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Sahara occidentale. Il giardino segreto del Re (del Marocco)

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Il Sahara Occidentale, situato a nord-ovest dell’Africa, tra il Marocco e la Mauritania, è riconosciuto dalle Nazioni Unite dal 1964 come territorio non autonomo ovvero da decolonizzare conformemente alla Dichiarazione, del 14 dicembre 1960, sulla concessione dell’indipendenza ai popoli e ai Paesi sottoposti a dominio coloniale (Risoluzione 1514 [XV] dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite).

Nel novembre 1975, con la Marcia Verde, il Marocco inaugura una fase interminabile di violazioni nel Sahara Occidentale, per l’80% occupato, annesso, integrato alla monarchia alawita, impedendo di fatto la creazione di uno Stato indipendente. Attraverso lo sfruttamento delle risorse del Sahara occupato, il “Sahara utile”, il Marocco è riuscito in 40 anni a consolidare la sua presenza nel territorio.


Le ricchezze del “Sahara utile”


La questione del Sahara Occidentale è strettamente legata a quella dello sviluppo economico del Marocco giacché i territori che Rabat chiama «Province del Sud» contribuiscono ampiamente ai proventi delle esportazioni del Regno. In questo contesto, infatti, le risorse naturali rappresentano sia un fattore economico rilevante del PIL del Regno, sia un fattore politico decisivo per il consolidamento della sua presenza nel territorio.

Con i suoi 266.000 km2 di superficie, il Sahara Occidentale è un territorio ricco di risorse naturali e con una costa pescosissima. Un muro minato (berm) lungo circa 2700 km, taglia il territorio in due parti. Costruito dal Marocco dal 1982, esso isola il “Sahara utile” dalla parte più ostile del deserto dove si trovano i territori liberati dal Fronte Polisario e amministrati dalla Repubblica Araba Sahrawi Democratica, Stato sahrawi in esilio. Questa barriera permette al Regno di poter sfruttare le risorse in sicurezza.

Il valore di queste risorse è notevole. I maggiori profitti derivano dall’industria dei fosfati, dai prodotti della pesca e dalle recenti attività di esplorazione petrolifera. Per quanto concerne l’industria dei fosfati, “l’oro bianco”, già nel 1975 la Missione di visita dell’ONU notò che il territorio sarebbe diventato tra i più grandi produttori di fosfati al mondo. Oggi, infatti, la produzione di fosfati di Bou Craa ammonta a circa il 10% della produzione totale del Marocco con una produzione annuale di circa 3 milioni di tonnellate. L’OCP (Office Chérifien des Phosphates) ha attuato un programma di sviluppo del valore di 2,45 miliardi di dollari per il periodo 2013-2030, per far sì che il Marocco possa mantenere la sua posizione privilegiata a livello mondiale.

Per quanto riguarda il settore delle pesca, secondo il rapporto del Consiglio economico, sociale e ambientale (CESE) del Marocco, esso rappresenta il 17% del PIL di questo territorio, il 31% dell’occupazione locale e il 78% delle catture marocchine, generando di fatto una ricchezza immensa. Ogni giorno camion carichi di pomodorini freschi, pesche e meloni partono da Dakhla per giungere sui mercati europei etichettati come originari del Marocco.

Per ciò che riguarda l’industria petrolifera, non producendo di fatto idrocarburi ed essendo completamente dipendente dalle importazioni estere, a partire dal 2001 il Marocco ha intensificato i suoi sforzi nell’estendere le attività di ricerca petrolifera nel Sahara Occidentale concretizzatesi mediante l’offerta di licenze di esplorazione alla compagnia petrolifera francese TotalFinaElf (poi Total) e alla compagnia petrolifera americana Kerr-McGee. Questi due contratti, conclusi per un periodo iniziale di 12 mesi, prevedevano ciascuno delle clausole standard relative alla rinuncia dei diritti derivanti dal contratto compresa un’opzione relativa ai futuri contratti nelle zone interessate.

