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Kautskyani o trotskysti?

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Sul fianco sinistro del blocco eurista
Con la scusa dell'internazionalismo


Terza puntata della rassegna sull'estrema sinistra e la questione dell'euro.

Questa volta ci occupiamo di Sinistra Anticapitalista. [1] Il 13 settembre è apparso sul sito di questa organizzazione un lungo articolo (firmato con lo pseudonimo Olmo Dalcò) dal titolo "Euro o non euro: quel che ha da venire poi". E' presentato come "contributo" in vista del seminario nazionale del gruppo in questione.

Puntate precedenti: (1) Lettera aperta ai compagni dei CARC. (2) Pcl: l'euro e l'attacco a Grillo.


Premessa

Abbiamo faticato non poco a seguire i ragionamenti del Nostro. La "sostanza" è stato arduo rintracciarla, poiché sepolta tra molta cianfrusaglia. Salta invece agli occhi il carattere profondamente mistificante del "contributo". Olmo Dalcò (o chi per lui), nella sua critica a coloro che propongono di uscire dall'euro, prende in considerazione solo gli argomenti più puerili, banali, ovvero quelli delle destre, deliberatamente tacendo sugli argomenti delle sinistre no-euro (marxiane e keynesiane).

Lo fa perché ignora l'argomento (la letteratura scientifica sull'uscita dall'euro è infatti oramai sterminata) oppure perché sa, ma, furbescamente, preferisce costruirsi un falso e facile bersaglio allo scopo di stampellare il suo ragionamento fazioso? Forse tutte e due le cose: egli ignora e quindi, per sorreggere la sue tesi, si costruisce un bersaglio alla sua portata. Di certo non è degno di uno che si ritiene marxista svolgere una critica ad una posizione su una questione certo complessa, buttarla in caciara, ovvero misurarsi con le tesi anti-euro più pacchiane  e semplicistiche e non invece con quelle serie, scientifiche.



Finanza, banche, moneta: solo sovrastrutture?


Sentiamo il ragionamento di Olmo:
«Non c’è da stupirsi, nel senso che dovremmo ormai essere abituati a fronteggiare le narrazioni ideologiche che persistono a mettere le sovrastrutture monetarie e finanziarie innanzi a tutta la struttura dell’economia reale. (...) Hai voglia a spiegare che il debito e la finanza, pubblica o privata, non c’entravano nulla con la causa della crisi; che la crisi è economica e reale e non monetaria e finanziaria; che si tratta di una crisi di sovrapproduzione, ciclica e necessaria, e non di sottoconsumo, ossia contingente e possibile; che la crisi non è affatto etica ma il frutto della duplice contraddizione da un lato della distribuzione antagonista tra lavoro salariato e capitale, dovuto all’eccesso di lavoro non pagato, dall’altro dello scontro imperialista tra capitali, dovuto alla spietata concorrenza transnazionale».

Sorvoliamo sulla bizzarra definizione della crisi di sovrapproduzione e andiamo alla tesi, provando a spiegare perché è completamente sballata.

Chiunque abbia sale in zucca sa che il sistema finanziario/bancario non è affatto una sovrastruttura, che è invece parte integrante della struttura sistemica dei paesi capitalistici, tanto più di quelli "avanzati". E' avvilente che occorra ripetere questa banalità ad uno che si dice comunista, e ciò a ben 98 anni dalla pubblicazione de L'imperialismo di Lenin.

Qual era la tesi di Lenin? Che la struttura stessa dei paesi capitalisti "avanzati" fosse mutata con l'avvenuta fusione tra capitalismo industriale e quello bancario, di qui, appunto,  la categoria di "imperialismo", ovvero il predominio dispiegato del capitale finanziario, giunto fino a sussumere gli apparati statuali.

Non solo la tesi di Lenin si è rivelata giusta, se consideriamo l'attuale formazione sociale dei paesi imperialistici, la tendenza alla finanziarizzazione è andata talmente avanti che essa si rivela oggi addirittura inadeguata. Dicevamo quattro anni fa:

«Le crisi degli anni 80, le bolle degli anni novanta e 2001, anticiparono il grande collasso del 2008. Cosa ha dimostrato questo collasso? Ha dimostrato fino a che punto il capitalismo occidentale fosse soggiogato dalla finanza puramente predatoria.

