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La Tunisia esce dall’impasse?

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Sperando in una ritirata ordinata di Ennahda per evitare un ritorno al vecchio regime

La Tunisia fu il punto di partenza delle rivolte popolari arabe. Comunque nei paesi centrali, Egitto e Siria, il movimento è minacciato di venir sprofondato nella repressione e nella violenza. E’ la Tunisia, ancora una volta, che offre motivi di speranza: Ennahda potrebbe ritirarsi dal governo senza violenza, aprendo la strada ad elezioni anticipate. Così le conquiste democratiche potrebbero salvarsi dal pericolo di una contro-rivoluzione sotto le insegne delle vecchie elites.

Se ciò accadesse – e non è per nulla certo – la Tunisia potrebbe fungere da modello. Questo rafforzerebbe i diritti democratici già conquistati e aprirebbe la strada all’organizzazione indipendente delle masse subalterne contro le elites sociali.
Proviamo a leggere le tendenze della società tunisina e a trarne conclusioni più ampie che travalichino il piccolo paese.


1. La perdita di influenza degli islamisti


Dopo la caduta di Ben Alì, il partito Ennahda, una forza che comprende diverse tendenze, è risultata la potenza centrale del nuovo governo, che gode di una forte maggioranza elettorale relativa. Se è vero che il movimento popolare contro Ben Alì venne orientato dalla sinistra, mentre gli islamisti giocarono solo un ruolo secondario, la posizione di guida governativa che essi hanno conseguito corrisponde comunque al sentimento della maggioranza. Le elezioni in genere riflettono i settori più passivi della società, al contrario delle manifestazioni con cui le componenti attive cercano di farsi sentire. Gli attivisti, con i loro mezzi di espressione, tendono ad ottenere il sostegno degli elementi passivi solo quando tutti gli altri mezzi risultano esauriti. Ma non era questo il caso. Al contrario: per la prima volta si sono tenute vere elezioni con risultato aperto. Molti di coloro che erano scesi in strada o avevano sostenuto il movimento popolare hanno votato per Ennahda, in quanto alternativa credibile, articolata ed organizzata. Costoro non volevano una polarizzazione, ma anzi un certo riequilibrio e una distensione sociale.

Ma nel giro di un anno l’umore è radicalmente cambiato. Le speranze (forse esagerate) sono state presto deluse. In primo luogo la situazione è caratterizzata da un disastro sociale. Nessuno avrebbe potuto cambiare radicalmente la situazione sociale in un così breve periodo di tempo. Ma Ennahda non offre neppure un’idea o un concetto, salvo il riferimento all’Islam come soluzione. Il partito appare ipnotizzato come i conigli davanti al serpente del capitalismo mondiale in crisi.

Ma non si tratta solo di una perdita di sostegno a causa della tetra situazione sociale, che probabilmente creerebbe problemi ad un qualsiasi governo. Si tratta di un violento scontro fra culture. Proprio come il laicismo autoritario che ha governato per lunghi decenni, anche l’islamismo non ha idea di come organizzare una società non solo socialmente disomogenea, ma anche culturalmente diversificata. L’islamismo tende ad imporre la sua cultura all’intera società e cerca di battere l’opposizione sociale attraverso il club della cultura. In luogo della auspicata distensione dei conflitti sociali e politici, l’islamismo ha di nuovo fomentato lo scontro. Combinato con la rivendicazione politica del potere, questo porta ad un violento scontro con il blocco laico, che è altrettanto intollerante. Non c’è alcuna necessità per le minoranze confessionali di provocare un tipo di conflitto settario e/o comunitario.

A questo punto entrano in gioco le ancor più radicali tendenze salafite e jihadiste, che esprimono queste posizioni esclusiviste con le armi, versando ulteriore benzina sul fuoco (si veda il successivo paragrafo 4).

