una rivolta dalle dimensioni di massa, che il regime siriano è spacciato, che difenderlo sarebbe sposare una causa persa. Che quindi è costretto a riposizionare la Turchia dentro il ginepraio.

Tutto questo non toglie che spesso ci siamo trovati d’accordo coi geopoliticisti, e che ci troveremo ancora d’accordo con loro, su questo o quel luogo della scacchiera mondiale. La spiegazione è semplice essendo loro antiamericani e noi antimperialisti, e dato che gli USA sono il baluardo dell’imperialismo mondiale, si spiega il comune sostegno a questa o quella resistenza. Ma questa coincidenza, appunto, è solo una coincidenza. Non è affatto un giungere alla medesima conclusione, è solo stare momentaneamente dalla medesima parte della barricata, pur avendo diversi principi, e usando diversi angoli visuali.

 

 

 

 

 

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