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Di classe: quindi nazionale

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Per una politica all’altezza dei tempi

In un paese abitato da gente meno disposta a farsi ingannare dalle evidenti bischerate dei propri governanti, le elezioni di fine maggio avrebbero visto non il 60, ma il 100% di affluenza e avrebbero premiato non col 40, ma col 50% e più un partito capace di dire l’opposto di quanto strombazzato dal trionfale, ma precario, vincitore di oggi.

Capace di dire, cioè, che l’Italia, se vuole interrompere la sua costante discesa, deve mutare la propria collocazione internazionale e trasformare decisamente i propri rapporti sociali. Deve uscire dall’Unione europea e dall’euro trovando nuovi partner e cercando anche (se possibile) di ricostruire l’europeismo su basi paritarie.

Data la tirchieria del capitalismo nostrano e l’inaffidabilità dei capitali esteri, deve sostituire l’iniziativa pubblica all’inerzia privata, riappropriandosi del sistema bancario e nazionalizzando le più grandi imprese. Deve tornare alla repressione finanziaria e ad un ragionevole controllo del flusso dei prodotti, ma soprattutto dei capitali. Deve creare le condizioni occupazionali, salariali e giuridiche perché i lavoratori cessino di essere umiliati e divengano invece protagonisti attivi del processo produttivo, e quindi fonte di innovazione. Deve centralizzare molte delle competenze attualmente attribuite alle Regioni (che sono origine, come disse a suo tempo l’inascoltato Ugo la Malfa, di innumeri sprechi) e con i conseguenti risparmi finanziare un ammodernamento dell’apparato di stato fatto sia di occupazione giovanile sia di moduli organizzativi basati sull’interazione cittadini/amministrazione.

Ma un partito che dica queste cose, ed altre consimili, ovviamente non c’è. C’è piuttosto un PD lanciato sulla via della privatizzazione, un PD che ha saputo mirabilmente mescolare populismo e tecnocrazia e che potrebbe perciò divenire il perno del potere statale da qui a venti, trent’anni…non fosse per il piccolo inconveniente costituito dal fatto che tra pochi anni lo strapotere del capitale tedesco e, più in generale, dei capitali europei più forti, avrà ridotto i lavoratori e le imprese italiane a ben poca cosa. C’è un M5S inconseguente ed ambiguo sul tema dell’Europa, quasi del tutto afono, nonostante l’urlare del suo leader, sui problemi dell’assetto economico-sociale del paese, risolti con qualche battuta stantia sulla decrescita e contro l’industrialismo, buona forse a fidelizzare tutti quelli che vedono come il fumo negli occhi l’esistenza dei lavoratori organizzati, ma perciò stesso incapace ad allargare l’area di influenza del movimento. C’è una Lega che, dopo le iniziali inclinazioni filogermaniche, tipiche di una certa borghesia lombardo-veneta, ha abbracciato alla disperata la battaglia anti-euro lucrandone un qualche successo, ma trovandosi subito dopo di fronte all’interrogativo insolubile: come può un partito antinazionale fare seriamente una politica nazionale? C’è poi una destra post berlusconiana di cui al momento non mette conto dire granché.

E infine c’è una sinistra radicale che raggiunge, se non sbaglio, il suo minimo storico, e varca la fatidica soglia solo grazie all’astensionismo, che sta in rapporto di 1 a 10 rispetto al suo principale concorrente, e che soprattutto è farcita di nobili ideali ma di idee sbagliate, che la portano a difendere oltre ogni logica ed evidenza l’illusione della riformabilità dell’Unione e della neutralità dell’euro. E a svolgere così in Italia (altrove son successe cose diverse), forse per la prima volta nella sua storia, una funzione sostanzialmente conservatrice: quella di impedire la nascita, a sinistra, di una forza capace di contendere alla destra il campo dell’inevitabile battaglia antiunionista. Spiace che in questa palude si sia impantanata anche Rifondazione Comunista. Spiace che essa si sia completamente nascosta dietro la lista Tsipras e che la lista Tsipras si sia completamente nascosta dietro alla lotta alla coppia austerity/populismo: ossia dietro ai temi cari a Renzi: mettendosi così nell’assurda impresa di competere col PD condividendone però le scelte internazionali e le parole d’ordine. Eppure Rifondazione aveva concluso il suo recente congresso facendo proprio dell’autonomia dal PD la sua bandiera ed aprendo alla possibilità, pur se solo in casi estremi, di una rottura dell’euro. Ma tutto è svanito nel corso della campagna elettorale, ed altro svanirà ulteriormente nella trasformazione della lista in movimento organizzato. Forse il suicidio del PRC era iniziato nel 2008, con l’incomprensione del nesso strettissimo che lega la sconfitta di Prodi, il tracollo del partito e l’illusione dell’“altra Europa”. Ma di certo si è concluso nel corso di questa stentata primavera.