Similmente al suo omologo egiziano, Ennahda ha seguito l’idea di non contestare le vecchie elites, ma di offrire loro invece la cooperazione nel controllo dell’apparato statale. La sua idea è quella di acquisire potere solo lentamente e gradualmente, evitando strappi. Così mentre da un lato ha reagito aggressivamente alle mobilitazioni di piazza, dall’altro ha abbracciato silenziosamente le vecchie elites. Alcune componenti di quelle elites hanno anche cambiato parte. Così hanno pure schiacciato la massiccia richiesta popolare di perseguire e punire i responsabili del vecchio regime. Soprattutto in Egitto ma anche in Tunisia gli islamisti considerano le mobilitazioni di piazza della sinistra come il nemico principale, cioè proprio quelli con cui avevano collaborato contro la dittature e insieme ai quali avrebbero potuto eliminare i resti del vecchio regime.


2. Nuova mobilitazione


Nella misura in cui l’iniziale euforia è evaporata e la delusione si è cristallizzata, l’opposizione si è manifestata ancora una volta in piazza.
Nucleo della mobilitazione è stata la sinistra e l’ambiente che già aveva giocato il ruolo principale contro la dittatura, simile al Tahrir egiziano. Naturalmente la mobilitazione ha investito anche le istanze sociali, ma è stata particolarmente importante la realizzazione delle rivendicazioni democratiche, come la punizione dei crimini commessi dal vecchio regime, che gli islamisti avevano sfuggito.

La lotta contro l’islamizzazione è inestricabilmente legata a questa mobilitazione. Sotto l’aspetto democratico questo è legittimo fino ad un certo punto, ma tende a divenire rapidamente intollerante ed antidemocratico, ignorando che l’Islam politico rappresenta una significativa porzione della popolazione, comprese le classi più basse. A questo punto l’islamofobia offre una piattaforma politica, una via per la riorganizzazione delle forze del vecchio regime sulla base di una laicità esclusivista di stampo francese. Larghi settori della sinistra non vogliono prendere le distanze da questo tipo di laicità. In realtà essi si sono allineati in questa falange, in cui inevitabilmente possono solo giocare il ruolo di secondo violino.


3. Riorganizzazione del vecchio regime intorno a Nidaa Tounes


Dopo la inevitabile disintegrazione seguita alla rivolta e il primo stato di shock, le vecchie elites sono riuscite a riorganizzarsi, in modo modernizzato, attorno a Béji Caïd Essebsi e al suo partito Nidaa Tounes (Appello per la Tunisia). La sinistra ha consegnato loro la guida della lotta per le rivendicazioni democratiche, unendola alla laicità (ed escludendo quindi le classi islamiste più basse come interlocutore). Anche se Nidaa Tounes e soci hanno in parte partecipato alle mobilitazioni di piazza, il loro principale argomento è lo stesso che ogni elite sociale usa ora: garantire la stabilità dell’economia (capitalista) e il sistema nel suo insieme, come pure i rapporti con i governanti di tutto il mondo. Con l’approfondirsi della crisi sociale e della disperazione simili argomenti tendono ad influenzare tutti gli strati sociali, soprattutto quelli antiislamici.


4. La violenza salafita-jihadista


Nel febbraio 2013 uno dei principali oppositori di sinistra, Chokri Belaid, venne assassinato. A ciò seguì, a luglio, un attacco mortale a Mohamed Brahmi, altra figura di spicco della sinistra. Il governo è rimasto inerte. Non voleva minacciare la sua unione con l’ambiente salafita-jihadista. L’unità delle forze islamiche è importante per il loro potere sulla società. (si confrontino le fratture dell’islamismo egiziano e il sostegno dei salafiti al colpo di stato militare di Sissi). Ennahda ora deve pagare a caro prezzo questo atteggiamento, visto che gli viene attribuita la responsabilità politica di questi attacchi. Alla fine la gente è scesa in strada pretendendo le dimissioni di Ennahda. Sembra si stia preparando una miscela esplosiva, come in Egitto.


