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Anniversari

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Ex Yugoslavia: ricordare serve innanzi tutto a pensare il presente. E’ così labile la memoria!

Il 24 marzo scorso in Serbia si è commemorato il XV anniversario dei bombardamenti NATO, che è passato invece sotto silenzio da noi. “Fatti non nostri”, evidentemente. Come quello che accade oggi in Bosnia.

Il 2014 in Serbia è un anno di molti anniversari:
- lo scoppio nel 1914 della Prima Guerra Mondiale dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria ad opera del giovane nazionalista serbo Gavrilo Princip, membro dell'organizzazione politico-rivoluzionaria Giovane Bosnia
- la liberazione di Belgrado dai nazisti (1944)
- il massacro di Markale a Sarajevo e il bombardamento della Nato della repubblica Srpska (1994)
- infine il XV anniversario dei bombardamenti NATO in Serbia (1999)


IL PASSATO RECENTE

Non si parla più della ex Yugoslavia e del suo smembramento violento. Non sono affari nostri. Il governo D’Alema ha fornito “solo” le basi aeree per l’aggressione e il supporto logistico, a una operazione che fu invece sconfessata dalle Nazioni Unite. Bombe non ne abbiamo buttate.

“Durante i tre mesi di bombardamenti di città e villaggi, sono stati uccisi 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti. In queste cifre non sono comprese le morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito”. Queste le parole di Boris Tadic, nel decennale dei bombardamenti, davanti al Consiglio di Sicurezza della Nato, ricordando  “i 2.300 attacchi aerei che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico.”

Il tutto era stato preparato psicologicamente per influenzare l’opinione pubblica, secondo i nuovi canoni delle guerre umanitarie (Irak, Afganistan, Libia, Siria…)

Jože Pirjevec, autore de Le guerre jugoslave 1991-1999 (ed Einaudi, 2001) all’epoca era professore di Storia dei paesi slavi all’Università di Trieste. Scrive nel libro: “…Tutte queste notizie furono naturalmente sfruttate dalla macchina propagandista della NATO, essendo utili alla tesi –pervicacemente mantenuta in vita - secondo cui la guerra in corso era di carattere squisitamente umanitario. Per rafforzare tale convinzione nella coscienza dei telespettatori occidentali, furono mobilitati alcuni noti psicologi e manipolatori dell’opinione pubblica, fatti venire espressamente da Washington, Londra, Bonn, Parigi e Roma a Bruxelles, dove fu organizzato, dopo la prima settimana della campagna, un «Centro Operativo Media» (MOC) incaricato di informare i giornalisti accreditati presso la NATO nella maniera “giusta”.

Nell’Introduzione al libro Menzogne di guerra. Le bugie della NATO e le loro vittime nel conflitto per il Kosovo, di Jürgen Elsässer, ed La Città del Sole, 2002, Andrea Catone racconta come la Hill&Knowlton, “ditta USA di , specializzata nella creazione di immagini positive per le dittature di tutto il mondo, si fosse adoperata per diffondere l’immagine serbi=nazisti dopo che il New York Times del 23 agosto 1992 aveva pubblicato: «I servizi di informazione USA hanno raddoppiato gli sforzi ma non hanno trovato alcuna prova di sistematici massacri dei prigionieri croati o musulmani nei campi serbi».

Walter Veltroni, uno fra i tanti nostri politici, sposò la menzogna, affermando che il Kosovo era scenario del "Più terribile genocidio degli ultimi cinquant'anni dopo l'Olocausto". Si parlò di genocidio immane in Kosovo, e si fecero cifre: fino a ottocentomila vittime! L’ONU anni dopo ridimensionò i morti in Kosovo a meno di diecimila. Ancora tanti, certo. Tutti in carico ai serbi? No certamente, come certificò l’ONU. La letteratura oggi disponibile per ricostruire la verità è vasta e consolidata ma, come sappiamo, nell’opinione pubblica è la prima versione quella che resta. Serbi infami…

E un nuovo capitolo si aggiunge ora, nell’indifferenza generale. Il più efferato dei crimini attribuiti ai serbi, l’uccisione di varie migliaia di musulmani a Srebenica, su cui si è scritto e descritto tutto con dovizia, è ora in discussione, dopo la confessione di uno dei partecipanti al massacro, un ufficiale musulmano, che dichiara che a compiere la strage furono gli stessi musulmani, istigati dal governo Clinton, al fine di dare una svolta alla guerra. Incredibile? La nuova notizia è troppo recente per essere accolta senza approfondimenti ulteriori. Che sono però necessari e sui quali ritornerò. Ho un debito di memoria con questo massacrato paese, come dirò dopo.


