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La bufala degli "accordi tecnici"

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La pittoresca arrampicata sugli specchi del ceto politico centrosinistrato

Adesso dalle parti di piddinia cianciano di "accordi tecnici", peccato siano tecnicamente impossibili. Semplicemente la nuova legge, da questi azzeccagarbugli approvata solo due settimane fa, non li consente. E sfido chiunque a spiegare cosa mai possano essere di diverso dalle coalizioni, queste sì previste dalla legge. E difatti nessuno lo spiega, dato che sono esattamente la stessa cosa.

Se non altro l'improbabile stratega democristiano Dario Franceschini lo ha ammesso, dicendo in sostanza che il Pd deve fare esattamente come la destra, unirsi in una coalizione, pur sapendo che la stessa si squaglierà subito dopo il voto. Forse non avevamo tutti i torti a parlare fin dal principio di coalizioni sul modello del car pooling: si va insieme in macchina da Milano a Roma per risparmiare, ma giunti nella capitale ci si saluta per sempre. Politicamente parlando un bel capolavoro, non c'è che dire.

Ciò detto, resta tuttavia il fatto che una coalizione che si presenta con gli stessi candidati nei collegi uninominali - quelli che davvero contano, dato che saranno questi a trainare il risultato della quota proporzionale - resta comunque un gigantesco fatto politico, altro che accordo tecnico!

Ma, per mestiere, lorsignori debbono ingannare. Ecco allora il trucchetto lessicale a coprire l'imbroglio politico. Per rendere ancora più credibile il loro "tecnicismo", certi scribacchini parlano poi di «accordi nei collegi», mandando così in brodo di giuggiole gli amanti del thriller: come si produrranno mai questi accordi nei «collegi», quasi avvenissero in zone oscure ed inaccessibili del Paese?

Tranquilli, se ci saranno questi accordi potranno avvenire solo alla luce del sole - il che per certa gente è in effetti un problema - e solo ed esclusivamente a livello nazionale. Non lo diciamo noi, ma appunto la legge da loro stessi approvata. Una legge che rende impossibile sia la desistenza (copyright Cossutta-Bertinotti, 1996), sia a maggior ragione la non-belligeranza, escogitata dal secondo membro della coppia di cui sopra nel 2001 per non danneggiare il centrosinistra guidato - pensate un po' - da quel rivoluzionario di Francesco Rutelli.

Come funzionava la desistenza? Semplice: nel 1996 Rifondazione Comunista presentò propri candidati solo in un numero limitato di collegi, nei quali la coalizione dell'Ulivo non ne presentava di propri. La stessa cosa, a parti ovviamente invertite, avveniva in tutti gli altri collegi (la stragrande maggioranza). In questo modo il voto delle forze assenti nel collegio uninominale veniva indirizzato verso il candidato dell'altro contraente il patto di desistenza. Nel 2001, poi, in assenza anche di questo semplice patto, il Prc scelse di non presentarsi proprio nei collegi uninominali, tanto da solo non vi avrebbe mai eletto nessuno.

Ora, chiunque capisca anche solo l'abc della politica comprende perfettamente che neppure quegli accordi potevano essere definiti soltanto come "tecnici". La cosa è talmente vera che nel 1996 il Prc passò rapidamente dalla desistenza al pieno appoggio parlamentare al governo Prodi.

Ma torniamo ai giorni nostri. Come mai oggi un patto di desistenza è invece impossibile? Essenzialmente per una ragione. Perché con il Mattarellum, in vigore in quegli anni, la quota proporzionale della Camera era del tutto separata da quella maggioritaria, tant'è che si votava su due distinte schede. In quel modo il desistente (anche totale, come il Prc dell'esempio nel 2001) prendeva comunque i suoi seggi nella quota proporzionale.

Con il Rosatellum, invece, il voto dei collegi uninominali (maggioritario) e quello dei collegi plurinominali (proporzionale) è inscindibilmente legato. Non solo. Come abbiamo già detto, è il voto del maggioritario che determina il risultato nel proporzionale. Desistere è dunque impossibile per chiunque voglia politicamente esistere.

Questo vincolo inscindibile è reso ancora più forte da altri meccanismi della nuova legge. Intanto, l'assenza anche in solo collegio uninominale, farebbe automaticamente saltare la presentazione della lista anche nel più grande collegio plurinominale che lo contiene. Ma non basta. Nelle circoscrizioni più piccole, l'assenza anche in solo collegio plurinominale escluderebbe la lista dall'intera circoscrizione. Chi sarebbe così pazzo da pagare un simile prezzo politico? Ma c'è di più: la legge precisa che la coalizione è unica a livello nazionale, con una sola eccezione esplicitamente ammessa per le forze rappresentative delle minoranze linguistiche.

Non c'è dunque possibilità alcuna di "accordo tecnico" che non sia la pura e semplice definizione di una coalizione politica. Che poi questa coalizione sia politicamente fragile è tutt'altra questione. Ma lasciassero perdere il discorso "tecnico" dietro il quale vorrebbero mascherare un preciso intento politico: quello di riportare dentro l'alveo "largo" del maggior partito sistemico i bersaniani che se ne erano distaccati, inclusa la loro modesta e quasi irrilevante appendice storica di Sel-Sinistra Italiana.

Riuscirà questo disegno? Forse sì, forse no. Di certo domani Renzi dovrà dire qualcosa alla direzione del suo partito. Poi la palla sarà nel campo di Bersani-Fratoianni-Civati. Ma di questo possibile sconcio parleremo a tempo debito.

Intanto che sia chiara una cosa: se di nuovo il trio di cui sopra deciderà di prostrarsi fin da subito alle esigenze sistemiche di chi teme un eccessivo indebolimento del Pd (che ci avessimo visto giusto?), si eviti almeno di parlare di "accordo tecnico" per nascondere quella che è solo sudditanza politica. E che non ci vengano a vendere la favola della lotta alla destra. Non solo è difficile vedere qualcuno più a destra del Pd, ma in ogni caso il loro apporto alla coalizione servirebbe solo per reinsediare Renzi a Palazzo Chigi in alleanza con Berlusconi. Lascino dunque stare la "tecnica" e si assumano piuttosto le loro responsabilità politiche.

Comunque sia, la pittoresca arrampicata sugli specchi di tutto il ceto politico centrosinistrato (e del suo contorno mediatico, si veda l'insuperabile Repubblica), è davvero il segno di una crisi micidiale. Perché un cosa è certa: cercare di smerciare come meramente "tecnica" un'alleanza elettorale, ammettere con candore il suo carattere assolutamente strumentale, è roba da mentecatti assai prossimi alla pattumiera della storia.

 

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