5. Isteria del terrorismo e nuovo ruolo dirigente per la vecchia elite


A differenza dell’Egitto, le forze di sicurezza sono costituite principalmente da polizia e agenzie di intelligence. Mentre Ennahda ha creato alcune unità devote, non ha neppure cercato di prendere il controllo dell’apparato repressivo nel suo complesso. In sostanza esso è ancora controllato dai sostenitori del vecchio regime, ma con la distruzione generata dal rovesciamento di Ben Alì essi hanno assunto un basso profilo.

Comunque, con il cambiamento d’umore della società e in particolare con i continui attacchi islamisti alle forze di sicurezza, gli ambienti emergenti dal vecchio regime sono stati in grado di guadagnare politicamente, ancora una volta, il sopravvento. L’apparato mediatico dominato dal blocco di Essebsi ha generato un’isteria del terrore sul modello del dopo 11 settembre, che ha prodotto le condizioni per un intervento diretto delle forze di sicurezza nel processo politico. Per evitare uno scenario egiziano, Ennahda ha dovuto reagire alla minaccia che gli è stata costruita contro.


6. La perdita di profilo e influenza della sinistra

Analogamente a quanto accaduto in Egitto, gli islamisti, dichiarando che la sinistra è il nemico principale, sono entrati in un blocco con le forze riciclate del vecchio regime sotto il nome di Fronte di Salvezza Nazionale. (Gli omicidi furono il punto di svolta).  In realtà la sinistra a volte ha condotto la lotta culturale in modo ancor più violento, al punto che Nidaa Tounes e soci sono sembrati dei moderati. Nella sua campagna contro gli islamisti la sinistra ulula con i lupi e dunque continua a perdere indipendenza.

L’errore cruciale della sinistra è quello di non cogliere che gli islamisti costituiscono un blocco interclassista costruito su una base culturalista. Essi organizzano e guidano una parte consistente delle classi medio – basse, che sperano di promuovere i loro interessi contro le elites nazionali e globali (e ovviamente riconducono queste elites ad un modello culturalista laico.)

La sinistra ha prodotto una narrazione per la quale l’islamismo è il pilastro dell’imperialismo e uno strumento delle elites capitaliste per controllare le masse popolari. La narrazione interpreta questa collaborazione come un rapporto organico, mentre, più semplicemente, l’imperialismo  non ha avuto altra scelta che quella di collaborare con gli islamisti dopo il crollo dei vecchi regimi. Al tempo stesso trascura il fatto storico della relazione organica delle vecchie elites con il regime globale. La pressione occidentale sulla giunta militare dell’Egitto, con la richiesta di accordarsi con la Fratellanza Musulmana, va letta anche in questa logica. In realtà, l’orbita occidentale di Washington e soci è stata più la paura della posizione insostenibile della restaurazione militare e la necessità di una certa apertura all’Islam politico per mantenere una certa stabilità. Non vogliono rompere con i loro vecchi alleati, ma si preoccupano per la loro debolezza e fragilità.


7. Il dialogo nazionale

Di fronte all’enorme pressione sia della piazza che delle vecchie elites, Ennahda sembra rispondere con una ritirata ordinata. Non vuole finire in una catastrofe tipo quella egiziana, che i loro amici della Fratellanza Musulmana hanno dimostrato di non poter prevenire ed evitare. Sicuramente ogni parte sta cercando di tutelarsi al massimo con manovre tattiche. Queste sono le tipiche caratteristiche dei negoziati. Stanno tutti esplorando un compromesso per trovare un equilibrio di potere. Il contrasto con l’Egitto è impressionante: il “Dialogo nazionale” è stato avviato (anche se può ancora fallire) sconvolgendo il meccanismo egiziano della contro-rivoluzione.

