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Ordine del giorno sulla situazione italiana

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O.d.g. sulla situazione italiana apprivato dall'Assemblea Genarale della Sez. Italiana del Campo Antimperialista

Chianciano Terme, 4 - 5 gennaio 2008

L’attuale situazione italiana si iscrive certamente nel quadro tratteggiato al punto 17 del documento preparatorio dell’assemblea nazionale (A sei anni dall’inizio), dove si descrivono sinteticamente le tendenze prevalenti in occidente.
Morte della democrazia politica tradizionalmente intesa, disfacimento del movimento operaio, totale integrazione della sinistra nella logica e nei meccanismi della governance: sono questi gli elementi di fondo che disegnano lo scenario nel quale si muovono tanto i soggetti politici quanto quelli sociali.
Il quadro che ne risulta è quello di una società profondamente americanizzata, ma insoddisfatta e in crisi.
Sul piano sociale il 2007 ci ha consegnato la legge sulle pensioni e la precarizzazione. Una conferma della linea antisociale del governo precedente con una sceneggiata recitata dalle forze politiche in maniera indecorosa, senza però che questo abbia suscitato una vera opposizione sociale. Il referendum tra i lavoratori di inizio ottobre è stato certamente una farsa, tuttavia i suoi risultati non sono solo il frutto dell’imbroglio, ma anche dell’integrazione subalterna del movimento operaio italiano.
Questa vicenda ha mostrato quanto sia ormai interna alle logiche sistemiche la cosiddetta “sinistra radicale” (in realtà sinistra parolaia), sempre più alle corde ed in continua ritirata di fronte alle politiche atlantiche, liberiste e securitarie del governo Prodi.
L’intreccio di questi tre elementi è la sostanza delle odierne politiche delle classi dominanti sia che si trovino momentaneamente rappresentate al governo dal centrosinistra, sia che lo siano dal centrodestra.

Benché i meccanismi di inclusione/esclusione funzionino assai bene, il sistema politico italiano vive però una profonda crisi.
Questa crisi ha due ragioni strutturali (economico-sociali) piuttosto evidenti: da un lato il Paese vive da anni una situazione di profondo declino economico e produttivo, all’interno di un’identica tendenza che investe l’intera Unione Europea; dall’altro il dominio delle oligarchie finanziarie (più forte con il centrosinistra) connesso con i vincoli europei di rientro dal debito pubblico accumulato fa il resto, determinando una forte penalizzazione delle fasce medio basse nella distribuzione della ricchezza. Non solo i lavoratori dipendenti, ma anche fasce significative del cosiddetto “ceto medio” avvertono da tempo un peggioramento significativo delle proprie condizioni di vita, generando un malcontento diffuso che le classi dominanti riescono per ora ad indirizzare contro i più deboli a partire dagli immigrati.
Questo declino economico non ha vere soluzioni, vista la nuova strutturazione del potere mondiale che si va delineando, e dunque raramente (potremmo dire mai) chi va al governo in queste condizioni potrà avere un sufficiente consenso sociale. Lo si è visto con Berlusconi, lo si vede oggi con Prodi.

A queste ragioni economiche si aggiunge però un fatto politico ormai evidente: la crisi del bipolarismo, consistente anzitutto nell’incapacità di costruire un bipolarismo “normale”, in grado cioè di funzionare senza bisogno di costruire le alleanze ricorrendo ad un ridicolo antiberlusconismo da un lato o ad un anticomunismo ancor più comico dall’altro.
Il bipolarismo all’italiana funziona da circa 15 anni, ha dato in abbondanza i suoi frutti velenosi, è penetrato nella mentalità del paese diventando senso comune, ha modellato un nuovo ceto politico di regime, ma non ha ancora trovato dei meccanismi riproduttivi soddisfacenti. Da qui l’indecente affannarsi attorno alla legge elettorale, vista come grimaldello per risolvere brutalmente le contraddizioni che il sistema non riesce a gestire politicamente.
Oggi la presa d’atto della crisi di questo bipolarismo spinge verso una nuova e più pericolosa fuga in avanti. Il tentativo in corso è quello di passare dal bipolarismo al bipartitismo. Va in questo senso il recente asse Veltroni-Berlusconi con sullo sfondo un sistema elettorale modellato su quello vigente in Spagna che favorirebbe alla grande le forze maggiori, con una soglia di sbarramento implicita superiore al 5% dei voti.
Anche se è improbabile che una legge simile possa passare, resta il fatto che i capi delle due maggiori formazioni politiche hanno comunque “dato le carte”, costringendo gli altri a giocare di rimessa.

