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L’eurozona va sciolta, altrimenti Berlino ci condurrà al disastro

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Le elites tedesche stanno imponendo all’Europa un’austerità estrema. Il retroterra ideologico: ci si salverà solo imitando il modello tedesco fondato sulle esportazioni e sulla politica salariale deflazionistica. Solo con un simile trattamento la periferia dell’Unione Europea (UE) potrebbe recuperare competitività. Così queste economie sono spinte in una profonda recessione di cui non si vede la fine. Decine di  milioni di persone sono costrette ad una miseria senza precedenti, che per decenni si riteneva superata nell’Europa capitalista. Alla fine anche la Germania entrerà nel vortice della crisi, visto che sta distruggendo il suo mercato interno. C’è un’unica soluzione: la dissoluzione dell’eurozona.

I. Crisi della distribuzione disuguale
II. L’UE sotto l’egemonia tedesca
III. Unica soluzione: la dissoluzione dell’eurozona
IV. Rompere con il capitalismo - casinò


Questa catastrofica crisi costituisce al tempo stesso una grande opportunità: in alcuni dei paesi più colpiti il dominio dell’oligarchia finanziaria europea potrebbe essere rovesciato.
Provando ad analizzare la crisi acuta degli ultimi cinque anni, e ciò che la ha preceduta, è consigliabile distinguere fra due livelli, uno globale ed un altro specifico europeo. Quest’ultimo è connesso alla effettiva costituzione della UE e al predominio economico della Germania, combinati con la debolezza politica delle elites. Questa situazione innesca una poderosa amplificazione della crisi, che così può far cadere l’intero sistema.


I. Crisi della distribuzione disuguale


1. La tendenza di fondo dei tre decenni passati è stato il sistematico incremento della disuguaglianza nella distribuzione, non solo fra nazioni ma anche fra gli stessi stati centrali (ricondotta spesso sotto i concetti di neo liberismo e globalizzazione). Così la forbice fra potere d’acquisto e capacità produttive si sta divaricando. Ci sono molti nomi per questo fenomeno, a seconda della scuola di pensiero cui si appartiene o degli aspetti che si sottolineano: sovra accumulazione, sotto consumo, risparmio…….

2. L’altra  faccia di questo fenomeno è il capitale accumulato, che  non può essere impiegato in investimenti produttivi a causa della debolezza strutturale della domanda.

3. Il capitalismo – casinò nacque in queste circostanze. Cercando rendimenti il capitale entra nella sfera speculativa e tale movimento è stato sistematicamente supportato dal sistema dominante. Gli iniziali fuochi d’artificio delle Borse e i prezzi della attività immobiliari sembrano aumentare senza fine: si è così gonfiata una bolla creditizia gigantesca, infinitamente superiore alla produzione sociale. Questa tendenza avanza secondo lo schema Ponzi, fino a che le aspettative di rendimento restano alte (non necessariamente i rendimenti stessi). Ricordate Ackermann, l’amministratore delegato di Deutche Bank, quando al culmine del rigoglio dichiarò un tasso di rendimento del 25%. Ciò in un quadro generale di bassi tassi di interesse, che rifletteva la mancanza di occasioni di investimenti industriali.

4. L’esplosione del credito ha favorito la prosecuzione dei consumi, nonostante una potenziale debolezza della domanda. L’esempio più illuminante è quello dei mutui subprime statunitensi. La classe media è stata spinta al credito al consumo tramite ipoteche sulle abitazioni. I prezzi immobiliari sembravano aumentare irreversibilmente, aggiungendo benzina al ciclo economico. I titoli garantiti da ipoteca hanno trovato investitori in tutto il  mondo.

Debito totale in % al Pil - il 1929 è un granello di sabbia rispetto a questa montagna    

5. Ma la svolta arriva. Il rischio si è trasformato in prudenza, cui ha fatto seguito il panico. Lo schema Ponzi è collassato. (Lo speculatore – truffatore Madoff è la tipica immagine del milieu di borsa). Lehman Brothers è collassata, trascinando nel fallimento altre banche. Milioni di persone hanno subito pignoramenti. Nel 2007/2008 la bolla era bucata, ma i governi corsero a riparare i buchi per evitare l’implosione. Se soprattutto Washington non avesse reagito velocemente, l’evento avrebbe potuto provocare un collasso globale. Solo il piano di salvataggio dei mutui subprime (che è difficile da separare dalle altre misure) è stato pari a circa 700 miliardi di dollari, più o meno il 5% del PIL.