La concessione di queste licenze ha provocato l’immediata reazione del Fronte Polisario portando nel 2002 al parere del Sottosegretario delle Nazioni Unite, Hans Corell, e al successivo ritiro delle società dal territorio. In quell’occasione, Hans Corell ha rilevato che non esiste un divieto assoluto alla conclusione di accordi economici concernenti le risorse di un territorio non autonomo con una Potenza amministrante, purché nella negoziazione siano coinvolti i rappresentanti dei popoli autoctoni e che tali risorse siano sfruttate a beneficio dei popoli ivi stanziati. Allo stato attuale, circa 300.000 cittadini marocchini risultano essere stati trasferiti nei territori occupati rappresentando circa l’80% della popolazione. I sahrawi che sono riusciti a rimanere nella parte occupata dal Marocco rappresentano, invece, una percentuale piccolissima, pur trattandosi del loro territorio. Risulta pertanto inattendibile che i proventi delle attività di sfruttamento possano beneficiare realmente i sahrawi. Al momento, innumerevoli compagnie petrolifere continuano a trivellare il territorio occupato, prima fra tutte San Leon.


L’autodeterminazione negata

Già la Corte Internazionale di Giustizia, nel suo parere reso nel 1975, non aveva «constatato l’esistenza di legami giuridici di natura tale da modificare l’applicazione della risoluzione 1514 (XV) alla decolonizzazione del Sahara Occidentale e in particolare del principio di autodeterminazione mediante l’espressione libera ed autentica della volontà delle popolazioni del territorio».

Questa posizione è stata successivamente riaffermata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha più volte condannato «la situazione derivante dalla persistenza dell’occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco». Risulta pertanto ben consolidato nel diritto internazionale che il Sahara Occidentale debba essere qualificato come «territorio non autonomo» sulla base dell’art. 73 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione 1514 (XV) relativa alla decolonizzazione.

La conseguenza giuridica più rilevante che deriva da tale qualificazione è che il popolo sahrawi, rappresentato dal Fronte Polisario, gode del diritto all’autodeterminazione e beneficia del principio della sovranità permanente sulle risorse naturali, suo corollario economico.

Infatti, come previsto dall’art. 1 comune ai due Patti internazionali sui diritti umani, in nessun caso un popolo dovrebbe essere privato dei «propri mezzi di sussistenza». In attesa dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione, ovvero dell’espressione libera e autentica della propria volontà, al popolo sahrawi, in quanto popolo di un territorio non autonomo, è accordata la garanzia internazionale che le risorse del Sahara Occidentale siano sfruttate e impiegate nel proprio esclusivo interesse e soltanto dopo essere stato consultato.

Ne discende che tutti gli atti che hanno per oggetto le risorse presenti nel territorio, se non autorizzati attraverso la consultazione delle popolazioni ivi stanziate, risultano in violazione di un principio fondamentale di diritto internazionale generale, vale a dire il diritto dei popoli a realizzare effettivamente la propria autonomia politica ed economica.

Infatti, l’evoluzione attuale del diritto internazionale relativo ai territori non autonomi, tale come consacrato dalla Carta delle Nazioni Unite, ha fatto dell’autodeterminazione un diritto opponibile erga omnes che implica un obbligo posto in capo agli Stati terzi di rispettare e promuovere questo diritto.

Un obbligo siffatto prevede che gli Stati si astengano dal concludere un accordo economico che possa pregiudicare il diritto all’autodeterminazione e il corrispettivo principio della sovranità permanente sulle risorse naturali.

Attualmente appare inverosimile aspettarsi il rispetto di tali requisiti in quanto in primo luogo la gran parte della componente sahrawi, unico titolare della “garanzia” internazionale alla sovranità permanente sulle proprie risorse naturali, vive nei campi profughi di Tindouf e poiché, per ovvi motivi, è chiaro che il Marocco non concluda accordi commerciali in consultazione o approvazione del Fronte Polisario.

Il mancato rispetto di tale “garanzia” contribuisce al ritardo spasmodico dell’autodeterminazione del popolo sahrawi laddove il controllo sulle proprie risorse naturali ovvero i propri mezzi di sussistenza costituisce uno dei fattori essenziali affinché l’esercizio del diritto in questione possa essere pienamente esercitato.

La partecipazione di Stati, multinazionali, e anche e soprattutto dell’Unione europea, allo sfruttamento delle risorse del Sahara Occidentale è sintomo di una pratica permissiva che di fatto finanzia una situazione illegittima; ma anche di scelte di realpoltik piuttosto che di diritto che fanno in modo che da quarant’anni al popolo sahrawi sia negata la libera scelta del proprio destino.


da Nena News


 

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