La nascita del Partito Democratico ha rimescolato profondamente la situazione. Il ceto professionale del centrosinistra (strutturalmente più idoneo a servire al meglio le classi dominanti), ha deciso questa accelerata da un lato per conservare il potere attuale, dall’altro per consolidarsi in una posizione comunque vantaggiosa in vista dei futuri assetti.
In risposta a questa operazione, Berlusconi ha annunciato la nascita del nuovo partito che prenderà il posto di Forza Italia. L’obiettivo degli uni e degli altri è quello di assicurarsi la maggioranza relativa attorno alla quale costruire nuove alleanze, presumibilmente più solide rispetto a quelle del passato, certamente con una più forte satellizzazione delle forze minori.
Di fronte a questa bipartitizzazione la sinistra parolaia di governo non si è fatta trovare impreparata. Con il lancio della cosiddetta “cosa rossa” i parolai hanno deciso di stare al gioco. Via la falce e martello, ormai abbondantemente sterilizzata, per fare posto ad un aggregato dal nome originale “la Sinistra, l’arcobaleno” (che diventerà volgarmente “la Sinistra”).
Esattamente come il Partito Democratico ed il nuovo partito berlusconiano, anche “la Sinistra” nasce senza un’anima, senza una chiara fisionomia, senza un programma definito. Il suo scopo è del resto identico a quello degli altri: preservare un ceto politico drogato, incapace di fare un passo indietro rispetto ai pur modesti livelli di potere conquistati. Il nuovo contenitore serve dunque a garantirsi rispetto alle nuove soglie di sbarramento, assicurando nel contempo al Partito Democratico il proprio leale sostegno ove ce ne fosse bisogno.

Passaggio dal bipolarismo al bipartitismo e trasformazione ad esso funzionale della sinistra parolaia di governo: sono queste le tendenze di fondo con le quali fare i conti nei prossimi mesi.
Il punto di assestamento di questi processi sarà però definito dalla nuova legge elettorale, sulla quale ad oggi l’accordo sembra ancora lontano.
Se non possiamo scommettere sull’esito finale, possiamo però prevedere che su questi nodi si incentrerà lo scenario politico del 2008. E se questo è vero è assolutamente improbabile che una simile partita possa essere giocata con Prodi a Palazzo Chigi.
La vittoria d’autunno di Prodi sulla finanziaria è la classica vittoria di Pirro. O la riforma elettorale viene accantonata in virtù dei problemi esistenti (ed allora il governo continua ad andare avanti zoppicando sempre più), o i vertici del Partito Democratico insistono sulla legge elettorale per venir fuori dalle difficoltà (ed allora il governo Prodi deve andarsene).
Il secondo scenario appare nettamente come il più probabile.
Esso aprirebbe le porte ad un governo “istituzionale” più che tecnico, che rappresenterebbe anche una soluzione di emergenza ideale per affrontare il precipitare della crisi internazionale incentrata sulla questione iraniana.

Se questa è l’ipotesi più probabile, la sinistra parolaia di governo potrebbe scegliere la politica del doppio binario: da un lato la nascita del nuovo soggetto ed il rafforzamento del rapporto strategico con il Pd (inclusa la disponibilità ad accordarsi sulla nuova legge elettorale), dall’altro l’uscita dalla maggioranza parlamentare per poter godere di una sorta di anno sabbatico da reinvestire immediatamente alle prossime elezioni in una nuova prospettiva di governo.
Naturalmente essere governisti non significa necessariamente stare al governo. Questa collocazione dipende da un insieme di fattori: intanto il blocco sociale che si raccoglie attorno a Berlusconi è sicuramente più forte e radicato ed ha dunque serie possibilità di successo; in secondo luogo non sono da escludere nuove alleanze trasversali ai due odierni schieramenti, alleanze che appaiono “contro natura” solo ai cultori del “bipolarismo a prescindere”, ma che risultano assai naturali se si parte dalle reali posizioni politiche in campo.
In entrambe queste ipotesi i parolai finirebbero all’opposizione, non per loro volontà ma perché costretti dai concreti rapporti di forza.
Tuttavia il fosso è stato ampiamente saltato, ed anche una temporanea collocazione all’opposizione non cambierebbe la strategia collaborazionista di queste forze, ormai totalmente interne alle logiche ed alle esigenze sistemiche.
Certo, tornerebbero in piazza le bandiere rosse e quelle arcobaleno rilanciando il tradizionale teatrino dell’italico trasformismo, ma in un quadro di normalizzazione crescente e di decrescente credibilità.