[Prezzi immobiliari negli USA, potenzialmente in ulteriore ribasso]

Le eccessive richieste dei creditori (l’altra faccia del debito) sono state ridotte. Il principale effetto di una crisi del capitalismo, la massiccia distruzione di capitale per frenare queste richieste, non si è ancora verificato. Il capitale finanziario è stato salvato dal default con garanzie e trasferimenti diretti di capitale dai governi. Il rischio privato, che era stato ufficialmente sostenuto e fomentato, alla fine è stato assunto dallo stato secondo il motto “privatizzare i profitti, nazionalizzare le perdite”. (Un esempio lampante è il Credit Default Swaps o CDS. Si tratta di un’assicurazione contro l’insolvenza di obbligazioni sovrane (degli stati, n.d.t.). Comunque per l’assicuratore non c’è l’obbligo di detenere una quota del capitale. Lo schema dell’affare è convincente: prendi il premio, in caso di danni non puoi pagare, giri allo stato per il salvataggio). L’ammontare del trasferimento al capitale finanziario varia da stato a stato e dipende pure dal calcolo. Si può supporre che per gli Stati Uniti è circa il 10% del PIL. Queste misure di emergenza hanno portato ad un aumento del debito sovrano (debito pubblico, n.d.t.), generando così una pressione per l’austerità.


[Il costo dei salvataggi è grande ma non è arrivato al punto di riferimento del New Deal]

Successivamente il consumo è diminuito, ma non è precipitato come sarebbe avvenuto senza l’intervento statale. Il deficit delle partite correnti degli USA si è dimezzato fino al 2 – 3% del PIL, ma l’economia mondiale dipende ancora dalla domanda degli USA.



[Il picco del 2009 è stato provocato dal programma Cash for Clunkers]


[Partite correnti negli Stati Uniti]

6. La politica monetaria è l’altro fronte delle misure di emergenza. La Federal Reserve ha portato i tassi quasi allo 0%, prestando denaro alle banche praticamente gratis. Inoltre la Fed sta attuando il suo terzo programma di acquisto dei titoli di stato, chiamato Quantitative Easing (QE), inondando di liquidità i mercati di capitale. Il suo importo è stimabile al 5 – 10% del PIL. Molte voci, soprattutto dalla Germania, avvertono delle conseguenze inflazionistiche. Ma non c’è svalutazione monetaria. Una ragione di ciò è che le banche non iniettano denaro nell’economia reale: da un lato, per ciò che riguarda i prestiti sono contrarie al rischio; dall’altro le aziende non investono e dunque la domanda di credito è bassa. Ma in realtà i soldi finiscono in un’altra bolla speculativa.

Si scrive di una ripresa degli Stati Uniti, si parla di reindustrializzazione, si invidia il calo dei costi energetici solo per ammettere, alla fine, che l’economia degli Stati Uniti resta stagnante. Alcuni osservatori opinano che il QE è appena sufficiente per evitare una contrazione deflazionistica.
Gli Stati Uniti godono del “privilegio esorbitante” di emettere la moneta di riserva mondiale. Possono svalutare le loro passività a danno dei loro creditori. In nessun altro luogo la monetizzazione del debito funziona meglio che negli Stati Uniti. Anche se il valore del dollaro tende a diminuire, i buoni del tesoro USA sono ancora l’investimento più sicuro. Qualsiasi altro stato avrebbe dovuto affrontare la fuga di capitali e sarebbe stato costretto ad aumentare i tassi di interesse, ma Washington continua ad ottenere credito gratis.

**********

In molte occasioni la politica statunitense è stata definita keynesiana, definizione pessima agli occhi dei liberali tedeschi. Ma questo, al più, vale per la politica monetaria. Anche se non esiste una chiara definizione di cosa significa esattamente keynesismo, è chiaro che il suo nocciolo è lo stimolo attraverso la domanda pubblica. Nel New Deal la domanda fu generata con la redistribuzione dall’alto verso il basso, finanziando la spesa pubblica. Oggi le politiche ufficiali sono tutte schierate in difesa della diseguale distribuzione della ricchezza. Il problema: la ricchezza accumulata al vertice della scala sociale non viene convertita nella stessa misura in domanda dei consumatori dal basso. Inoltre: nessuno parla di aumentare la spesa pubblica. Il dibattito investe solo l’ammontare dei tagli.