La fenomenologia del capitalismo odierno sembra dare ragione ad una tendenza accennata da Marx nei Grundrisse: quella, nativa di un sistema basato sul valore di scambio, del valore di scambio medesimo “a porsi nella forma pura del denaro”, nella vocazione a conservarsi, anzi ad accrescersi, evitando le fatiche della produzione di merci, l’esodo dalla creazione di plusvalore. Al rischio d’impresa è stato preferito il rischio nella sua forma più nuda, quella della scommessa.

Il capitale sembra essere tornato bambino, alle sue pulsione predatorie primordiali, quando la rendita e il capitale a interesse erano la base e l’economia non era ancora fondata sul plusvalore. Dal valore al capitale e ritorno. Il valore di scambio s’impone nella sua purezza simbolica, nel denaro in quanto rappresentante generale di ricchezza astratta. Come scrisse Marx nei Grundrisse: "Il valore di scambio è tempo di lavoro relativo materializzato nei prodotti, il denaro è uguale al valore di scambio delle merci svincolato dalla loro sostanza".

La modalità che si è venuta affermando come soverchiante è dunque quella del capitale a porsi nella sua forma estrema di ricchezza astratta, concretamente nella forma di capitale a interesse e a credito. Nuove e sofisticate forme di rendita che consentono, usando le leve finanzarie, di captare e drenare in forma indiretta plusvalore da ogni dove, da ogni poro del sistema. Un meta-capitalismo fondato sull’usura. (...)

Il sopravvento del capitale finanziario predatorio improduttivo significa appunto un mutamento della gerarchia interna e composizione del capitale, un diverso rango sistemico. Ne risentono sia la composizione e struttura sociale (con la crescita dei settori improduttivi del lavoro), che le sovrastrutture statuali, politiche e giuridiche». [2]

Seguendo alla lettera il Dalcò, impigliato com'è nella trappola ideologica di un operaismo a buon mercato, si giunge alla conclusione che l'imperialismo... sarebbe una sovrastruttura del capitalismo.

Oltre a Lenin il Nostro dovrebbe tornare a studiare, nel caso lo abbia fatto, lo stesso Marx.
E' universalmente nota la prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica dove Marx scolpisce la sua concezione materialistica della storia. Che ci dice Marx criticando Hegel?

Che «tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato» non possono essere compresi né per sé stessi, né mediante «la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici nei rapporti materiali dell’esistenza», cioè nei rapporti di produzione. Ci dice che «l’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale».

E' evidente cosa intenda Marx per sovrastruttura. Di più, non è lecito dimenticare Gramsci che nei Quaderni del carcere invitava giustamente i marxisti a sbarazzarsi di un certo materialismo storico volgare e meccanicistico, e sottolineava l'importanza delle sovrastrutture ideologiche (vedi ad esempio, tra gli altri miti, quello della nazione), senza le quali non si mobilitano le masse e quindi non si cambia la società.


Fischi per fiaschi

Dalcò ad un certo punto scrive:
«... l’Eurozona non è uno stato ma rappresenta esclusivamente l’imperialismo dei paesi creditori e delle loro banche, a cominciare da quelle renane, nei confronti di quei paesi maiali indebitati e in perenne vacanza sul Mediterraneo. (...) Il buon senso conclude quindi che l’euro è la sovrastruttura del capitalismo dell’Unione Europea costruito su misura dell’imperialismo tedesco e dei paesi creditori nei confronti dei paesi debitori. Combattere l’euro e l’Unione Monetaria senza combattere tutto il Trattato di Maastricht e l’Unione Europea, l’economia di mercato fortemente competitiva come recita il Trattato, è come verniciare la biancheria sporca piuttosto che metterla in lavatrice. (...) Purtroppo, rispetto all’altra sponda dell’oceano, nel vecchio continente l’imperialismo renano impone l’uscita più dolorosa per salvaguardare i propri crediti dall’inflazione e dalla svalutazione dell’euro».