Il quartetto composto dalla federazione sindacale UGTT, l’associazione dei datori di lavoro, la Lega per i Diritti Umani e l’Associazione Bar sta giocando un ruolo decisivo, poiché i negoziati si svolgono sotto la loro egida.  In Egitto non ci sono istituzioni di questo tipo con un simile vasto margine di manovra. I componenti del quartetto non sono tuttavia istituzioni neutrali o indipendenti, ma parte della società, rappresentandone diversi livelli e settori, anche in collaborazione e coordinamento con le elites. Presumibilmente, il risultato sarà la tendenza a contrastare gli islamisti. Al tempo stesso la loro posizione di mediazione esprime che nel loro ambiente non si vuole un ritorno alla situazione precedente e che si ricerca veramente una democratizzazione sostanziale. Ciò significa che c’è un consenso a ridimensionare l’influenza istituzionale islamista, ma mantenendo contemporaneamente Ennahda nel sistema, lavorando ad un compromesso. Si tratta in definitiva di accettare l’islamismo come una componente essenziale della società e quindi di riconoscere i suoi diritti democratici.

Uno scenario egiziano – che Ennahda giustamente teme e pertanto si attrezza a prevenire – non è il desiderio del quartetto e quindi di significativi settori sociali, comprese le classi medie e anche le elites. In queste condizioni, il blocco di Essebsi come pure gli apparati di sicurezza non possono ignorare o violare questi umori. (Ciò non significa che la situazione non possa cambiare con l’emergere di nuovi elementi. Attualmente, per esempio, i colloqui sono sospesi.)

L’errore di parti importanti della sinistra nella campagna contro gli islamisti può essere esemplificato con la loro posizione sull’assemblea costituente. La Tunisia è il solo paese della rivolta araba che ha generato un simile eccezionale strumento democratico. Tuttavia Ennahda come partito più forte non si è mostrato capace di proporre un compromesso accettabile con l’altra parte, contribuendo al fallimento. Che l’assemblea costituente non sia in grado di operare e, in ultima analisi, non sia più rappresentativa è evidente. Nuove elezioni sarebbero il miglior sistema per adattarsi ai mutati rapporti di forza, rifletterebbero l’esperienza che il popolo ha fatto finora con Ennahda. Ma la sinistra spesso chiede il completo scioglimento dell’assemblea e la sua sostituzione con un comitato costituzionale imposto dall’alto come in Egitto. Il che significherebbe gettar via il bambino con l’acqua sporca. Questa è la mentalità della dittatura illuminata, che alle “stupide masse” riserva solo disprezzo, soprattutto se esse sostengono gli islamisti. Se la sinistra, in linea di principio, tenesse all’assemblea costituente, potrebbe facilmente addossare la colpa del suo malfunzionamento agli islamisti, rivolgendosi ai loro sostenitori per trovare un compromesso. Il che richiederebbe comunque di considerarli come interlocutori e partner del dialogo.


8. Nuove elezioni come soluzione temporanea

Il conflitto di classe non può trovare espressione nello scontro fra Islam politico e laicità. Vediamo piuttosto uno scontro fra comunità culturali, presenti in tutte le classi sociali. Entrambi esercitano influenza sia verso il basso che verso l’alto. Entrambi mantengono legami con l’oligarchia globale e comprendono sia componenti antimperialiste che elites locali.

La differenziazione di classe, un progetto sociale anticapilista ed antimperialista sono possibili solo oltre la divisione culturale di stampo comunitario. Il compito è quello di trovare gli strumenti per la coesistenza delle differenti comunità culturali. Ciò fornirebbe alle classi subalterne la possibilità di sperimentare l’islamismo nella pratica. Non bisognerebbe dimenticare che queste classi sono state perseguitate per decenni e che con la loro resistenza sono riuscite a radicarsi profondamente fra la gente.

Il passo più importante in questa direzione sarebbero nuove elezioni, organizzate da un governo di transizione, o almeno da una solida commissione elettorale, accettato da tutte e due le parti. Nonostante le ben note difficoltà legate allo squilibrio di mezzi, elezioni democratiche di massa restano il modo migliore per stabilizzare i rapporti di forza e ottenere legittimazione.