II. La UE sotto l’egemonia tedesca


In merito alla reazione di medio termine alla crisi, emergono differenze fra gli USA e l’Europa e soprattutto la Germania, potenza leader. Ciò per una serie di ragioni. La più ovvia è che l’UE non è uno stato unitario, contrariamente agli USA. Non si tratta di un problema di disomogeneità economica, visto che pure negli Stati Uniti ci sono notevoli differenze interne, ma di potere politico. Berlino rifiuta di assumere la responsabilità finanziaria per gli stati membri, mentre impone loro la sua politica economica. La discrepanza fra potere economico da un lato ed egoismo e miopia politica dall’altro non spiega sufficientemente le politiche tedesche. La fissazione dogmatica della stabilità monetaria è unica al mondo, è un aspetto idiosincratico.

Guardiamo più da vicino questa politica che sta spingendo l’UE verso il baratro. L’eurozona è stata costruita secondo i parametri della politica economica e monetaria tedesca. Come la Bundesbank anche la BCE non rispetta la volontà dei titolari della sovranità, ma risponde esclusivamente all’oligarchia finanziaria.

(Peso % del Pil dei singoli paesi sul totale UE)

Per imporre questo obiettivo alla zona monetaria – di cui la Germania è solo un primus inter pares, rappresentando appena un quarto del PIL della zona – il trattato di Maastricht del 1992 ha prescritto un’austerità permanente. Il debito pubblico non deve eccedere il 60%, mentre il deficit pubblico annuale non deve superare il 3% del PIl. I tassi di interesse sono stabiliti allo scopo di tenere bassa l’inflazione, anche a costo di ostacolare gli investimenti.

E’ indicativo il fatto che il precursore dell’Euro, cioè il Sistema Monetario Europeo (SME), crollò nello stesso anno a causa dell’intransigenza tedesca. I tassi di cambio delle valute europee erano stati fissati uno contro l’altro nell’ambito di una ristretta banda di oscillazione del 2,25%. Per paura dell’inflazione dopo la riunificazione tedesca la Bundesbank aveva elevato il tasso di interesse primario. Di conseguenza il capitale fluì dagli stati periferici alla Germania. La periferia dovette reagire con tassi di interesse ancora più alti, spingendo i costi del finanziamento a livelli insostenibili e strangolando così l’attività economica.

[Tasso di interesse primario tedesco – linea continua]

L’Europa fu spinta nella recessione e la pressione sulla periferia a svalutare andò crescendo. Alla fine i rapporti dello SME crollarono e molte monete furono svalutate. La banda di oscillazione dovette essere fissata al 15%. Allora fu la Germania a pagare il prezzo più alto con un decennio di recessione. Nel frattempo la periferia riuscì ad avere tassi di crescita più elevati. Le partite correnti rimasero più o meno in equilibrio. Francia e Italia riuscirono anche a raggiungere un surplus. Gli enormi squilibri economici degli anni 2000 sono esplosi con la creazione della moneta unica, uno SME estremamente radicale.

[Negli anni ’90 le partite correnti fra nord e sud Europa erano più o meno in equilibrio. E’ stato l’Euro a condurre rapidamente al tilt]

[Il peso della Germania da un lato e della Spagna dall’altro espresso in valori assoluti]

[Dopo la rottura dello SME, l’Italia industrializzata fu capace di conseguire dei surplus. Con l’Euro il deficit dell’Italia è cresciuto più rapidamente di quello di altri stati]

[I dati mostrano che i più piccoli Paesi Bassi hanno seguito la stessa politica economica della Germania. Si può vedere la differenza strutturale fra Francia e Italia da una parte e Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda dall’altra. Quest’ultima è potuta arrivare al turn – around, secondo le esigenze delle elites finanziarie]

Dopo la sua introduzione l’Euro sembrava essere un successo travolgente. Gli svantaggi delle valute deboli, costrette a pagare interessi più alti nel mercato dei capitali, svanirono. Il risultato fu una terribile bolla creditizia, più grande di quella che sarebbe stata prevedibile senza le specifiche circostanze di una valuta comune. Innanzitutto il settore privato e le aziende hanno generato un’esplosione dei consumi e dei prezzi degli immobili, esemplificata dalla bolla immobiliare spagnola. I costi unitari del lavoro furono spinti in alto dal generale aumento dei prezzi, in modo non corrispondente agli aumenti di produttività. Nel frattempo la Germania aveva intrapreso una politica di deflazione salariale (Agenda 2010, Hartz IV). Le partite correnti non solo dei paesi dell’estrema periferia come Grecia e Portogallo, ma anche semicentrali come Italia o Francia si sono volte al negativo in misura senza precedenti. Si è così prodotto un tilt che i parametri di Maasrticht non facevano prevedere né hanno scongiurato. Al contrario, la Germania stava celebrando il suo “miracolo economico”. Surplus pari al 7% del PIL sono stati letti come segni di forza e non come acuto sintomo di crisi. Questo sarebbe continuato fino a quando l’eccedenza di capitale non è rifluita verso la periferia come crediti da remunerare.