Come spiegare l’incapacità di tutti i partiti di affrontare questo momento storico? Come spiegare la completa connivenza degli uni e la completa inadeguatezza degli altri? Certo, si possono chiamare a consulto il politologo, il sociologo, lo storico della cultura, e l’uno parlerà della crisi della forma-partito, l’altro della polverizzazione dei soggetti sociali, l’altro ancora dell’assenza di centri di formazione di una classe politica che sia autonoma dalle grandi imprese e dalle banche. Ma una volta ogni tanto converrebbe chiedere una perizia anche al dottor Marx: che ci direbbe che, al fondo, è questione di classi. E che l’inesistenza di un discorso razionale ed innovativo sui destini del paese dipende dal fatto che chi potrebbe portare un punto di vista diverso, ossia il mondo del lavoro, è decisamente diviso al suo interno e privo di autonomia culturale e politica.

Infatti. Il successo del PD dipende dalla tenuta dell’alleanza tra lavoratori ad alta e media qualificazione, lavoratori sindacalizzati e grande capitale europeista: un’alleanza in cui i lavoratori svolgono la poco esaltante funzione di “classe di sostegno” del blocco dominante perché, pur perdendo continuamente quote del reddito nazionale, hanno pur sempre un lavoro (quasi) stabile ed uno stipendio fisso. E quindi paventano i rischi della rottura dell’euro, temono l’inflazione più della peste, e si iscrivono così a quella coalizione deflazionista che domina il paese da quando si è consumato il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, e che nell’Unione europea ha trovato il suo spazio ideale. La subalternità della sinistra radicale dipende dalla condivisione dell’identica base sociale del PD (ad esclusione, va da sé, delle componenti più direttamente capitalistiche di essa): una base che, in particolare in tempi di crisi, preferisce l’organizzazione grande e potente alle frasi di una minoranza. E dipende dal prevalere, nelle sue fila, di lavoratori di alta e media qualificazione che ripetono narcisisticamente l’elogio della loro democrazia partecipata e del lobbismo delle loro associazioni, e sono incapaci di comprendere la distanza tra queste forme di politica (che spesso sono forme di condivisione del potere) e la vita quotidiana di quelle masse che vorrebbero rappresentare.

La gran parte dei lavoratori di bassa qualificazione ed alta precarietà, nonché dei lavoratori autonomi di prima generazione (ossia meno qualificati) è alleata, o per meglio dire lo era, al blocco del capitalismo quasi-protezionista già guidato da Berlusconi. Disgregatosi un tale blocco, l’alleanza si è in parte dissolta (unica buona notizia in questi grami giorni), e nessuno sembra in grado di raccogliere l’eredità del Cavaliere, né, tantomeno, di conquistare tali lavoratori ad una coalizione alternativa.

Il movimento di Grillo, composto più degli altri da un coacervo pluriclasse in cui molto spazio hanno le forme più precarie di lavoro, anche intellettuale, resta comunque egemonizzato (nonostante la forte discussione interna) dal discorso del “piccolo produttore”: no ai corrotti, no alle banche, sì alla piccola impresa e all’autoproduzione. E no comunque allo stato, ai sindacati, all’industria, ai “privilegi” dei lavoratori organizzati, in primis di quelli pubblici. La Lega ha le tetre e ben note idee, che da tempo contribuiscono attivamente a disgregare un possibile fronte del lavoro, aggiungendo alle divisioni abituali anche quelle territoriali ed etniche.

