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Libia: il colonialismo "umanitario" del ministro Gentiloni

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Il titolare della Farnesina si dice pronto ad inviare truppe nel paese nord-africano

Eravamo stati facili profeti, due giorni fa, scrivendo sull'intervista del golpista al Sisi. «Completare la missione della Nato in Libia», questa la sua formale richiesta al governo italiano. Richiesta che in queste ore il despota del Cairo starà rinnovando al governo francese.

Di certo la Libia uscita dal criminale attacco della Nato nel 2011 è la classica situazione sfuggita di mano agli imperialisti occidentali. Del resto, si sa, specie da quelle parti ben poche ciambelle riescono col buco.

Ovviamente la richiesta egiziana è solo una delle tessere che compongono un mosaico che potrebbe portare l'Italia all'ennesima azione militare. Una tessera importante, però, certo per ragioni logistiche ma soprattutto politiche.

Che le cose siano ormai arrivate a questo punto non lo diciamo noi, lo dice il neo-ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, in un'intervista uscita questa mattina su la Repubblica. Gentiloni è un uomo degli americani, e tutti ricorderanno il lungo conciliabolo tra Renzi e Napolitano per arrivare alla sua nomina.

Renzi avrebbe voluto un'altra "Mogherini": donna, giovane e che non gli facesse in alcun modo ombra. Napolitano invece gli aveva imposto una figura più forte, magari proprio pensando allo scenario libico (ma anche a quello ucraino, eccetera). Del resto giova ricordare che nel marzo 2011 fu proprio il Quirinale, cioè il peggior presidente che questa disgraziata repubblica abbia mai avuto, ad imporre ad un riluttante Berlusconi la via della partecipazione italiana ai bombardamenti sulla Libia. Il tutto con il pieno sostegno del Pd.

Ma cosa ha detto Gentiloni? Il ministro, nell'occasione intervistato da Gad Lerner, vuole ovviamente apparire prudente, ma la sua circospezione serve solo a preparare il terreno all'affermazione che conta, e che il titolo di Repubblica così sintetizza: «Gentiloni: "La Libia è al collasso, se l'Onu ce lo chiede pronte le nostre truppe per aiutare il Paese"».

In altre parole, abbellimenti diplomatici e propagandistici a parte, l'Italia è pronta alla prossima avventura militare.

Leggiamo i due passaggi decisivi dell'intervista.

Il primo chiarisce la volontà interventista, certo concertata in ambito Nato:
«Non dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida Onu, vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila (sottolineatura nostra). Purché preceduto dall’avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi».

Il secondo, inclusa la domanda-assist di Lerner che riportiamo in grassetto, indica assai bene quale sarà la politica dell'attuale governo nell'area mediterranea e medio-orientale:

Lerner: «Poi c’è il dilemma esistenziale della guerra alle porte. Napolitano critica le “visioni ingenue” di rinuncia e di tagli allo “strumento militare”».
Gentiloni: «È vero che abbiamo coltivato l’illusione di un mondo futuro tranquillo e pacificato. Ora sappiamo di non poter più delegare agli americani le nostre responsabilità. La Libia rappresenta per noi un interesse vitale per la sua vicinanza, il dramma dei profughi, il rifornimento energetico… Non a caso manteniamo aperta a Tripoli la nostra ambasciata che fornisce un supporto logistico insostituibile alla mediazione dell’Onu».

Insomma, a 103 anni dall'invasione della Libia che portò ad un'occupazione feroce e sanguinaria, a 3 anni dalla guerra voluta dalla Nato contro Gheddafi, una nuova "campagna" libica sembra alle porte. Naturalmente, come già fu nel 2011, essa verrà presentata con le solite motivazioni "umanitarie". Che ormai, almeno lo vogliamo sperare, non incantano più nessuno. Anche perché sarà impossibile far finta di non sapere che la situazione attuale è figlia proprio dell'attacco del 2011.




 

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