[Costo del lavoro unitario: cambiamento radicale in Irlanda a causa dell’austerità]

[Tasso di crescita dell’investimento nelle costruzioni 1995-2007]

[PIL del settore costruzioni: anomalia spagnola e tedesca]

I disavanzi delle partite correnti sono una cosa pericolosa, tranne che per le economie centrali. Solo i paesi con riserve in valuta se li possono permettere per un periodo più lungo senza danno. Dato che gli USA denominano le passività solo nella propria valuta, che inoltre hanno già ottenuto gratis per vari anni, essi non rischiano molto. In misura minore, ciò è vero anche per la Gran Bretagna. In altre parole: le economie di Stati Uniti (e Gran Bretagna) sono in grado di costringere il resto del mondo a prestar loro capitale alle condizioni da loro pretese (altra questione è se questo può andare avanti per sempre). Per tutte le altre economie capitaliste, che prevalentemente prendono a prestito in valuta estera o debbono pagare alti interessi, la permanente importazione di capitale (necessaria per definizione a coprire i disavanzi delle partite correnti) è una ricetta per il tonfo. Quando il ciclo volge al termine e la bolla creditizia scoppia, le loro valute finiscono sotto pressione. O difendono la loro moneta aumentando gli interessi, uccidendo l’attività economica, oppure decidono di svalutare, spingendo i debitori in valuta estera al default. Dunque le economie più periferiche cercano di avere avanzi nelle partite correnti. Da ciò deriva la capacità di Stati Uniti & Co. di finanziarsi a condizioni vantaggiose. La globalizzazione porta al rovesciamento del vecchio principio dell’Impero Britannico, prima dominante anche negli Stati Uniti, secondo cui il capitale viene esportato dal centro alla periferia. Martin Wolf del Financial Times commenta così tale strana inversione: “Ora il capitale scorre controcorrente, dal mondo povero verso i paesi più ricchi.”

Questo meccanismo non ha funzionato nell’eurozona, o è entrato piuttosto tardi a causa della moneta comune. Solo con lo scoppio della bolla creditizia mondiale, il capitale finanziario è entrato nel panico e ha cercato di fuggire dal sud dell’eurozona. I tassi di interesse sono esplosi. In barba all’Euro, il vecchio differenziale fra gli interessi è ricomparso, ma con un’esposizione debitoria molto più elevata, innanzitutto nel settore non statale. Con i salvataggi i costi sono stati riversati sul settore pubblico, guidato dall’idea centrale di salvare le banche del centro.

E’ importante notare che il debito pubblico non è né la ragione né il contesto centrale della crisi, ma solo un fenomeno. L’ossessione che investe il debito pubblico, cha imperversa fin dal trattato di Maastricht, distrae dalle ragioni sistemiche della crisi e implica come rimedio principale drastici tagli di spesa pubblica.

La prima reazione delle elites tedesche è stata il rifiuto della condivisione del rischio per la moneta comune e dunque per tutte le economie della zona Euro. I tanto nominati Eurobond avrebbero messo fine al panico del mercato dei capitali che ha devastato la periferia, avrebbero diminuito la differenza fra gli interessi, avrebbero rimosso il debito pubblico dal centro della scena e avrebbero alleggerito l’austerità. Sicuramente non avrebbero potuto risolvere la crisi, ma avrebbero potuto aiutare ad affrontarla allo stesso livello di USA o Giappone. Ma l’oligarchia finanziaria tedesca non ha voluto rinunciare ad una frusta con cui si può costringere all’austerità e alla svalutazione interna. Hanno voluto salvare le loro banche, i loro capitali e assicurarsi che i loro debiti fossero scontati. Ma ciò significa anche che nell’ultimo istante prima dell’insolvenza essi hanno comunque fatto un passo dentro, anche perché i loro partner anglosassoni hanno voluto che essi lo facessero. Sotto la troika è stato creato un sistema di crediti di emergenza (ESEF e ESM), vincolati alle famigerate condizioni imposte dal FMI. Nei confronti della Grecia si è arrivati ad attuare una autentica potatura, cha ha favorito molto i creditori privati. A Cipro anche i creditori privati sono stati parzialmente chiamati a pagare, anche perché essi in larga parte non appartenevano all’oligarchia tedesca.