Insomma è del tutto evidente che l’attuale sistema dei partiti ha, tra le altre, proprio la funzione di dividere i lavoratori e di impedire che essi comincino a capire che ciò che li divide è oggi assai meno importante di ciò che li può unire. E ciò che li può unire è la consapevolezza del rischio letale che corre il paese, del rischio concreto che tutta la ricchezza creata dal lavoro e dal risparmio della gran parte dei cittadini italiani, (ricchezza che in passato assumeva in buona misura forma pubblica e che adesso è in gran parte privatizzata), sia oggi svenduta al capitalismo estero col beneplacito, e con la “cresta” dei governanti italiani. Dove il guaio non è che il capitalista acquirente sia “straniero”, ma che non esista uno spazio giuridico che consenta ai cittadini italiani di controllare in qualche modo l’utilizzo dei propri beni, essendo l’Unione europea fatta apposta per impedire qualsiasi controllo del genere. Questa “devoluzione” della nostra ricchezza, che concluderebbe tragicamente decenni di privatizzazioni, metterebbe la parola fine ad ogni velleità di costruire ogni e qualunque politica a favore del lavoro e renderebbe definitivi ed irreversibili gli effetti del neoliberismo. E’ la lotta contro questa completa sottomissione della nostra vita al neoliberismo a costituire, oggi, quel “comune interesse di classe” che è una vuota astrazione se non è definito sulla base delle condizioni concrete di ogni paese. E’ chiaro infatti che l’unità dei lavoratori non può essere costruita sommando le diverse rivendicazioni degli uni e degli altri, oggi formulate da un semplice punto di vista di categoria. Certo, si dovrà trovare una politica fiscale, occupazionale e di welfare che medi tra interessi diversi. E certamente si dovrà costruire, a partire dalle esperienze extraconfederali, un nuovo e combattivo sindacalismo “generale”. Ma il vero collante, nel permanere di profonde differenze materiali tra ogni settore, potrà essere dato solo da una comune coscienza della situazione storica e dalla comune identificazione in un destino condiviso: quello di cittadini che lottano per la dignità della propria (vastissima) classe sociale e del proprio paese. Ciò che serve è quindi un partito (un movimento, una coalizione, una rete con alcuni hub… si vedrà) che sappia unire il lavoro sulla base di una corretta analisi dei rapporti di classe e del loro legame con la posizione del paese sulla scena mondiale. Un partito di classe: dunque nazionale.

So già che a questo punto molti dei miei compagni di fede scrolleranno il capo e sbufferanno, citando (a casaccio, però) i classici del marxismo: “Ma come? Che c’entra la nazione con la classe? La classe è internazionalista o non è: il nazionalismo è solo un modo per nascondere il conflitto sociale dietro il velo di una fittizia unità…”. Ed altri aggiungeranno, scimmiottando invece le odierne gazzette padronali: “Il nazionalismo? Follia! Ormai il mondo è globalizzato, non si torna indietro…e poi lo stato e la nazione sono sinonimi di potere, repressione, chiusura, quando noi siamo invece per le libertà, per l’apertura al mondo intero…”. Faccio pazientemente notare ai miei immaginari interlocutori che da tutta la migliore tradizione marxista si può desumere che la nazione svolge, nei confronti del lavoro, funzioni assai diverse. Nell’epoca delle rivoluzioni democratiche nazione e lavoro possono marciare, almeno inizialmente, di pari passo. Nell’epoca dell’imperialismo novecentesco la nazione è evidentemente, quasi sempre, un nemico della lotta di classe. Quando invece, come oggi, la riproduzione di una forma determinata del capitalismo richiede l’indebolimento o la dissoluzione degli stati nazionali “minori” per meglio sfruttarne il lavoro e le risorse a vantaggio dei capitali più forti, e dunque degli stati egemoni in cui questi si identificano, allora classe e nazione possono di nuovo incontrarsi, senza temere di riprodurre l’autarchia ed il bellicismo fascista o qualche riedizione del “patto fra produttori”. E faccio inoltre notare che il mondo sta già tornando “indietro” rispetto alla (presunta) globalizzazione e che tutti i paesi che in questi decenni hanno saputo darsi un sentiero di crescita, quando non un indirizzo tendenzialmente socialista, sono appunto paesi in cui “stato” e “nazione” non sono affatto bestemmie. Era bello fare i globalisti alternativi all’ombra del governo brasiliano o di quello venezuelano, ed ha prodotto anche qualche buon frutto: ma perché non riconoscere che senza il nazionalismo brasiliano e venezuelano non ci sarebbero stati nemmeno i Social Forum mondiali? E che, in generale, senza i nazionalismi progressivi dell’America latina non ci sarebbe stato nemmeno l’internazionalismo di quel continente?


Allora: costruiamo senza tema il partito di classe e nazionale


Esso sarà nazionale in due sensi. Prima di tutto perché dovrà, come abbiamo già detto, parlare a tutti i lavoratori di tutto il paese, garantiti e no, pubblici e privati, autoctoni e migranti, uomini e donne. E dovrà unire al composito universo dei lavoratori dipendenti anche quella marea di piccoli imprenditori che costituiscono una figura intermedia tra capitalista (perché si appropriano del risultato del lavoro dei propri operai) e lavoratore (perché si dannano nei loro stessi capannoni e spesso condividono cultura, valori e stili di vita dei loro dipendenti). Dovrà inoltre costruire un’alleanza tra questo “blocco del lavoro” e quelle imprese private che siano in grado di competere esaltando e non deprimendo il ruolo (ed il salario) dei loro lavoratori. Dovrà infine cementare questa alleanza popolare prima con la prospettiva e poi con lo strumento della banca e dell’impresa pubbliche, uno strumento sottoposto però ai controlli di cittadinanza oggi resi possibili dalla diffusione della cultura, dall’abitudine all’autorganizzazione civica e dai mezzi informatici (un controllo che deve estendersi anche ai più importanti snodi dell’amministrazione).

