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Il guerrafondaio

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Il gravissimo intervento di Trump all'ONU non ha avuto la giusta rilevanza. Mai si era vista in quella sede tanta aggressività. Il capo della Casa Bianca ha minacciato di distruggere la Corea del Nord, ha promesso un regime change all'Iran (assurdamente accusato di terrorismo), nonché al Venezuela. Solo propaganda per rinsaldare il blocco che lo sostiene? Difficile che solo di questo si tratti, anzi il suo discorso guerrafondaio è sembrato andare incontro a tendenze profonde che (non senza contrasti) percorrono l'establishment della superpotenza a stelle e strisce.

Colpisce come egli abbia rispolverato in buona sostanza l'intero armamentario retorico di George W. Bush: da un lato una ristretta pattuglia di "stati canaglia" da cancellare dalla faccia della terra, dall'altro il grosso dell'umanità ben felice di assecondare il dominio americano, in mezzo Russia e Cina che devono decidere cosa fare da grandi.

Non è difficile capire dove possa condurre una simile impostazione. Certo, il mondo oggi è assai diverso da quello del 2001. Ma sarebbe un tragico errore non vedere il cambio di passo impresso negli ultimi mesi. Una spinta alla guerra che ha portato al discorso più bellicoso mai pronunciato al Palazzo di vetro.

Qui di seguito un articolo di Pepe Escobar sul tema.



La dottrina di Trump promette di massacrare il nuovo asse del male

di Pepe Escobar

Non è stato un “profondo discorso filosofico”. E neanche uno di “sano realismo” – come spacciato dalla Casa Bianca. Il presidente Trump all’ONU è stato “carneficina americana”, prendendo a prestito una frase precedentemente usata dal suo speechwriter Stephen Miller.

Bisogna digerire l’enormità di quel che è appena successo. Il presidente degli Stati Uniti, dinanzi ai tromboni della “comunità internazionale”, ha minacciato di “cancellare dalla mappa” tutta la Repubblica Democratica Popolare di Corea (25 milioni di persone). E che siano dannati i milioni di sudcoreani che potrebbero perire come danni collaterali.

Le minacce di Trump ricordano la teoria del folle di Nixon-Kissinger, secondo la quale l’URSS doveva sempre pensare che il presidente americano avrebbe potuto sganciare la bomba nucleare. Ma la RPDC non sarà molto impressionata da questa strategia vintage.

Ciò lascia sul tavolo una versione 2.0, ancor più terrificante, di Hiroshima e Nagasaki (Trump ha ripetutamente invocato Truman nel proprio discorso). Ci saranno ora manovre frenetiche sia a Mosca che a Pechino: Russia e Cina hanno infatti in corso una strategia comune per contenere Pyongyang.

La dottrina Trump è stata finalmente approvata ed un nuovo asse del male è stato delineato. I vincitori sono Corea del Nord, Iran e Venezuela. La Siria è un mini-male, così come Cuba. Ucraina e Mar Cinese del Sud sono state menzionate soltanto fugacemente, senza frecciatine a Russia e Cina. Il che potrebbe essere segno di almeno un minimo di realpolitik; senza “RC” – il partenariato strategico Russia-Cina al centro del blocco BRICS e dell’organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO) – non esiste una soluzione possibile allo stallo nella Penisola coreana.

In questa epica battaglia dei “molti giusti” contro i “pochi malvagi”, con gli Stati Uniti descritti come “nazione compassionevole” che vuole “armonia e amicizia, non conflitti e lotte”, è un po’ ironico che allo Stato islamico – ritratto come un “male” molto minore rispetto a Corea del Nord ed Iran – siano stati dedicati solo pochi paragrafi.

L’arte di mandare un accordo in fumo


Secondo la dottrina Trump, l’Iran è “uno Stato economicamente povero, le cui principali esportazioni sono violenza, spargimenti di sangue e caos”, un “regime omicida” che trae profitto da un accordo nucleare che è “imbarazzante per gli Stati Uniti”.

Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha così twittato: “L’hate speech di Trump appartiene all’epoca medievale e non all’ONU del XXI secolo – non merita neanche una risposta”. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha ancora una volta sottolineato il pieno sostegno all’accordo nucleare, alla vigilia di un incontro dei ministri P5+1 previsto per mercoledì, dove Sarif avrebbe dovuto sedersi allo stesso tavolo del segretario di Stato USA Rex Tillerson. Ordine del giorno: conformità dell’accordo. Tillerson è l’unico che vuole una rinegoziazione.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha infatti sviluppato un argomento incontestabile sui negoziati nucleari. Dice che l’accordo – su cui P5+1 ed IAEA sono tutti d’accordo – possa essere usato come modello altrove. La Merkel concorda. Ma, afferma Rouhani, se gli Stati Uniti improvvisamente decidono di uscire in modo unilaterale, come possono i nordcoreani pensare che valga la pena sedersi e negoziare qualcosa con gli americani?