Come potete vedere, va quasi vicino alla verità, dal momento che afferma: (1) l'eurozona rappresenta l'imperialismo dei paesi creditori e delle loro banche e (2) l'euro è costruito su misura dell'imperialismo tedesco. Per ogni anticapitalista coerente questo sarebbe sufficiente per dire no all'euro. Non per il Nostro però. E perché mai? Perché la lotta si deve condurre solo contro la struttura, e non contro la sovrastruttura. Chi mastichi anche solo un po' la storia e le vicende del movimento operaio, sa che questa corbelleria rassomiglia come una goccia d'acqua ad uno dei dogmi dell'estremismo di sinistra, quello del rifiuto di ogni obbiettivo intermedio o democratico, quello per cui la sola lotta che vale la pena condurre sarebbe quella della soppressione totale e subitanea del capitalismo.

E comunque,  logica conseguenza del discorso del Dalcò sarebbe che occorre battersi per uscire dall'Unione europea (la struttura). Invece no, occorre non solo tenersi le catene dell'euro, ma restare nel consorzio, che lui stesso definisce imperialistico, dell'Unione.

Sentiamo:
«Persino pretendere di combattere entrambe, Unione Monetaria e Unione Europea, attraverso lo slogan significativo dell’uscita dall’euro è un modo ideologico, fuorviante e pericoloso, di affrontare la realtà. Infatti, questa parola d’ordine non è assolutamente sufficiente. Si ricordi a proposito che la sovrastruttura può essere dominante, ma non potrà mai essere determinante. La moneta, ad esempio, è dominante nel sistema capitalistico ma non è determinante; essa fa apparire il capitalismo come una economia monetaria e presenta il profitto come una espressione nominale mentre esso è la forma feticistica dei rapporti sociali e dell’appropriazione gratuita di lavoro altrui.

Così l’euro e le sue leggi, per quanto dominanti, non sono determinanti, ma rappresentano simbolicamente la forma transitoria dell’aggressione del capitale europeo multiforme. Le forme sono mutevoli, la sostanza no. Piuttosto la radice da combattere è il capitalismo e la proprietà privata capitalistica europea».

Mai visto un simile astruso pasticcio teorico. Alla rinfusa sono mischiate nozioni maldigerite di dialettica hegeliana sulla coppia sostanza e forma (indebitamente scambiate con l'altra coppia marxiana struttura-sovrastruttura), con strafalcioni pseudo-marxisti riguardo ai concetti di feticismo, capitale, denaro, salario, plusvalore e profitto. In questo guazzabuglio si perde lo stesso autore, quando si lascia infatti scappare che la parola d'ordine dell'uscita dall'euro non è "assolutamente sufficiente". E' sbagliata o "insufficiente"? Poiché "insufficiente" significa che la parola d'ordine potrebbe essere giusta se  inserita in un programma più ampio di trasformazione sociale.

Che è appunto quanto afferma la sinistra anti-euro, intendendo per sinistra non solo i marxisti ma pure gran parte dei keynesiani e post-keynesiani. Ma il Nostro, come dicevamo sopra, trucca le carte, compie opera di mistificazione, prende in considerazione solo gli argomenti dei settori no-euro liberisti borghesi, così  ha gioco facile a dire che la sovranità monetaria potrebbe ben conciliarsi con politiche d'austerità anti-popolari. Eh grazie"!

Dalcò scrive quindi:
«Il programma di rivendicazioni transitorie [per "misure transitorie" i trotskysti intendono provvedimenti non direttamente socialisti, ma che fanno da ponte verso la rivoluzione socialista, NdA] deve soffermarsi sulla sostanza e non sulla forma: rivendica la proprietà pubblica delle banche e la cancellazione del debito prima ancora che la fine dell’euro. Infatti, rendere pubbliche le banche rivoluziona automaticamente, in quanto sostanza determinante, la sovrastruttura delle leggi della valuta unica; al contrario l’uscita dall’euro non implica affatto, in quanto forma determinata, la proprietà pubblica delle banche, e nelle condizioni imposte dalle banche private non rappresenterà mai una conquista per la classe lavoratrice».