A seguito di questi processi assistiamo ad una variegata dislocazione di forze all’esterno della sinistra parolaia.
Dopo il Pcl è uscita da Rifondazione Sinistra Critica, mentre la vecchia area dell’Ernesto che si raccoglie attorno a Giannini e Pegolo viene messa sempre più alle strette. Nel Pdci, dopo l’uscita del senatore Rossi si annunciano problemi con Marco Rizzo.
Questi processi di sfaldamento non indicano una prospettiva, rispondendo in genere alla logica del “coprire gli spazi” lasciati liberi da chi va a destra correndo verso “la Sinistra”. Non è ancora chiaro se questo fenomeno produrrà un’aggregazione capace di attrarre ogni rivolo, come sarebbe forse lecito attendersi, o semplicemente la lotta concorrenziale tra vari rivoli di cui uno più movimentista e l’altro più identitario.

Non possiamo che salutare con soddisfazione il disfacimento di forze, come il Prc, che hanno contrastato in tutti i modi la formazione di una coscienza e di una pratica antimperialista e di sostegno alle resistenze. I nodi sono venuti al pettine abbastanza rapidamente e questo è un bene, come è un bene che le forze non ancora integrate decidano finalmente per la rottura.
Riguardo alla ridislocazione di queste forze bisogna però essere netti.
Per ragioni diverse non possiamo condividere né l’ipotesi movimentista né quella identitaria.
Entrambe queste tendenze sfuggono i nodi di fondo della crisi epocale del soggetto politico (comunista) e sociale (il movimento operaio nelle sue varie composizioni) in occidente. L’elusione totale di questi nodi, a quasi 20 anni dal 1989, non lascia speranza ne all’identitarismo di nicchia, obiettivamente sempre più residuale, né ad un movimentiamo frenetico ma senza rotta.

La riorganizzazione delle forze popolari che potranno liberarsi dalla morsa del bipolarismo in via di bipartitizzazione (pensiamo ai movimenti no Tav, di Vicenza ecc., ma anche semplicemente alle singole persone che stanno prendendo coscienza del degrado attuale) non passa né dall’identitarismo, né dal movimentismo.
Su questo punto occorre la massima chiarezza.
Diverso è il ragionamento per quanto attiene la possibilità che si aprano nuovi spazi per la politica antimperialista.
Se da un lato le due tendenze di cui sopra hanno in comune una concezione eurocentrica e dunque incapace di cogliere l’attuale centralità delle resistenze imperialiste, dall’altro la rottura con la sinistra di governo spinge ad una maggiore radicalità ed alla ricerca di una reale autonomia strategica.
E’ in questo spazio che l’antimperialismo può guadagnare terreno, se sapremo operare affinché ciò avvenga senza illusioni e senza settarismi, scegliendo senza dubbio la linea dell’interlocuzione e del confronto.

Già nelle 32 Tesi, da noi adottate nella Assemblea Straordinaria del maggio 2007, proponevamo di impegnarci nella costruzione di un Polo unitario degli antimperialisti.
Non ci facciamo alcuna illusione che questo polo possa vedere la luce a breve. Questo obbiettivo resta tuttavia nella nostra agenda, sempre tenendo presente che non partiamo da zero. Il successo delle campagne da noi animate (per l’appoggio alla Resistenza irachena, contro l’embargo a Gaza, ecc.), indica che è proprio facendo perno su idee forti e modalità inclusive (ove inclusivo non equivale all’addizionamento di gruppi e gruppetti), che l’unità antimperialista può consolidarsi e magari permettere il salto verso un vero e proprio polo unitario.

 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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