Parlare a tutti i lavoratori. Parlare a tutti i ceti che non abbiano una funzione regressiva. Costruire una dialettica dura ma positiva tra stato e cittadini. Unire, insomma, dopo anni di divisioni enfatizzate a vantaggio dei soliti noti. Preferire alla profusione delle “frasi scarlatte”, ormai gergali ed illeggibili, più sobrie ed anche trite parole capaci di attrarre più persone nello spazio della lotta sociale.

Per anni abbiamo ricordato ai lavoratori i loro interessi di classe, li abbiamo chiamati all’antagonismo, al conflitto e ci siamo stupiti del fatto che essi non capissero le nostre proposte, nemmeno quando queste erano, come pure è accaduto, sensate ed argomentate. Ma forse questi lavoratori capivano molto meglio di noi che oggi lottare direttamente come classe è davvero molto difficile, e all’idea di organizzarsi come classe preferivano quella di farlo come cittadini (anche da questo deriva il successo del M5S), dimostrando di aver ben compreso le condizioni attuali del conflitto: oggi la lotta non parte “dalla fabbrica” per arrivare poi “allo stato” (perché la fabbrica si è frantumata e lo stato ha trovato mille modi per rendere inefficace la classica lotta sindacale) oggi devi lottare direttamente per incidere con efficacia sul potere politico, e se è possibile per conquistarlo e trasformarlo. Se lotti soltanto come operaio non puoi farlo, perché come operaio sei debole e spesso solo. Se lotti come cittadino, invece, sei molto meno solo, hai molti strumenti in più e puoi mirare a cose più grandi. Certo, questa intuizione si è espressa in modi confusi ed ambigui: ma ciò è avvenuto anche perché la sinistra radicale ha capito solo a tratti il significato di questo mutamento dell’azione sociale. E non ha mai compreso, in fondo, tutte le implicazioni dell’assunto di Marx secondo il quale la classe operaia, abolendo il dominio del suo antagonista abolisce anche sé stessa come classe: per superare la propria subordinazione bisogna diventare qualcos’altro.

In secondo luogo il partito di classe sarà nazionale perché, proprio per tutelare gli interesse immediati e storici dei lavoratori, dovrà appunto tutelare anche la sovranità nazionale (e con essa la sovranità popolare), senza peraltro credere che sovranità significhi onnipotenza e senza pensare che si possa restare a lungo in una piccola dimensione. “Sovranità” significa, qui, possibilità di scelta collettiva. E “nazione” indica, qui, l’unico spazio attualmente ancora in grado di ospitare procedure di scelta democratica. Dopo di che, è chiaro che una scelta collettiva e democratica garantita dalla sovranità nazionale dovrà ovviamente vertere sul come allearsi ad altri stati, sul come cooperare con altre economie (condizione essenziale della sopravvivenza di qualunque paese), e sul come far fronte alle conseguenze della scelta stessa, ossia alle inevitabili reazioni degli stati dominanti alla rottura di equilibri pluridecennali. Questa reazione ci sarà. Ci saranno delle contromosse e noi dovremo saper manovrare, giungere a compromessi, tener conto dei rapporti di forza mentre tentiamo di modificarli. Ma gli inevitabili condizionamenti della scena internazionale non possono essere presi a motivo del rifiuto di qualunque idea di sovranità. Sarebbe come dire che, siccome gli individui nascono in situazioni storico sociali che non determinano e vivono sotto il vincolo di numerosi condizionamenti esterni (per non parlare delle interne pulsioni inconsce) siccome, insomma, la libertà di scelta è di fatto notevolmente limitata, sarebbe inutile e dannoso sancire la libertà individuale come principio giuridico fondamentale.

