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Alle proteste dei lavoratori al Sisi reagisce con più repressione

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I recenti scioperi dei lavoratori hanno scatenato straordinarie misure repressive in un Paese che continua ad affrontare una profonda crisi economica, in un clima di austerity e inflazione crescente. Un approndimento dell’associazione Mada Masr nell’anniversario del sequestro e del brutale assassinio di Giulio Regeni

Il Governo Egiziano ha schierato le forze di sicurezza per sedare le manifestazioni dei lavoratori dei settori pubblico e privato, con arresti e pene molto severe per i detenuti.

Dal 2016, l’atteggiamento del governo nei confronti di tali proteste si è via via inasprito. Secondo il rapporto annuale pubblicato dal Centro Egiziano per i diritti economici e sociali (ECESR), nel 2016 ci sono state 726 manifestazioni per chiedere nuovi posti di lavoro, protestare contro la cattiva gestione amministrativa e la corruzione. Al centro del malcontento, le condizioni di lavoro, la richiesta di aumento di salari e premi di produzione alla luce delle recenti riforme economiche.

Il rapporto dell’ECESR evidenzia una diminuzione delle manifestazioni nel corso degli anni; erano state 933 nel 2015, 1.609 nel 2014 e ben 2.239 nel 2013. Delle 1.736 manifestazioni che si sono svolte nel corso dell’anno, quelle per il lavoro rappresentano comunque la maggioranza. Il rapporto attribuisce la diminuzione del numero delle proteste alla legislazione repressiva sul diritto di manifestare e ai più massicci interventi della polizia.

In seguito al giro di vite da parte dello Stato, sono partite campagne di solidarietà e petizioni in Egitto e all’estero, per far cadere le accuse contro i lavoratori. Le petizioni, indirizzate agli organi esecutivi, sono state firmate da centinaia di operatori dei diritti umani, sindacati e confederazioni del lavoro, e denunciano l’impiego delle forze di polizia per reprimere il dissenso.

I lavoratori del Cantiere Navale Alexandria

“È indubbio che in Egitto la repressione delle manifestazioni si sia inasprita dal 2013 ad oggi,” sostiene l’avvocato dell’ECESR Mohamed Awwad.

Secondo un rapporto del Centro Servizi per i lavoratori e i sindacati (CTUWS), la polizia ha brutalmente interrotto almeno sette proteste nel corso dell’ultimo anno; 28 lavoratori sono stati denunciati e nove sono attualmente sotto giudizio. Inoltre, almeno 271 lavoratori sono stati licenziati per la loro attività sindacale.

La reazione dello Stato è stata particolarmente cruenta quando è sorto un possibile problema nel settore della produzione militare (il cantiere “Alexandria” è gestito dal Ministero della Difesa dal 2007). Awwad ricorda che i lavoratori non avevano proclamato uno sciopero, ma solo organizzato un sit-in nelle giornate del 23 e del 24 maggio 2016. Chiedevano un aumento in busta paga, per allinearsi alla legge sul salario minimo garantito, il pagamento degli indennizzi arretrati e il riavvio delle linee di produzione. Il 24 maggio, la polizia militare è intervenuta nel cantiere navale e ha accerchiato i lavoratori.

Nel giugno del 2016 è iniziato il processo militare che, a causa dei continui rinvii, si è prolungato sino al nuovo anno. Dei 2.300 dipendenti della Alexandria, circa 1.200 non sono stati ancora reintegrati sul posto di lavoro dopo la serrata del 24 maggio e quindi non hanno diritto allo stipendio pieno. Lo Stato è intervenuto chiedendo a 19 lavoratori sotto processo di firmare le dimissioni in cambio della caduta delle accuse.

“Le autorità militari stanno esercitando una pressione crescente sui dipendenti per ottenerne le dimissioni,”, sostiene il legale.

Dipendenti dell’Autorità dei trasporti pubblici

Un altro caso eclatante è il processo in corso contro i sei lavoratori del settore dell’Autorità dei Trasporti pubblici (PTA), che avevano indetto uno sciopero per il 24 settembre, primo giorno del nuovo anno accademico, e che invece sono stati arrestati in un’operazione alle prime luci dell’alba. I conducenti dei mezzi pubblici volevano scioperare per ottenere l’incremento dei premi di produttività e per chiedere che la PTA fosse posta sotto l’autorità del Ministero dei Trasporti.

I sei dipendenti sono stati arrestati e attualmente sono accusati di: istigazione alla rivolta ai danni di un’istituzione dello Stato, istigazione all’insubordinazione ai danni dello Stato, interruzione di pubblico servizio, costituzione di una cella terroristica all’interno della PTA e appartenenza a una organizzazione fuori legge, con particolare riferimento alla Fratellanza Musulmana. Dopo un periodo di detenzione di oltre tre mesi, quattro dei sei lavoratori sono stati rilasciati su cauzione, mentre gli altri due sono tuttora detenuti nel Carcere di Tora, in attesa di giudizio.

“Mio padre è stato arrestato a casa”, dichiara Seif, figlio del dipendente del PTA Abdel Khaleq, attualmente in carcere. “Lo hanno preso anche se lo sciopero non si è mai verificato, non c’è stata neanche una protesta. Perché mio padre è in carcere se il diritto di sciopero ancora sussiste?”