Presumibilmente ciò significherebbe il ritorno a funzioni di governo della vecchia elite, sotto le insegne del Nidaa Tounes di Essebsi. Ma, a differenza dell’Egitto, ciò non equivarrebbe ad una controrivoluzione, perché gli islamismi non sarebbero eliminati. Ciò significherebbe una effettiva democratizzazione del sistema.

Si può obiettare: questo non è esattamente ciò che chiede Washington? Sì e no. Sì, perché  lì sanno che ciascun blocco culturale da solo è troppo debole per assicurare un governo stabile nell’interesse dell’occidente. Nelle attuali circostanze una perenne instabilità e conflittualità va a detrimento dell’egemonia statunitense. Ma anche no, perché la democratizzazione offre la possibilità di dare continuità alla Primavera Araba verso l’articolazione indipendente delle masse subalterne.


9.  La Tunisia salverà la Primavera Araba?


Ricordiamoci le dinamiche e le linee principali della rivolta popolare araba. Una sollevazione sociale di massa, più o meno spontanea e democratica, della classe media intellettuale impoverita e di ampie parti di poveri delle città ha costretto le dittature laiche (che sono i pilastri locali dell’ordine mondiale capitalista) a ritirarsi o, quanto meno, a mettersi sulla difensiva. Le elezioni per la prima volta hanno portato al potere gli islamisti, che nei decenni precedenti avevano cristallizzato l’opposizione di massa al governo delle elites laiche. I nuclei di sinistra, che avevano svolto un ruolo importante nelle sollevazioni e soprattutto durante gli anni di preparazione, vennero ancora una volta messi ai margini.

Ma gli islamisti si sono dimostrati incapaci di compiere passi significativi per la realizzazione delle speranze delle classi medio–basse, per come si erano espresse nella rivolta. I loro difensori replicano che essi non ebbero l’opportunità di farlo, in quanto divennero vittime del vecchio regime (o, secondo l’interpretazione islamista, degli infedeli, dei crociati etc.). Questo è certamente vero, ma non è una spiegazione o una ragione, visto che ogni profondo cambiamento sociale deve affrontare una reazione. Ogni sollevazione deve confrontarsi con la resistenza di chi è al potere, non solo prima della sua cacciata ma anche dopo. E c’è, in particolare, la reazione da parte dei padroni del mondo. I rivoluzionari vanno giudicati per la loro capacità di superare questa reazione e per quali forze riescono a mobilitare a loro difesa.

Gli islamisti, invece di avvicinarsi a Tahrir e ai nuclei di sinistra (in Tunisia i loro equivalenti sono i movimenti Kasbah e Bardo) – che occasionalmente avevano collaborato con loro – hanno individuato nella sinistra il nemico principale. Pensando secondo lo schema dei blocchi, gli islamisti avevano sperato in una qualche cooperazione delle vecchie elites, i cui interessi essi hanno avuto a malapena il coraggio di toccare.

Il movimento Tahrir ha preso le armi contro questa situazione e progressivamente ha visto gli islamisti come suo nemico principale e come rappresentanti del dominio globale. Quando le nuove proteste hanno iniziato a diventare un movimento di massa, i resti del vecchio regime hanno cambiato parte e hanno abbracciato la Tahrir araba. Intrappolato nella ermetica gabbia ideologica della laicità, il movimento Tahrir non è stato in grado né ha voluto liberarsene e quindi si è auto-indebolito.

Inaspettatamente i vecchi governanti sono tornati al vertice, tanto più che la sinistra storica ha loro offerto il potere su un piatto d’argento. In modo faraonico essi in Egitto hanno inscenato un colpo di stato e sono tornati al potere, incoraggiati dalla reazione saudita. Con l’approvazione o la connivenza della sinistra (che ha continuato a dipingere gli islamisti come il principale pericolo fascista) sono in procinto di restaurare il vecchio regime. La sinistra capisce che in tal modo finirà con il salvare, sul piano storico, gli islamisti, anche se questi ultimi hanno subito nell’immediato un duro colpo dalla polizia e dall’esercito. Il nuovo Faraone sarà presto di nuovo responsabile per la intollerabile situazione nella terra del Nilo e gli islamisti guadagneranno nuovi sostenitori.