I programmi di austerity mirano alla c.d. “svalutazione interna”. Dovrebbero produrre lo stesso effetto che produrrebbe la svalutazione della moneta, cioè ristabilire la competitività delle esportazioni regolando il tasso di cambio. Ma ci sono differenze importanti: la svalutazione della moneta impoverisce l’intera società, eccezion fatta per i possessori di valuta estera. Salari, affitti, debiti, attività etc. mantengono i loro rapporti fra loro, mentre cambiano di valore in relazione ad altre valute. Il che non solo è socialmente più equilibrato, ma sostiene anche l’industria nazionale poiché i prodotti stranieri vengono spinti fuori mercato perché aumentano di prezzo. La svalutazione interna invece colpisce innanzitutto le classi subalterne, investendo gli strati sociali più elevati solo in modo indiretto. Salari e movimenti di denaro diminuiscono, debiti ed interessi inizialmente mantengono il loro livello e cadono solo con la conseguente spirale recessiva.

Può un tale programma avere successo? Forse può funzionare per le piccole economie con determinati presupposti, come l’Irlanda: se i costi di produzione sono tagliati fino a che la competitività sia raggiunta, se la popolazione accetta il declino sociale, quando i prodotti possono essere venduti sul mercato mondiale senza alterare troppo i rapporti complessivi, dato che l’incidenza di una piccola economia sul PIL mondiale è trascurabile.

Ciò non vale per le grandi economie dell’Europa meridionale. Innanzitutto la popolazione non accetterà tagli agli standard di vita compresi fra 1/3 e la metà senza opporre resistenza. Il vecchio sistema politico non può imporre il programma delle elites. Inoltre non c’è spazio per grandi esportazioni sul mercato mondiale. Se tutte le economie europee simultaneamente riducono il loro consumo interno in tutti i settori (pubblico, aziendale, familiare) e intraprendono la via dell’export per la crescita, una forte contrazione necessariamente farà seguito al completo collasso della domanda. Storicamente l’Europa scambia prevalentemente al suo interno, mentre le partite correnti aggregate con il resto del mondo sono state più o meno equilibrate. Gli Stati Uniti come spenditori di ultima istanza sono ormai saturi.

La zona euro ha una via d’uscita sotto il dominio dell’oligarchia finanziaria? La costruzione di uno stato europeo fortunatamente può essere esclusa, anche se alcuni intellettuali “di sinistra” si pavoneggiano con questo incubo. L’oligarchia non è stata neppure in grado di fondare l’unione bancaria, che avrebbe significato per la Germania scambio di garanzie con il controllo. La linea scelta dalle elites tedesche e imposta al resto dell’Europa porta ad una recessione catastrofica, che prima o poi investirà anche il centro. Dato il contesto economico mondiale di crisi, non c’è posto per un’Europa centro di surplus da export, che si aggiungerebbe agli altri già enormi squilibri mondiali.

La politica economica tedesca sfiora l’assurdo se si tocca la politica fiscale. Essi gestiscono un avanzo di circa il 5% del PIL nelle partite correnti, il prestito è praticamente gratuito – galleggiano su un oceano di capitale inutilizzato – ma Berlino si impegna comunque per un deficit zero e mantiene la deflazione salariale. Sono preoccupati per la loro competitività, punto questo che osservatori educati dal mainstream neoclassico potrebbero ritenere plausibile. Solo invocando la giustizia sociale si potrebbe sostenere che questo avanzo del 5% non è altro che salario non corrisposto da trasferire al popolo lavoratore. Se avessero favorito i consumi avrebbero fornito uno stimolo all’economia tedesca ed europea. Ma la crescita sviluppa un effetto induttivo alimentando il ciclo capitalistico. Cresce l’investimento e così fa la produttività del lavoro. La competitività quindi non si riduce automaticamente con l’aumentare dei salari.

Berlino si avvinghia alla sua linea anoressica mentre perfino il FMI ha espresso alcuni dubbi. La recessione senza sosta approfondirà la crisi del debito di tutti i settori e alla fine condurrà al fallimento anche stati più grandi. Fino ad ora la troika è intervenuta proprio all’ultimo momento, anche se Berlino aveva rifiutato di farlo. Le misure di emergenza ruotano intorno ai seguenti elementi: quota di rischio ed entità delle garanzie, drastici tagli con un controllato coinvolgimento dei creditori, attenuazione dell’austerity.

Può essere che Berlino, con le spalle al muro, farà qualche sporadica concessione. Ma non sembra che tali concessioni siano sufficienti ad evitare la rottura della zona Euro. Non solo le elites e i loro ideologi liberali continueranno a mettere il veto a sostanziose misura di emergenza, ma c’è una potente voce della classe media tedesca che semplicemente “non vuole pagare per il sud pigro”. Contrariamente alle elites, essi non sono consapevoli del fatto che l’intero assetto dell’eurozona favorisce gli affari tedeschi. A loro non importa se il complessivo progetto dell’Euro e dell’Unione Europea fallisce, perché non hanno ambizioni imperiali.

