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Il mattatoio siriano

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Ha suscitato un’enorme clamore, soprattutto in Occidente, il bombardamento dei governativi su Khan Sheikhoun (nella provincia di Idlib in mano agli insorti), non solo perché avvenuto in violazione del cessate il fuoco siglato il 29 dicembre, ma per l’uso di letali gas tossici proibiti dalle convenzioni internazionali.

L’esercito siriano, come in tutte le altre occasioni del resto, ha negato di aver usato i gas, attribuendone invece la responsabilità ai ribelli sunniti. Dopo aver avvertito i russi, per consentirne l’evacuazione, l’esercito americano ha sferrato un attacco missilistico contro la base aerea dell’esercito siriano di al-Shayrat.

L’isterico putiferio diplomatico suscitato dalla risposta americana si placherà molto presto. L’attacco missilistico americano, potente sul piano simbolico, non imprime, di contro a quanto si sbraita a destra e a manca, alcuna svolta strategica al feroce conflitto multilaterale in corso in Siria — 300-400mila morti, un numero incalcolabile di feriti, 4 milioni di rifugiati espatriati, quasi 8 milioni di siriani sfollati. Non sposta di una virgola i rapporti di forza tra i due fronti belligeranti. Non muta in modo sostanziale i termini della contesa tra le potenze regionali e globali coinvolte (ognuna delle quali conserva intatte le proprie aspirazioni espansionistiche). Non rappresenta un capovolgimento dell’approccio di lungo periodo della Casa Bianca.

Trump come Obama vorrebbe la rimozione di Assad, ma davanti alla minaccia che Damasco cada nelle mani delle forze sunnite wahabite e takfire, questi resta ovviamente il “male minore”. La caduta di Assad sotto i colpi del sunnismo fondamentalista avrebbe ripercussioni devastanti su tutto il Vicino Oriente, anzitutto sull’Iraq, dove infatti gli Stati Uniti, alla testa di una Santa Alleanza che comprende oltre ai curdi e al governo di Baghdad decine di paesi tra cui l’Iran, da tempo sono nuovamente intervenuti in forze per schiacciare lo Stato islamico e riprendere Mosul — nel dicembre scorso il generale del Pentagono Stephen Townsend ha affermato che in un anno sono state compiute contro il califfato ben 17mila incursioni aeree, infliggendo allo Stato Islamico ingenti perdite e al martoriato popolo iracheno delle province sunnite sofferenze inaudite (che in Occidente ci si guarda bene dal ricordare).

Per quanto non dichiarata è palese la convergenza tattica tra gli USA e la Russia putiniana, che si pone come avanguardia della “lotta globale al terrorismo islamista”, motivo della spedizione militare in Siria, su cui gli USA hanno chiuso infatti tutti e due gli occhi. Con un gesto distensivo che la dice lunga sulla strategia russa, proprio poche ore prima dell’attacco missilistico americano, Mosca ha pugnalato alle spalle il popolo palestinese, ufficialmente riconoscendo Gerusalemme Ovest capitale dello stato israeliano. Un gesto che nemmeno gli Stati Uniti hanno potuto sin qui compiere

Abbiamo altre volte criticato certe spiegazione manichee e semplicistiche sulle cause del sanguinoso conflitto siriano, che sono invece molteplici. Contro la sollevazione popolare iniziata nel marzo 2011, il governo, da anni corresponsabile del disfacimento del tessuto sociale e della crescente polarizzazione tra ricchi e poveri, scatenò ben presto una feroce repressione. Il pugno di ferro del regime di Bashar al-Assad, mentre annichilì le deboli componenti democratiche e riformiste, consegnò ben presto alle frazioni più estreme dell’Islam sunnita l’egemonia sul dilagante movimento di protesta.

Il conflitto sociale e politico, non potendo fluire per vie legali e democratiche, sfociò rapidamente in una cruenta lotta armata, che divenne a sua volta una guerra civile dispiegata. Per la precisione una spietata “fitna” aggravata dalle divisioni tribali e claniche. I motivi sociali e politici della rivolta —le masse arabo-sunnite, largamente maggioritarie, si percepivano come oppresse da un regime che consideravano settario oltre che oligarchico — precipitarono sullo sfondo, venendo sopraffatti da discordie ataviche di tipo confessionale e etnico.

Il sopravvento delle organizzazioni  wahhabite e salafite combattenti, nonché takfire  — ISIS (poi al-Dawla al-Islamiyya) e al-Nusra (poi Jabhat Fatah al-Sham) —  tra la popolazione sunnita costituì il primo grande tornante della guerra. Da quel momento il conflitto diventava apertamente confessionale: da una parte il fronte sunnita capeggiato da wahabiti e takfiri, dall’altra parte il blocco delle sette minoritarie (alawiti, shiiti, cristiani, drusi) e alcuni potenti clan sunniti in affari col regime, tutti aggrappati alle sorti di Assad.