La Tunisia segue le stesse dinamiche. Ma il sanguinoso colpo di stato del Cairo dovrebbe dare a tutte le parti l’occasione di una pausa e reclama una soluzione diversa. Tale soluzione potrebbe portare ad una autentica democratizzazione, che potrebbe almeno offrire qualche margine di manovra per un movimento anticapitalista, più di quanto ne abbia mai avuto in mezzo secolo nel mondo arabo.

Grosso modo possiamo inquadrare anche la Siria in questo modello. La dura repressione delle istanze democratiche e l’oppressione militare hanno generato una grande piattaforma politica per l’islamismo, ed in particolare per la sua variante jihadista. E questo avverrà anche in Egitto, con la differenza che l’aiuto estero non andrà ai jihadisti ma al regime militare.


10. Un’idea per una strategia: lasciare che le masse sperimentino l’islamismo


L’idea basilare della linea politica qui tracciata è quella di offrire alle masse subalterne la possibilità di sperimentare l’islamismo. L’islamismo non è solo un breve ed effimero fenomeno. Fin dal 1967 e dalla scomparsa del nazionalismo arabo come forza di opposizione al sistema mondiale, ed in particolare dal 1989/91 e dalla fine dell’ordine globale bipolare che aveva come alternativa stati non capitalisti, l’Islam politico ha messo radici profonde fra le masse subalterne, come unica alternativa rilevante al sistema dominante. Come si poteva pensare che esso sarebbe scomparso nel giro di pochi mesi?

In realtà l’autore non ritiene l’Islam politico una possibile alternativa al dominio dell’oligarchia capitalista. Da una lato, a causa della sua concezione comunitaria o settaria, esso non può dar vita ad un sufficiente consenso. Seguendo una linea di esclusione, non può vincere (l’Hezbollah libanese, ad esempio, non ha seguito questa linea). Dall’altro lato, non fornisce e non può fornire una alternativa al capitalismo realmente esistente, in quanto sia pure in modo indiretto ne è parte e per questo esso rappresenta anche settori delle classi più elevate.

Politicamente l’islamismo sta sbarrando la strada ad un’alternativa anticapitalista. Ma allearsi con i vecchi regimi laici, il cui fallimento aveva nutrito l’islamismo e lo ha reso grande, equivale ad un suicidio politico.

La cosa peggiore che può capitare alla Primavera Araba è il ritorno del vecchio regime attraverso lo sfruttamento della delusione e della repulsione verso gli islamisti. Certamente proprio gli islamisti hanno la principale responsabilità per una tale reazione. Tuttavia la chiave politica sta nelle mani della sinistra, perché senza di essa i generali golpisti e l’ambiente del vecchio regime non hanno alcuna legittimità.

Compito fondamentale dei rivoluzionari democratici nel prossimo periodo è quello di dare all’Islam politico la possibilità di dimostrare cosa esso è effettivamente e cosa è capace di fare. Le masse vanno coinvolte nella realizzazione di ciò a cui aspirano. La dittatura laica ha fallito irrevocabilmente, tanto più per come le classi capitaliste l’hanno usata per giustificare il loro dominio. Solo dopo questo periodo, che serve anche a superare il comunitarismo e il settarismo religioso (che va in qualche modo accettato come dato di fatto), una forza anticapitalista può ottenere un sostegno di massa. Comunque, essa può e deve iniziare a metter le sue radici oggi, sollevandosi per i diritti democratici e sociali delle classi subalterne. Dare un po’ di tempo all’Islam politico, e contemporaneamente difendere gli interessi democratici e sociali del popolo contro il regime capitalista, cioè contro l’imperialismo globale come pure contro le elites locali.


Traduzione a cura di Maria Grazia Ardizzone


 

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