Notate la flagrante contraddizione. Il Nostro condanna la rivendicazione dell'uscita dall'euro (poiché secondo lui ciò non intaccherebbe la sostanza-struttura) mentre questa sarebbe "automaticamente rivoluzionata" dalla nazionalizzazione delle banche e dal ripudio del debito pubblico. Ma il Dalcò non ci aveva detto che "il debito e la finanza, pubblica o privata, non c’entrano nulla con la causa della crisi", che queste sono solo "forme" e falsi bersagli, poiché "la crisi è economica e reale e non monetaria e finanziaria"? E' infatti evidente, seguendo il suo schema, che l'attacco al sistema bancario ed al meccanismo del debito, non distruggendo subito il capitalismo, non andrebbe alla radice della "crisi di sovrapproduzione". Per quale stregoneria ora aggredirli sarebbe addirittura "automaticamente rivoluzionario"? Mistero hegeliano.

Se il Nostro, invece di prendersela con gli spaventapasseri, tenesse conto di quanto sostiene la sinistra no-euro, saprebbe che noi diciamo di più, diciamo che contestualmente all'uscita da Unione ed Eurozona, ovvero alla disdetta dei trattati fondanti dell’UE (da Maastricht al Fiscal Compact), un governo popolare d'emergenza dovrebbe oltre che nazionalizzare il sistema bancario e ripudiare il debito, avviare una politica per la piena occupazione, controllare i movimenti di capitali e di merci, adottare misure di salvaguardia dell'economia del paese, quindi riprendere la sovranità monetaria e porre sotto controllo pubblico la Banca d'Italia. Oltre ovviamente a misure istituzionali per un sistema di democrazia partecipativa e popolare.

Forse ci sbagliamo, ma questo programma, oltre ad essere coerente, è molto più vicino alla spirito e alla lettera del Programma di Transizione di quanto non lo siano le corbellerie ultra-internazionaliste dei trotskysti di ultima generazione.


Piddinia e gli stati-nazione

E quindi il Nostro cosa propone? Sentiamo:
«L’unione monetaria europea, con le lettere minuscole, non è sbagliata in sé, ma è sicuramente sbagliata nella forma capitalistica; l’unione europea, con le lettere minuscole, non è sbagliata in sé ma è sicuramente sbagliata nella forma capitalistica».

Il Re è nudo! Scopriamo così che la forma verbale estremistica celava la più becera delle sostanze:  si deve non solo restare nell'Unione, già bollata come imperialista e ad egemonia tedesca, ma anche tenerci l'euro, per quanto sia un marco camuffato, ovvero la moneta dell'imperialismo tedesco o renano.

Ed ecco come, scendendo dalle stelle della metafisica alle stalle della politica da piccolo cabotaggio, giustifica la sua posizione.

«In generale, di fronte al mercato mondiale, la crescita della produttività del lavoro sociale necessita di una scala di dimensione sovranazionale. La proposta politica comunista è sempre quanto più internazionalista possibile per una duplice ragione: da un lato ogni conquista sociale è sempre meno precaria e transitoria in una dimensione non nazionale; inoltre la produzione e la socializzazione su larga scala è sempre superiore rispetto a quelle su piccola scala e, alla stessa stregua, la leva finanziaria pubblica per gli investimenti pubblici, ecologisti e digitali, è potenzialmente incomparabilmente più efficace in una dimensione sovranazionale. Per tale ragione la vera politica di rifiuto dell’austerità è inevitabilmente centrata sullo sviluppo di una leva gigantesca di investimenti pubblici finanziata attraverso una banca europea pubblica degli investimenti; pretendere di realizzare una reale ed effettiva politica economica espansiva contraria all’austerità su scala nazionale è una vera e propria fatica di Sisifo. In questa direzione, la valuta unica europea è una condizione imprescindibile di crescita; le valute nazionali sono reazionarie e transitorie». [corsivo e sottolineatura nostra]

L'ultra-internazionalismo degli epigoni di Trotskysi rivela un mero rivestimento ideologico, una maschera dietro a cui si nasconde la sostanza: un banale e trito riformismo di vecchio stampo kautskyano — l'idea per cui saremmo oramai nell'epoca del "super-imperialismo", che la tendenza dominante sarebbe quella alla dissoluzione degli stati nazionali, quella verso un ordine mondiale segnato dalla fine dei conflitti tra stati imperialisti e capitalisti.