Ciò a cui la dottrina Trump punta è, infatti, un vecchio giochetto neo-con, che si rifa alle dinamiche della guerra fredda Washington-Teheran condotte da Dick Cheney.

Lo script è il seguente: 1) l’Iran deve essere isolato (dall’Occidente); 2) l’Iran “destabilizza” il Medio Oriente (l’Arabia Saudita, la fucina di tutti i tipi di jihadismo salafita, viene risparmiata); 3) l’Iran, poiché sta sviluppando missili balistici che potrebbero – forse – trasportare testate nucleari, è la nuova Corea del Nord.

Ciò pone le basi affinché Trump stracci l’accordo il 15 ottobre. Un tale risultato geopolitico metterebbe a confronto Washington, Tel Aviv, Riyadh e Abu Dhabi contro Teheran, Mosca e Pechino, con le capitali europee non allineate. Una cosa che poco si addice ad una “nazione compassionevole” che vuole “armonia ed amicizia, non conflitti e scontri”.

L’Afghanistan arriva in Sud America


La dottrina Trump, come detto, privilegia la sovranità assoluta dello Stato-nazione. Ma poi ci sono quei fastidiosi “regimi canaglia”, che devono subire, beh, un regime-change. E qui entra dunque in scena il Venezuela, ora “sull’orlo del collasso totale”, e governato da un “dittatore”; quindi, l’America “non può stare ferma e guardare”.

E difatti lunedì The Donald cenava a New York con i presidenti di Colombia, Perù e Brasile (quest’ultimo indagato dall’attorney general del proprio paese come leader di un’organizzazione criminale e che gode di un invidiabile 95% di impopolarità). Sul menu: regime change in Venezuela.

Il “dittatore” venezuelano Maduro è sostenuto da Mosca e, soprattutto, Pechino, che acquista petrolio ed ha pesantemente investito nelle infrastrutture del paese, dato che il gigante delle costruzione brasiliano Odebrecht è al momento paralizzato dall’indagine Car Wash.

La posta in gioco in Venezuela è estremamente alta. Ai primi di novembre, forze brasiliane ed americane saranno schierate in un esercitazione militare congiunta nella foresta amazzonica, al confine tra Perù, Brasile e Colombia. Chiamatela una prova per il cambiamento di regime in Venezuela. Il Sudamerica potrebbe benissimo trasformarsi nel nuovo Afghanistan, considerata la dichiarazione di Trump che “grandi parti della terra sono in conflitto, ed alcune andranno anche all’inferno”.

Nonostante tutto il risalto dato alla “sovranità”, il nuovo asse del male riguarda, ancora una volta, i regime change.

Russia e Cina mirano a disinnescare lo stallo nucleare, per poi sedurre la Corea del Nord ad unirsi alla Belt and Road Initiative (BRI) ed all’Unione economica Eurasiatica (EAEU) attraverso una nuova ferrovia trans-Coreana e vari altri investimenti nel paese. Il nome del gioco è integrazione eurasiatica.

L’Iran è uno snodo chiave per il BRI. È anche un futuro membro della SCO, è collegato – tramite il corridoio di trasporto Nord-Sud – ad India e Russia ed è un possibile futuro fornitore di gas naturale per l’Europa. Il nome del gioco è, ancora una volta, integrazione eurasiatica.

Il Venezuela, nel frattempo, detiene le più grandi riserve di petrolio inesplorate del pianeta, ed è inquadrata da Pechino come una sorta di nodo BRI avanzato in Sud America.

La dottrina Trump introduce una nuova serie di problemi per Russia e Cina. Putin e Xi sognano di ricostruire un equilibrio di potere simile a quello del Concerto europeo, durato dal 1815 (dopo la sconfitta di Napoleone) fino all’inizio della prima guerra mondiale del 1914. In quel periodo Gran Bretagna, Austria, Russia e Prussia decisero che nessuna nazione europea doveva essere in grado di emulare l’egemonia della Francia sotto Napoleone. In seduta come giudice e carnefice, la “compassionevole” America di Trump sembra certamente intenzionata a ripetere tale egemonia.


da Comedonchisciotte
Fonte: www.counterpunch.org
Traduzione per www.comedonchisciotte.org  a cura di HMG


 

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