Data l’importanza geo-politica della Siria, sia le medie e piccole potenze regionali, sia le due superpotenze mondiali (USA e Russia), tutte violando il cosiddetto “diritto internazionale”, si sono infilate nel conflitto siriano. Prima surrettiziamente, per interposta persona, sostenendo e armando uno dei due fronti (ognuna avendo propri clienti al loro interno), poi direttamente, con truppe e mezzi sul terreno — agiscono oggi in Siria truppe russe, americane, inglesi, iraniane, libanesi e turche. Mentre i cieli siriani sono solcati anche dalle aviazioni militari di Francia, Israele e Giordania.

La Siria è così diventata un torbido campo di battaglia tra numerosi attori internazionali, ognuno cercando il proprio vantaggio, ognuno perseguendo il suo proprio disegno egemonico. Un’esecrabile e circoscritta guerra civile a carattere confessionale ed etnico è dunque degenerata in un conflitto geopolitico polimorfo: a) tra potenze imperialistiche e loro relativi vassalli regionali; b) nel campo dei vassalli la disputa, essendo la posta in palio l’egemonia nel turbolento mondo islamico, è diventata quella tra le due principali sette islamiche, quella shiita (capeggiata dal blocco Iran-Hezbollah libanese) e quella sunnita (capifila litigiosi Arabia Saudita e Turchia).

Il secondo grande tornante del conflitto siriano, si è verificato nella primavera del 2015 quando la guerriglia sunnita, capeggiata da Jaish al-Fatah, forte dei rifornimenti turchi e sauditi, scatena una vincente offensiva su più punti dello scacchiere e anzitutto sulla città di Idlib, strappandola dal controllo dei governativi. Il regime di Assad, malgrado l’appoggio delle milizie libanesi di Hezbollah e di quelle iraniane è da questo momento sulla difensiva, minacciato da ogni lato. D’altro canto, nell’estate, nel Nord-Est del paese, le forze curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), con la decisiva copertura non solo aerea e logistica americana, strappano dalle mani dello Stato Islamico vasti territori confinanti con la Turchia.

Siamo quindi, nell’autunno del 2015, al terzo decisivo tornante della guerra: le truppe russe, con intervento contundente, anzitutto su Aleppo, entrano direttamente in campo riuscendo a salvare il regime di Assad da quella che rischiava essere una disfatta strategica. Devastante risulterà, a spiegare la sanguinosa “liberazione” di Aleppo est da parte dei governativi (fine dicembre 2016), la vera e propria guerra tra gli islamisti sunniti dello Stato Islamico e Jaish al-Fatah, quest’ultima sostenuta dall’esercito turco, che entra in forze a Nord di Aleppo.

La “liberazione” di Aleppo Est e l’ennesima pulizia etnica obbliga gli islamisti sunniti sconfitti a firmare, come deciso da Russia e Turchia e con l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, il cessate il fuoco su tutto il territorio siriano, ciò che consente l’evacuazione in massa di combattenti e civili sunniti verso la provincia di Idlib. Chi pensava che quel cessate il fuoco sarebbe stato l’anticamera della pace si sbagliava, e di grosso. La tregua, da gennaio in qua, a Nord  come a Sud, a Ovest come a Est, nei subborghi di Damasco come in quelli di Hama e Aleppo, è stata violata in molteplici occasioni, sia dalle forze governative che dai suoi litigiosi nemici.

La fitna, la guerra confessionale ed etnica, è destinata a durare molto a lungo, durerà fino a quando uno dei due fronti non otterrà una vittoria totale. Ammesso e non concesso che le due grandi potenze riescano a ridurre a più miti consigli i loro alleati regionali, esse non riusciranno a placare gli odii che dilaniano la Siria (e l’Iraq). Bashar al-Assad lo ha ribadito giorni addietro: “non sigleremo alcuna pace fino a quando non avremo annientato i terroristi”. Dall’altra parte la medesima irriducibile ostilità.

Passerà molto tempo prima che si prosciughino le sorgenti dei fiumi di sangue. Il Vicino Oriente, come abbiamo sostenuto, ha appena iniziato la sua “Guerra dei Trent’anni”. Una “Pace di Westfalia” non sembra vicina. Essa sancirà nuovi equilibri in seno ad una civiltà sotto attacco, quella musulmana, che aspira ad un rango di primo piano sulla scena mondiale. La storia ci dirà se l’ondata fondamentalista segna il risorgimento dell’islam o il suo fatale declino.


Questi alcuni nostri articoli sulla guerra in Siria ed in Iraq


Spezzare l'assedio di Mosul 06 novembre 2016

Fermare l'attacco! 17 ottobre 2016

La fine dello Stato Islamico? 15 agosto 2016

Solidarietà con Falluja, città martire della Resistenza
07 giugno 2016

Medio Oriente in fiamme
03 aprile 2015

Davanti alla tragedia di Kobane
09 ottobre 2014

Al-Takfir - Il Califfato islamico e i suoi nemici
14 agosto 2014

La conquista di Mosul 17 giugno 2014

Perché i filo-Assad si sbagliano
03 dicembre 2013

Siria: negoziato e governo di transizione
17 ottobre 2013

 

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