Proprio come Kautsky gli epigoni di Trotsky ritengono quindi questa tendenza progressiva, ergo sostenibile. Al pari del grande fronte che va da Toni Negri a Mario Draghi, apprezzano cioè lo spazio dell'Unione europea come il solo pensabile possibile, in quanto irreversibile.

E' palese il sostrato teorico deterministico della tesi, per cui si scambiano le leggi naturali (ogni mutamento naturale è in effetti irrevocabile) con quelle storiche (non c'è niente di irreversibile nella storia, poiché sì c'è un prima e un dopo, ma ricadute si son sempre date, civiltà sono scomparse per lasciare posto a ciò che pensavano di avere seppellito).

Questo sostrato incapsula un errore politico e strategico gravissimo:  considerare incontrovertibile l'Unione europea conduce non solo a sottovalutare la portata, invece esplosiva, della crisi dell'Unione, implica non vedere le contraddizioni che produce, le potenti controspinte che crea. Pur di tenersi il sogno europeista, essi rimuovono l'incubo reale.

Non dice niente a questi trotsko-euristi la crisi ucraina e la rinascita del nazionalismo in salsa nazista? Non dice niente il risorgere in tutta Europa di nazionalismi xenofobi che si dimostrano più vivi che mai? Non dice nulla il referendum in Scozia per l'indipendenza? Quello che si approssima in Catalogna? Non dice nulla che dopo il crollo dell'URSS da ogni parte del mondo si sono riaccesi conflitti nazionali e financo settari? Non dice nulla a Lorsignori che l'imperialismo euro-atlantista, usando il braccio NATO, tenta disperatamente di tenere in piedi la propria supremazia monopolare attaccando o minacciando ogni popolo e nazione che tenti di alzare la testa? Non vedono che la tendenza alla guerra è appunto alimentata dal Moloch euro-atlantista? Che questo espansionismo non può che produrre legittime resistenze nazionali?

La gravissima crisi dell'Unione sta alimentando le spinte nazionali, spinte che, come la Francia dimostra, attecchiscono anzitutto tra le classi proletarie e popolari. E perché attecchiscono? Perché davanti allo sfondamento del neoliberismo, davanti alla macchina da guerra dell'Unione gli strati più deboli della popolazione chiedono protezione, e immaginano che questa possa essergli fornita, vista la capitolazione delle sinistre e dei sindacati, solo dallo Stato. Uno Stato concepito come strumento popolare e non oligarchico. Solo degli allucinati, vinti dall'ideologia del pensiero unico liberista-progressista, possono considerare questa richiesta come reazionaria. Occorre piuttosto fare i conti con la spinta che viene dal basso, per orientarla in senso socialista.

Per quanto triste dunque sia, occorre prendere atto che gran parte delle sinistre, comprese quelle più radicali, considerando nemico principale le spinte popolari alla riconquista delle sovranità nazionali (populismo!), sono diventate  satelliti del Pd, come Renzi si illudono di poter "cambiare verso" all'Unione europa, e quindi sono oggettivamente diventate truppe di complemento delle oligarchie eurocratiche.

Dopo un decennio di catalessi, esse vanno incontro, come dei capodogli impazziti, all'eutanasia di massa. Cosa possiamo fare noi se noi se non mettere in guardia gli aspiranti suicidi? Questo infatti facciamo, sicuri che molti, speriamo per tempo, rifiuteranno di buttarsi di sotto. Ma lo facciamo sapendo che esiste il libero arbitrio.


NOTE


[1] Sinistra anticapitalista è emersa dalle recente scissione di Sinistra Critica, ultima propaggine di una delle correnti trotskyste di Rifondazione comunista. Alle ultime elezioni europee Sinistra anticapitalista ha sostenuto la Lista Tsipras.

[2] IL DECLINO DELL'OCCIDENTE E LA QUESTIONE DELL'IMPERIALISMO
Prolusione svolta da Moreno Pasquinelli nell'ottobre 2010 al convegno «Dalla crisi del capitalismo alla fuoriuscita dal capitalismo». Prima parte e seconda parte

 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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