Compagnie petrolifere IFFCO

L’ultima azione di forza si è verificata il 2 gennaio nel governatorato di Suez, quando la polizia è intervenuta a interrompere un sit-in organizzato presso le compagnie petrolifere private IFFCO, società controllata dal Gruppo IFFCO con sede a Dubai. Decine di lavoratori sono stati arrestati; 21 sono tuttora sotto processo per “istigazione allo sciopero,” mentre altri due restano in carcere con indagini in corso.

Le forze di sicurezza sono intervenute dopo una denuncia presentata presso il commissariato di polizia locale, in cui la direzione dell’azienda accusava i dipendenti di ostacolare la produzione, accusa che viene rivolta sempre più di frequente ai lavoratori che scioperano.

Seoud Omar*, sindacalista di Suez, ricorda che gli scioperi vengono indetti principalmente per ragioni economiche e che sono pertanto  apolitici.  “Non si tratta di azioni criminali” dichiara. “Sono manifestazioni non violente che non c’entrano niente con il terrorismo, la cospirazione politica o i tentativi di rovesciare il regime”.

Omar ha già visto in passato l’uso della violenza per stroncare le proteste dei movimenti dei lavoratori, ma a suo avviso ora i fatti assumono una nuova dimensione. “Il Ministro degli Interni non è nuovo all’uso della forza, ma la novità è rappresentata dal dispiegamento delle forze di polizia in tanti luoghi diversi.”

Secondo Omar “la polizia agisce per conto degli interessi delle imprese e contro i diritti fondamentali dei lavoratori,” fatto ampiamente dimostrato, a suo avviso, dalle dinamiche che hanno condotto all’irruzione presso le Compagnie Petrolifere IFFCO. Ahmed Bakr, segretario generale dell’Unione Indipendente dei dipendenti IFFCO, sostiene che dal 2 gennaio, a 27 lavoratori è impedito l’accesso alla sede dell’impresa. 21 sono tuttora sotto processo e, tra loro, ci sono nove membri eletti del collegio sindacale. Lo stesso Bakr è indagato.

La prima udienza presso la Corte Penale di Suez è fissata per il 29 gennaio, e per quel giorno è atteso anche il verdetto. Bakr chiede il motivo di questa procedura e la ragione per cui, a lui e ai suoi colleghi, è precluso il diritto di difendersi. “È come se le istituzioni volessero comunicare a tutti che non tollereranno scioperi o attività sindacali nella regione di Suez.”

Oltre ai 12 dipendenti fermati all’interno della fabbrica, continua Bakr, sono stati condotti altri tre arresti. Peraltro, diversi suoi colleghi sono stati interrogati da membri dell’Agenzia nazionale di sicurezza.
“Da quando le proteste rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale?” si domanda. “Siamo stati arrestati e ora siamo sottoposti a un processo come se fossimo criminali, solo per aver esercitato un nostro diritto.”

Egyptian Fertilizers Company (EFC)


Il 5 dicembre, la polizia ha fatto irruzione presso la Egyptian Fertilizers Company (EFC) e la Egyptian Basic Industries Corporation (EBIC), entrambe di proprietà del magnate Nassif Sawiris, l’uomo più ricco d’Egitto, con una ricchezza stimata di 6,1 miliardi di dollari.

I lavoratori stavano scioperando per un aumento del salario in seguito alla svalutazione della Lira Egiziana. Con un’azione coordinata, la polizia ha arrestato oltre 200 scioperanti, rilasciati nel giro di qualche ora. Altri due dipendenti della EFC sono stati trattenuti nel Commissariato di Polizia di Attaqa e rilasciati in seguito al pagamento di una cauzione di 10.000 Lire Egiziane. 6 lavoratori dovranno comparire di fronte alla Corte Penale di Suez il 28 gennaio; sono accusati di “istigazione allo sciopero” e “blocco della produzione”.

Dopo la violenta interruzione dello sciopero, il 25 dicembre è stato pubblicato un articolo sul quotidiano Al-Ahram (di proprietà dello Stato), con il seguente titolo: “Messaggi di apprezzamento e ringraziamenti dei dipendenti alla EFC.” Nell’articolo, si sosteneva che “Tutti i lavoratori della Egyptian Fertilizers esprimono il più sincero rammarico per i recenti incidenti e si considerano partner strategici dei proprietari dell’impresa.”

La notizia pubblicata su Al-Ahram


Yasser al-Geneidy, arrestato nel corso di quel raid, ha dichiarato di aver scritto la nota di scuse, insieme a un collega, in seguito alle pressioni ricevute dagli amministratori dell’impresa. “Ci hanno imposto di scriverla come condizione preliminare per essere reintegrati”.

Sembra che un dirigente abbia pagato circa 133.000 Lire Egiziane per pubblicarla sulle pagine di Al Ahram. “I colleghi ci hanno criticato, ma lo abbiamo fatto nella speranza di mantenere il posto di lavoro. Purtroppo, nonostante le scuse, non siamo stati reintegrati e siamo tuttora sotto processo.”

Geneidy conclude, “Nassif Sawiris è più forte e potente di noi. È un miliardario che sovvenziona lo Stato, cosa possiamo fare? Chi potrebbe difenderci?”

Omar teme che i tassi di inflazione in crescita e la stagnazione dei salari, unite alle misure di austerità e al giro di vite sulle proteste dei lavoratori, possano determinare una stagione di instabilità in Egitto.

“Fidatevi,” sostiene Omar: “Sono nel movimento dei lavoratori da tanti anni e posso assicurarvi che presto le proteste si espanderanno in tutto il Paese.”

*Seoud Omar è venuto a mancare qualche giorno dopo l’intervista di Mada Masr.


da Nena news
fonte: Mada Masr



 

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