Le elites tedesche stanno distruggendo la zona Euro e stanno pesantemente danneggiando la UE, provocando la più grave crisi europea dalla seconda guerra mondiale. Sono inette per un dominio regionale e tanto meno globale, e questo va bene! Hanno perso due guerre e ora non riescono ancora una volta ad unificare l’Europa sotto la loro guida. Non è difficile prevedere che l’Europa politicamente sarà travolta.


III. Unica soluzione: la dissoluzione dell’eurozona

Nel più colpito sud Europa la resistenza popolare aumenta. Soprattutto in Grecia ed in Italia gli attuali sistemi politici sono in declino perché impongono gli interessi dell’oligarchia finanziaria europea. Nei due paesi le vecchie elites hanno perso consenso elettorale.

Ad Atene la democrazia parlamentare è stata gradualmente sospesa e sostituita da una amministrazione coatta della troika. Il principale partito di opposizione Syriza ha almeno in parte un impulso antisistema. Anche se l’Euro è stato proclamato intoccabile pure da Syriza, quest’ultimo tabù è in corso di smantellamento. Da un'altro versante Nuova Democrazia, come rappresentante del programma di Berlino, si potrebbe stabilizzare intorno alle vecchie elites e ad una parte di ciò che resta del ceto medio.

Anche in Italia, che è molto più centrale, la situazione è bollente. A differenza che in Grecia, perfino settori delle classi più elevate contestano le imposizioni di Berlino e della troika. I servi di questi ultimi sono stati ridotti ad un terzo dell’elettorato. Grillo rappresenta la speranza e la volontà di una rottura profonda con il vecchio sistema e riunisce non solo le classi povere ma anche alcuni imprenditori colpiti dalla crisi. Poi c’è il pagliaccio Berlusconi che sa come giocare con i sentimenti contrari all’oligarchia europea. Senza sostanziali concessioni da Berlino, il governo Letta non durerà a lungo. Ma Berlino sottostima il pericolo con un misto di arroganza e ristrettezza mentale e continua a premere su Roma.

Anche in Portogallo e Spagna aumentano rincrescimento e disordini contro i governanti, anche se in modo politicamente meno articolato. Dunque i sistemi politici non sono in pericolo nello stesso modo. Data la profondità della crisi sociale, i cambiamenti politici possono essere rapidi e travolgenti, derivanti praticamente dal nulla.

Nel sud l’idea di lasciare l’Euro si sta affermando sempre di più, dato che il massacro sociale è condotto in suo nome. Tutte le idee si stanno cristallizzando su come fermare il disastro. Per ora esse non sono ancora pienamente formulate. Sullo slogan di lasciare l’Euro possono convergere diversi interessi sociali, cosa che lo rende adatto come base per un’ampia alleanza popolare. Conflitti saranno comunque inevitabili.

L’Italia è stata un’importante potenza industriale gravemente indebolita dall’Euro.
L’imprenditorialità è sempre stata politicamente debole, mentre sociologicamente parlando è molto ampia. Anche lì l’idea di lasciare l’Euro si sta diffondendo. Gli italiani vogliono dare un forte segnale di protesta alla troika e a Berlino. Il ripristino di una lira svalutata farebbe aumentare i prezzi dei prodotti stranieri e alla fine genererebbe domanda per l’industria italiana. Le pesanti condizioni di austerità possono essere sintonizzate sul basso e uno stimolo potrebbe esser prodotto da una nuova domanda pubblica. Un programma keynesiano molto moderato.

Probabilmente un’uscita dall’Euro sarebbe seguita da una situazione di insolvenza, poiché il capitale cercherebbe di fuggire spingendo in alto i tassi di interesse.  Ma soprattutto l’Italia ha il vantaggio che il suo debito è prevalentemente interno, il che rende più facile un taglio e la trasformazione in titoli denominati in lire ed ostacola la tendenza alla fuga. Di fronte a un tale fatto compiuto l’oligarchia finanziaria internazionale cercherebbe di evitare un totale fallimento e potrebbe concedere una ristrutturazione del debito con la speranza di contenere l’onda d’urto sul sistema globale.

Un passo del genere potrebbe attirare un  settore delle elites, perché in parte promette una soluzione alla crisi di leadership politica del paese. Chiunque tenti una tale audace mossa ha bisogno del sostegno della maggioranza e lo otterrà.

