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Napolitano, l'antisemita

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Il sinistro Presidente e la regola del sempre peggio

I giornali di ieri (segnaliamo il Corriere della Sera ed il Messaggero) hanno scelto di parlare della manifestazione per la Palestina che si è tenuta sabato a Roma dando voce – guarda un po’ – alla Comunità ebraica romana.

Per la stampa italiana il concetto di pluralismo è tanto sbandierato quanto negato. Una negazione che raggiunge vette inarrivabili quando si tratta di Israele e della questione sionista.

 

Non è una novità, ma il titolo del Corriere è un esempio da manuale di questo modo di manipolare le cose: "Slogan anti-Israele - "Insulti ignobili".

Quali sarebbero stati questi slogan ignobili? Il breve articolo ne cita due: “Israele assassina, giù le mani dalla Palestina” e “L’antisionismo non è un reato”.

Ora, che la politica israeliana sia assassina ce lo dice la storia di un sessantennio di sangue e ce lo ricorda la cronaca quotidiana; che sia stato addirittura necessario ricordare che l’antisionismo non è un reato ci parla invece del degrado che avvolge la politica e le istituzioni italiane, in particolare quella che ha per dimora il Quirinale.

 

Siamo stati tra quelli che hanno lanciato questi slogan, denunciando in particolare le gravissime affermazioni fatte dall’inquilino del palazzo di cui sopra in occasione del suo recentissimo viaggio in Israele. Ne abbiamo già citato una delle più gravi: “Il momento della pace non può più essere differito - ha sottolineato - la pace richiede scelte coraggiose ma è anche la migliore, l’unica vera garanzia dei diritti dei popoli della regione e, fra questi, di quello di Israele ad esistere e prosperare come Stato ebraico (da Repubblica del 25/11/08).

Cosa significa “vivere e prosperare come stato ebraico” se non negare ogni diritto al popolo palestinese? Non è questa una vera e propria concezione razzista? Di più, non è questo antisemitismo allo stato puro?

Napolitano, infatti, mentre ci ha ormai abituato alla comoda equiparazione tra antisionismo ed antisemitismo che può essere solo il frutto o di ignoranza o di malafede, non si rende forse neppure conto che il vero antisemitismo è il suo.

Teorizzare uno Stato ebraico puro in Palestina, presuppone l’impurità e la cacciata degli abitanti di quella terra: i palestinesi. E’ esattamente quello che gli israeliani hanno fatto utilizzando ogni mezzo: dalla violenza quotidiana dei coloni, alla guerra, alle stragi, all’affamamento di intere popolazioni (Gaza). Ma i palestinesi, in quanto arabi, sono anch’essi Semiti, dunque i peggiori antisemiti sono i sionisti israeliani e chi li sostiene.

 

Leggiamo dal Devoto-Oli: “Sono Semiti gli Accadi (Assiri e Babilonesi), i Cananei e gli Aramei (fra i quali emergono i Fenici e gli Israeliti), infine gli Arabi, che, dopo la predicazione di Maometto, sopravvissero soli con gli Ebrei e vengono a dividere inegualmente con questi la rappresentanza semitica  nel mondo moderno”.

Se invece preferiamo la più “moderna” Wikipedia, leggiamo: “Con il termine Semiti si intendono tutti i popoli che parlano, o hanno parlato lingue collegate al ceppo linguistico semitico (tra questi Arabi, Ebrei, Cananei-Fenici, Cartaginesi, Maltesi)”.

Ora, se i semiti includono tanto gli arabi che gli ebrei, come mai il termine antisemitismo è divenuto sinonimo di anti-ebraismo, escludendo così il ben più attuale anti-arabismo? L’unica spiegazione razionale sta nel ruolo del tutto particolare che l’imperialismo ha affidato allo stato di Israele, come avamposto super-armato in un’area che si vuole assoggettare e controllare pienamente. Napolitano è perfettamente in linea con questa esigenza imperialista, ma vuole condire questa sua collocazione con disquisizioni terminologiche su antisionismo ed antisemitismo che non si reggono in piedi.

 

Del resto il personaggio ha una storia, e l’ha raccontata al quotidiano israeliano Yediot Ahronoth, con un’intervista che così si apre: “Il mio primo incontro col presidente Peres avvenne nell'autunno 1986 a Gerusalemme, nel suo ufficio di ministro degli Esteri. Aveva appena lasciato l'incarico di primo ministro. Quella nostra prima, lunga e schietta conversazione lasciò in me una profonda impressione. Poi ci siamo incontrati tante altre volte, in Italia e all'estero. Si è davvero stabilito tra noi un forte legame di stima reciproca e di amicizia”.

Veniamo così a sapere che Napolitano, in quegli anni considerato il ministro degli esteri del Pci, già nel lontano 1986 iniziava la sua “amicizia” con Shimon Peres.

Già, Shimon Peres...e il 1986. Ma di cosa avranno parlato in quel loro primo incontro? Peres, come praticamente tutti i dirigenti israeliani, ha costruito la sua carriera nell’esercito, dai tempi dell’Haganah, alla guerra del Sinai, fino alla collaborazione con Moshe Dayan. Ma il 1986 è l’anno successivo al bombardamento della sede dell’OLP a Tunisi (1° ottobre 1985) che provocò la morte di 70 dirigenti palestinesi. E proprio Peres, allora primo ministro, aveva deciso quell’attacco in spregio ad ogni norma del diritto internazionale. Chissà se ne avranno parlato…

Dieci anni dopo (18 aprile 1996), Peres è di nuovo il primo ministro che decide l’attacco su un rifugio delle Nazioni Unite in Libano presso Cana. Bilancio: oltre cento civili palestinesi (prevalentemente donne e bambini) restano uccisi sotto le bombe israeliane. Anche di questo avranno parlato nei tanti incontri successivi?

Non lo sappiamo, ma di una cosa è impossibile dubitare: la validità scientifica della regola secondo cui in Italia ogni presidente della repubblica ha il misterioso potere di far rimpiangere quello precedente. Con un predecessore come Ciampi era davvero dura, ma Napolitano è uomo dalle imprese impossibili. Vergogna!

 

La Redazione   

 

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