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Il Kurdistan iracheno dopo la vittoria indipendentista

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Cosa succederà adesso nel Kurdistan iracheno? Secondo alcuni osservatori non succederà nulla, dato che il referendum doveva servire anzitutto a tenere in piedi il corrotto regime di Barzani. In realtà è difficile che tutto possa continuare come se niente fosse. Non solo l'Iraq non riconosce l'indipendenza, ma pure Turchia ed Iran sembrano pronte all'azione. Ma con quali mezzi?

E' probabile che prima di passare all'azione militare vengano utilizzati altri strumenti di pressione. Tra questi - è la tesi dell'intervista che potete leggere di seguito - decisive potrebbero risultare le sanzioni economiche di Iraq, Iran e Turchia.


«Se Erbil verrà isolata l'indipendenza morirà»


Intervista di Chiara Cruciati a Kamal Chomani, analista al Tahrir Institute: «Non ci saranno invasioni. Il Kurdistan vive degli scambi con i paesi vicini: se Turchia e Iran chiudono i confini, il referendum collassa». E Baghdad dà tre giorni a Barzani per cedere gli aeroporti

La grande festa è andata avanti tutta la notte. Sordi alle minacce di invasione e isolamento economico, i kurdi iracheni si sono goduti il loro momento: canti e balli, caramelle distribuite alla folla, clacson che hanno dato ritmo alla gioia. Consapevoli che potrebbe non durare.

In attesa dei risultati definitivi, ieri pomeriggio la Commissione elettorale ha sfornato quelli preliminari: affluenza al 72% e un vantaggio bulgaro del sì, 90%. E il presidente Barzani, in serata, ha proclamato la vittoria del sì in un discorso televisivo.

Come nel giorno del voto, anche ieri sono piovute le reazioni dei vicini di Erbil. Tutti contrari all’indipendenza, a un referendum consultivo che nell’intenzione di Barzani dovrebbe aprire a nuovi negoziati con Baghdad. Negoziati a cui, però, il governo centrale non intende prendere parte. Lo ha detto ieri chiaramente il premier iracheno al-Abadi («Non discuteremo né dialogheremo sui risultati del referendum perché incostituzionale»), mentre partivano le manovre militari congiunte tra Baghdad e Ankara alla frontiera con il Kurdistan e il governo iracheno dava tre giorni di tempo a Erbil per cedere il controllo dei due aeroporti internazionali, pena l’embargo aereo.

Ma è stato il presidente turco Erdogan a definire meglio la possibile strategia per il futuro: chiudere i confini, bloccare l’import, l’export e l’oleodotto da cui transitano 500mila barili di greggio al giorno e in definitiva prenderli per fame.

Ovvero, sanzioni economiche per far tornare Erbil all’ovile, alle direttive di un paese che ha interessi enormi in Iraq, dal petrolio alla presenza del nemico Pkk.

È proprio il nodo economico a spaventare di più: la non-autosufficienza nella produzione interna, la dipendenza dal budget federale di Baghdad e dai prestiti turchi per pagare gli stipendi (1,5 miliardi di dollari di credito), lo scambio commerciale con Iran e Turchia radicano l’idea che il passo di Barzani sia stato volto più alla personale sopravvivenza in un periodo di grave crisi interna che all’interesse verso le secolari spinte indipendentiste kurde.

Ne abbiamo parlato con Kamal Chomani, ricercatore kurdo al Tahrir Institute for Middle East Policy e giornalista di Foreign Policy e al-Monitor.

Con il referendum Barzani pare voler rafforzare un consenso in costante declino, eroso da accuse di corruzione e da un mandato scaduto nel 2015.


Barzani ha agito per fini personali. La crisi economica, politica e sociale, l’alta disoccupazione, l’emigrazione crescente, la fine del suo mandato, il blocco dei lavori parlamentari, l’impedimento al presidente del parlamento (membro del partito di opposizione Gorran) di raggiungere Erbil da due anni, tutto questo ha fatto crollare il consenso verso Barzani. Che ha scovato l’elemento giusto per far tollerare alla gente il suo regime.

Quali problemi finanziari Erbil si troverebbe ad affrontare in caso di secessione?


Seri problemi economici. Il Kurdistan sopravvive grazie ai fondi federali ed è il governo centrale che fornisce medicinali, derrate alimentari, energia. Ma soprattutto l’Iraq è una fonte di entrata economica importante, è il principale mercato per i beni kurdi e Erbil è la prima meta turistica degli iracheni. Senza industrie e settori economici forti, buona parte della popolazione vive di turismo che è prevalentemente iracheno, non straniero.

Lo scoppio di un conflitto intra-iracheno, a partire dalle zone contese, è possibile?

Nel caso di effettiva indipendenza, gli scontri sono probabili. Sia con le milizie sciite che con gli arabi sunniti che non accetteranno mai di cedere Kirkuk. È la più ricca città irachena in termini energetici e l’Iraq la considera parte del proprio territorio. La questione non può che essere risolta pacificamente e con il dialogo o le tensioni esploderanno: le milizie sciite sono sostenute dall’Iran e saranno usate da Teheran come proxy contro l’indipendenza kurda. L’unica soluzione per Kirkuk è renderla città internazionale, città indipendente che cooperi con Baghdad e Erbil ma che non sia controllata da nessuno dei due governi.

E le minacce di intervento armato dall’esterno?


Non penso ci saranno invasioni o interventi armati. Il governo kurdo si finanzia grazie agli Stati vicini: il 95% delle vendite di greggio passa per l’oleodotto turco, ad Ankara basterebbe interromperlo per far morire l’indipendenza kurda. Allo stesso modo se Turchia e Iran chiudessero i confini, una regione che importa l’85% dei beni che consuma collasserebbe. Non siamo autosufficienti né in agricoltura né nell’industria: le sanzioni economiche non solo sono più probabili ma anche più efficaci.


da il Manifesto


 

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