E della libertà di scelta abbiamo oggi un estremo bisogno. Il paese ha prosperato prima ed ha vivacchiato poi come anello del sistema di potere statunitense. La subalternità a Washington era ripagata dalla redistribuzione della ricchezza garantita dal capitalismo “keynesiano”, e poi è stata bilanciata dalla diffusione della ricchezza finanziaria. Ora che il capitalismo occidentale mostra il suo nuovo volto, non è più possibile pensare di vivacchiare e nemmeno di risalire la china in cui il paese è scivolato se si resta all’interno del blocco atlantico. La permanenza nell’Unione europea comporta, oltre alla subalternità all’euro, la subalternità a tutti i processi di privatizzazione e di liberalizzazione a marchio Usa-Ue che rendono impossibile attivare gli strumenti pubblici che ci sono necessari, come sempre, a superare i momenti di crisi. Inoltre, la permanenza nell’Unione europea comporta la connivenza con un blocco imperialista ed avventurista (si veda il comportamento della Germania nell’attuale crisi ucraina) che espone il vecchio continente, e noi in esso, ai rischi di un conflitto micidiale. La rottura dell’Unione, la nascita di un’alleanza sudeuropea aperta all’Africa ed all’oriente, la costruzione di rapporti particolari coi Brics sono i passi necessari per costruire su nuove basi una nuova Europa, capace di evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto mondiale o capace addirittura di svolgere una funzione di equilibrio. La scelta a cui siamo chiamati è assai difficile. Modificare la collocazione internazionale del paese è modificare una cultura politica sedimentata da decenni. Di più: è effettuare la vera rottura con la cultura dominante e quindi con la classe dominante, perché l’inevitabilità del dominio di questa classe viene giustificata con l’inevitabilità dell’Unione europea, e quest’ultima con l’inevitabilità della nostra fedeltà atlantica.

Questa è la posta in gioco, ed è inutile nasconderne la pesantezza. Anche per questo abbiamo bisogno del massimo di unità trai lavoratori e trai cittadini, del massimo di consenso sulle scelte decisive. Ci aiuterà il fatto che l’idea di partecipare ad un vero e proprio riscatto nazionale dovrebbe cementare con più forza l’alleanza popolare.

Nazionalismo? Perché no? Il nazionalismo difensivo, costituzionale e democratico è una scelta obbligata per chi voglia pensare ad un nuovo destino per i lavoratori e per il paese. Tanto obbligata da ricomparire come “non detto” anche nelle proposte di chi lo avversa. Rifondazione comunista aborre il nazionalismo, ma propone poi di recuperare la sovranità nazionale per contestare i trattati fondativi dell’Ue: questo è una caso di nazionalismo avventurista, perché prospetta, di fatto, la rottura dell’Unione sulla base di una scelta nazionale, senza però dotarsi degli strumenti politici e simbolici per far fronte alla situazione che si verrebbe a creare. In altro modo anche la Rete dei Comunisti, ed in parte Ross@, pur se con lucidità politica maggiore, propongono obiettivi di distruzione dell’Unione europea ma contemporaneamente rifiutano di riferirsi ad un qualsiasi nazionalismo. E’ vero, la Rete non propone l’autarchia (e chi la vorrebbe?) ma un coordinamento coi Piigs: e va benissimo. Ma il terrore del nazionalismo impedisce di vedere che, a meno di pensare ad un improbabile formazione istantanea di questo coordinamento, ci sarà pure un momento (in realtà saranno più momenti) in cui l’Italia dovrà decidere da sola, definire gli specifici bisogni della propria struttura economico-sociale, parlare da un punto di vista nazionale e quindi fare, in un modo o nell’altro, del nazionalismo? Che paura ne abbiamo? Non riusciamo proprio a ricordare che nessuna grande esperienza del movimento comunista e socialista, dalla Comune di Parigi alla guerra patriottica antinazista dell’Unione Sovietica, dalla Resistenza italiana al socialismo latinoamericano ha potuto svilupparsi senza intrecciare temi classisti e temi nazionalisti?

E’ vero: con la fine della II Guerra mondiale è finita anche la sovranità di moltissimi stati, quasi tutti subordinati all’uno dei due blocchi dominati da un solo, potente stato sovrano. Ma il grande rivolgimento iniziato coi fatti del 1989 è destinato, a lungo andare, a sconvolgere questa situazione e a riproporre, come avviene oggi, la questione della sovranità nazionale anche a chi l’aveva del tutto rimossa. Considerare irreversibile, con rammarico o compiacimento, la “crisi della sovranità”, significa considerare irreversibile il dominio del sovrano attuale e condannarsi a non comprendere che l’epoca che viviamo è invece quella della ridefinizione della sovranità, quindi della politica e della stessa politica di classe.

A noi il compito di ridefinire la sovranità come momento essenziale, anche se per nulla esaustivo, della ripresa dell’iniziativa dei lavoratori.


* Mimmo Porcaro fa parte del Comitato Operativo del Coordinamento della sinistra contro l'euro
da Sinistra contro l'euro


 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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