In Germania ed in altri stati del centro la situazione politica è del tutto differente. L’opposizione di sinistra alla linea della deflazione salariale (Hartz IV) è esaurita. Un programma keynesiano non è in grado di ottenere il consenso della maggioranza. Il ruolo egemonico recentemente acquisito dalla Germania (che non era così evidente neppure 5 anni fa) ha comportato un cambiamento politico favorevole alle elites. Se c’è una voce contro la linea Merkel essa è guidata dalla “Casalinga sveva” contro le garanzie, i prestiti di emergenza e la politica monetaria espansiva (per esempio Hans – Werner Sinn, professore di economia).  Tale opposizione contiene una pesante dose di sciovinismo sociale contro il sud e se non invita attivamente allo scioglimento dell’Eurozona, essa sarebbe comunque la conseguenza del suo approccio. Nel frattempo “Alternativa per la Germania” fa apertamente campagna per desistere dall’Euro e ha sviluppato una notevole pressione sulla linea Merkel, rendendo così sempre più politicamente costose per la CDU le future misure di salvataggio.
In Germania occorre dar voce all’opposizione dell’Europa meridionale come campagna per la dissoluzione della zona Euro. L’opposizione filistea all’Euro è certamente il male minore rispetto a Merkel, Ackermann ed Asmussen. Un coinvolgimento della Germania nella fine dell’Eurozona offrirebbe il vantaggio che la rabbia popolare per la crisi, che alla fine va a colpire anche la Germania, verrebbe diretta più contro le proprie elites che contro il sud.


IV.  Rompere con il capitalismo - casinò


Nell’Europa meridionale, soprattutto in Italia, una specie di “fronte popolare” interclassista contro le imposizioni della troika sembra possibile. Il programma potrebbe sintetizzarsi in un capitalismo nazionale e produttivo, secondo una linea keynesiana, in contrasto con il capitalismo – casinò globale.

E’ possibile? Dato che non ci sono significative forze anticapitaliste, questa sembra la sola ed unica possibilità. E comunque saranno necessarie mobilitazioni e lotte popolari gigantesche e potenti per costringere alla rottura con il vecchio regime. Pezzi delle elites e componenti capitaliste simpatizzanti per un programma keynesiano cercheranno comunque di mantenere i loro legami con il vecchio regime, ammorbidiranno l’attacco e proveranno a limitare molto il terremoto. Essi non sono in grado, da soli, di andare avanti e sferrare il colpo decisivo all’oligarchia.

Ma la questione cruciale è che il keynesismo può funzionare solo se le elites capitaliste tengono le redini nelle loro mani (si veda il New Deal o il “Miracolo economico” europeo). Una certa mobilitazione dal basso per mostrare alle elites i costi dell’alternativa non farà certamente male ad un progetto keynesiano. Anzi, è addirittura necessaria. Ma non appena le elites temeranno seriamente di perdere il controllo della situazione, le cose andranno diversamente. Il capitale cercherà di fuggire, privando la società di risorse decisive.

A questo punto diventeranno necessarie misure che porteranno profondi cambiamenti nella società e provocheranno feroci conflitti con le classi capitaliste:

1. La prima ed immediata misura dopo l’annuncio dell’uscita dall’Euro è il blocco della fuga dei capitali. Sulle transazioni di capitale saranno attuati controlli che perfino l’oligarchia dell’UE ha accettato nel caso di Cipro in violazione delle sue stesse regole.

2. Il secondo passo è una moratoria sul debito, con la disponibilità alla sua ristrutturazione (leggi insolvenza), ma lasciando l’opzione di fallimento completo verso i creditori appartenenti all’oligarchia finanziaria internazionale. La condizione per un accordo deve essere la fine della politica della troika. La porta al mercato dei capitali va tenuta aperta, ma non ad ogni costo. Richiesta minima deve essere il programma keynesiano illustrato prima. I creditori nazionali debbono avere un trattamento preferenziale, per trattenerli nel paese (si veda l’Argentina).

3. La banca centrale deve esser posta sotto il controllo politico del popolo sovrano ed emettere una nuova moneta nazionale, la cui stabilità resta un obiettivo importante ma non esclusivo. La politica monetaria va subordinata ad una politica economica generale. (Va evitata una situazione come quella dell’Argentina, con il dollaro moneta sostitutiva di fatto).

4. Le banche insolventi vanno mandate in bancarotta e ricapitalizzate dallo stato che ne assumerà il controllo. Il mercato del capitale deve esser regolato, derivati e speculazioni finanziarie debbono esser messe fuorilegge.