E OGGI?

In un articolo su Rebelion Àngel Ferrero ricordando l’anniversario del bombardamento e commentando le recenti elezioni serbe che nelle settimane scorse hanno visto il successo dei filo-europeisti, scrive:

“I più anziani ricordano con nostalgia l’estinta Yugoslavia, uno Stato plurinazionale internazionalmente rispettato che guidava il Movimento dei Paesi Non Allineati. Un passato che comunque non tornerà. Il nazionalismo permane, oggi come ieri, nella società serba, ma gli resta solo l’afferrarsi  a un gancio ardente: Kosovo. E anche, certamente, tirar fuori dal sacco i vecchi cavalli di battaglia: il panslavismo (centrato nell’amicizia con la Russia), la difesa del cristianesimo ortodosso, l’odio verso gli omosessuali  e l’antisemitismo. Ma la pressione economica è troppo forte, e la maggioranza della popolazione si inclina in realtà verso la rassegnazione e l’apatia.

La politica austro tedesca dell’etnonazionalismo e del “dividi e vincerai” ha funzionato nei Balcani. I giovani con titolo di studio desiderano andarsene a lavorare in Germania, Austria, Svizzera, Stati uniti o Canada…. Nella antica Yugoslavia non vi sono prospettive di futuro. La Serbia ha un tasso ufficiale di disoccupazione del 20% (2013), Bosnia e Herzegovina, di oltre il 27% (2011); Croazia, del 22,4% (2014); Macedonia, del 28,7% (2013); Montenegro del 15% (2013); e Kosovo del 45,3% (2011). Solo la Slovenia presenta un tasso accettabile in confronto (9,9% nel 2013). L’immagine internazionale della Serbia è condannata dalla guerra. Le ferite del conflitto non si sono cicatrizzate. Che la Unione Europea condanni il vespaio ucraino non aiuta: sotto la rassegnazione vi è anche un forte risentimento.”

Una Serbia “pacificata” e tornata alla ragione, quindi? Sembrerebbe. Ma non così in altre repubbliche dell’ex Yugoslavia.


UN NUOVO SILENZIO

Lo scorso mese di Febbraio si sono avute violente manifestazioni in tutta la Bosnia (vedi QUI, ndr), con epicentro a Tuzla, la capitale industriale del paese, presto estesesi alla capitale, Sarajevo, e Zenica, dove ha sede la grande zeljezara, l’acciaieria più importante dell’ex Yugoslavia. La situazione nella repubblica è terribile e l’insofferenza è esplosa, contro i propri capi, innanzi tutto, impegnati in un difficile dosaggio di potere fra etnie, la serba, la croata, la musulmana. Ma i manifestanti, in basso, hanno superato i secolari dissidi portando in mano tre bandierine, quella croata, quella serba e quella musulmana. Da allora il governo è dimissionario e per ora non è stato rimpiazzato. Mentre nelle città della Bosnia assemblee popolari tentano di autogovernarsi, con forme del tutto interessanti. Meriterà parlarne un’altra volta. Sono tempi per le letture brevi e chi sa quanti sono arrivati qui.

Ma prima di chiudere voglio dirvi perché ho un debito d’amore per questo paese.

Alcuni decenni fa, mi pare il 1959, giovane studente universitario, feci un tirocinio di due mesi nella grande acciaieria di Zenica, in Bosnia, assieme ad altri 19 studenti di altri paesi europei e non. Fu la mia prima esperienza internazionale e multiculturale di cui serbo un positivo ricordo. Era il periodo delle sanzioni sovietiche verso l’ex alleato che aveva osato prendere la strada del “non allineamento” e la gente reagiva come poteva, ma con determinazione e orgoglio, alle conseguenti ristrettezze economiche. La sera uscivamo per passeggiare masticando le semi salate di zucca che i venditori offrivano con grida acute (“spitiza!” mi pare, o “gospize”; non ricordo) per le strade del centro mentre la domenica andavamo a Sarajevo alla piscina a mordicchiare lo zucchero filato, estrema raffinatezza consentita all’epoca, o a bere un kava, il caffè alla turca, in qualche pittoresco locale del vecchio mercato.

Anni dopo, laureato e sposato, la Jugoslavia per molti anni è stata il teatro delle annuali vacanze della famiglia, ogni anno in luoghi diversi, tanto da diventare familiari con i luoghi e la gente dei vari stati di cui si componeva l’allora repubblica. Sempre bene accolti, sempre incantati dai luoghi e dai cibi gustosissimi. Quasi il nostro secondo paese.










 

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