5. Lo stato stabilisce un programma di ricostruzione e sviluppo sotto il suo controllo, anche se non ne sarà l’esclusivo realizzatore. Da un lato c’è il profilo del rafforzamento della domanda mediante aumenti salariali ed investimenti pubblici in tutti i settori che beneficiano la popolazione: abitazioni, infrastrutture, trasporti pubblici, istruzione, salute, etc. Ciò potrebbe avviare un ciclo di rilancio per l’industria, sia nel settore del consumo che in quello dell’investimento.

6. La nazionalizzazione totale va evitata e dovrebbe esser considerata come misura di ultima istanza. Il capitale necessario andrebbe raccolto con una tassazione progressiva. L’emissione di titoli di stato non andrebbe esclusa se tale operazione risulti fattibile con un tasso di interesse ragionevole. In caso di estrema necessità si potrebbe ricorrere anche a prestiti forzosi. Lo stato, come creditore, dovrà sostenere con tassi di interesse favorevoli tutti i progetti ritenuti utili per il popolo e la sua economia.

7. Sul commercio estero: l’idea dell’autarchia è fallita, quindi resta l’utilità di sviluppare e mantenere un settore export competitivo a livello internazionale, per essere in grado di acquistare prodotti dall’estero. Il che implica aumentare in modo permanente la produttività del lavoro, nonché di preoccuparsi di avere partite correnti in equilibrio, per evitare la dipendenza da capitale internazionale. Questo equilibrio sarà in ogni caso imposto da alti tassi di interesse e, più probabilmente, da motivazioni politiche. Il libero commercio internazionale comunque favorisce sempre i giocatori più forti; molti settori delle economie periferiche necessitano di protezione attraverso la riscossione di dazi doganali. Questo è un mezzo di controllo economico. Le transazioni di capitale debbono restare sotto il controllo dello stato, compreso il commercio di ogni tipo di titoli e il cambio.

8. La politica monetaria è un aspetto importante della complessiva politica economica. Se un’economia vuole partecipare alla divisione del lavoro mondiale (pur se moderata e controllata) e di conseguenza al commercio mondiale, debbono essere osservate alcune regole stabilite dal più forte, a meno che non si istituisca il monopolio del commercio estero come aveva fatto il Comecon. Fino a quando l’economia è capitalista, il capitale rimane mobile, nonostante tutti i vincoli politici imposti. Va cercato un bilanciamento equilibrato fra stabilità monetaria e offerta di moneta. L’aumento dell’offerta monetaria può avere un impatto induttivo, come forma politicamente controllata di allocazione del capitale. Inflazione e svalutazione a volte possono essere il male minore, ma non va dimenticato che ciò significa impoverimento e conduce a più elevati tassi di interesse. (L’aumento degli interessi può esser letto come misura della fuga di capitale).

9. Ultimo ma non meno importante: dobbiamo abbandonare il modello di sviluppo capitalistico fondato sul consumo. La crisi andrebbe usata come occasione per fare spazio alla diffusa esigenza di creare un’alternativa. Gli obiettivi dello sviluppo non possono consistere soltanto nell’incremento del consumo materiale e del progresso tecnologico, ma dovrebbero comprendere anche lo sviluppo umano, il lavoro e il tempo libero (al posto della dicotomia fra coazione e consumo), la vita in armonia con la natura, il sostegno alle comunità e alle loro culture, l’attiva partecipazione democratica alla vita politica e alla formazione della società. La solidarietà con i più deboli nella propria società e a livello mondiale deve assumere molta più importanza. Tutto ciò non va confuso né con la negazione dei bisogni materiali né va imposto. Si tratta di un’offerta, di una possibilità di scelta che fino ad ora non esisteva.

Non stiamo parlando di un progetto anticapitalista, ma solo di un programma di rottura radicale con la dominante oligarchia finanziaria a favore di un capitalismo nazionale e democraticamente controllato. Sembra possibile che la maggioranza delle persone possa convenire su un simile programma, compresi anche alcuni settori delle classi capitaliste, almeno per un certo periodo. E’ stato storicamente dimostrato che il superamento del capitalismo è un lavoro faticoso e di lunga lena, che richiede un consenso popolare forte e ampio. Il fatto che il vecchio regime del capitalismo – casinò ha perso credito non significa che la gente lotti per un (nuovo) socialismo. Ferite storiche sono ancora troppo profonde. La speranza è che un tale progetto possa essere sviluppato, mentre si lotta per una sorta di “capitalismo popolare”. Ma questo è un compito futuro. Compito attuale è rovesciare l’oligarchia finanziaria, almeno in alcuni luoghi, per confiscare il suo potere. Compito abbastanza grande.


Maggio 2013

Traduzione di Maria Grazia Ardizzone







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