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Perché alla fine i palestinesi vinceranno

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L’ultima trovata di Donald Trump, il riconoscimento formale di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, non è che la conferma della inossidabile unione tra i capitalisti nordamericani e i sionisti-colonialisti israeliani.

Nessuno è giunto alla Casa Bianca senza l’appoggio della potentissima lobby ebraica. E anche tra coloro che oggi criticano l’attuale presidente, politici o opinionisti, quanti hanno in passato levato la loro voce contro i governi israeliani che mettevano in galera i palestinesi, ne demolivano le case, ne sradicavano gli ulivi, uccidevano bambini donne vecchi e giovani, ne negavano i diritti e le speranze? Quanti, negli Usa, e nella nostra Europa, hanno denunciato la palese ingiustizia e l’oscena menzogna che stanno dietro la fondazione dello Stato di Israele?

Ora molti, moltissimi additano Trump, e giustamente, al pubblico ludibrio, con quella sua ridicola frangetta che pare un riporto, e quella sua voce da papero, e quei suoi modi da tanghero, e la sua corte dei miracoli… Trump si sta confermando il gaglioffo improponibile che era, ma ben sappiamo che la signora Clinton non sarebbe stata poi meglio. E lo stesso Obama, che ha tentato, in punta di piedi, sottovoce, di porre qualche limite all’arroganza di Benjamin Netanyahu, ed è stato subito fermato, ha comunque sempre sostenuto la priorità della “sicurezza di Israele”.

Con la “Guerra dei Sei Giorni” di cinquant’anni fa si consumò uno dei più gravi delitti non soltanto contro il popolo palestinese, ma contro l’intera umanità con l’annessione di una parte di Gerusalemme, oltre che di altre cospicue fette di territorio: un crimine contro la storia, fu quel furto di Gerusalemme. Già, perché Gerusalemme è sempre stata città universale, culla di popoli, credenze, fedi diverse, che hanno coabitato e coesistito. Cristiani di varia confessione, mussulmani sciiti e sunniti, ebrei, e altro, molto altro, hanno dato una fisionomia unica e particolarissima a questa città antichissima e nobilissima. La sua occupazione manu militari da parte degli israeliani fu un atto gravissimo davanti al quale, al di là di generiche condanne e di qualche modesto brontolio, vi fu una silenziosa accettazione del dato di fatto, come prima e dopo davanti ad ogni atto politico o militare degli israeliani.

Da allora le diverse amministrazioni israeliane hanno condotto una scellerata politica di ebraizzazione forzata della città, cercando di cancellare, brutalmente, la sua storia, di uccidere la sua identità multietnica e multi religiosa, e soprattutto di eliminare ogni traccia di cultura araba, negando la presenza millenaria dei palestinesi.

Ora Trump il goffo riprende una delibera della metà degli anni Novanta del Congresso Usa di accettazione del ruolo di capitale israeliana, e le toglie la sospensione cautelativa operata da tutti gli inquilini della White House fino ad oggi, e accede sostanzialmente alla perfetta intesa col bandito Netanyahu: negli atti ufficiali israeliani si legge che Gerusalemme è “capitale eterna unica e indivisibile” dello Stato di Israele. Il presidente statunitense afferma che è tempo di riconoscere il dato, anche se lo fa in forma ambigua, e prendendo tempo. I commenti dei governanti europei sono stati ovviamente impacciati timorosi, come ogni volta davanti a ciò che concerne la questione ebraico-palestinese. E che dire della nostra stampa? La Repubblica ha relegato ieri 7 dicembre la notizia a pagina 23, mentre ha dedicato copertina e le prime quattro pagine all’“aggressione” dei fascisti romani alla sede del giornale. No comment.

L’annuncio ha invece subito scatenato la rabbia palestinese, e la reazione israeliana. Già si contano i morti, mentre si moltiplicano i feriti. La parola intifada (“rivolta”) è corsa sulle bocche, ha fatto capolino nei sommari dei giornali, è stata illuminata dagli schermi. E Gaza rischia di essere nuovamente la vittima sacrificale dell’escalation. Nuove macerie, nuovi cadaveri, nuovo dolore. Una nuova sconfitta, dunque, si annuncia per il popolo martire della nostra contemporaneità? Forse a breve sì, ma solo apparentemente: la tenacia, la costanza, la forza di uomini e donne di ogni età, bambine e ragazzi, anziani, costituiscono un esempio mirabile di resilienza e insieme di resistenza, anche nella palese disparità di mezzi, e di appoggi internazionali: tanto soli i palestinesi, tanto appoggiati gli ebrei israeliani.

Eppure, eppure le cose andranno, alla lunga diversamente. Si legge nel comunicato stampa dell’ISM Italia (8-12-2017): “ …il sionismo, un movimento coloniale di insediamento, ha fallito il suo obiettivo, iniziale e finale, l’espulsione dalla Palestina storica o il genocidio dei palestinesi. Nella Palestina storica sei milioni di palestinesi sono ancora lì, a fronte di sei milioni di ebrei israeliani. Nei paesi arabi che circondano Israele i profughi palestinesi sono circa sei milioni”. E più avanti, si afferma, con un ottimismo della speranza a cui voglio credere: “ Ha vinto, o meglio, finirà per vincere il sumud palestinese…”.

Sumud è un bellissimo termine della lingua araba, che significa risolutezza, fermezza, capacità di resistere, ed è diventato la parola chiave della resistenza all’occupazione sionista. I coloni ebrei, e i governi che li spalleggiano, hanno sottovalutato il sumud: “Sumud significa continuare a vivere nella propria terra, ridere, godersi la vita, innamorarsi, sposarsi, avere figli. Sumud significa anche continuare gli studi all’estero, per ottenere un diploma, e tornare qui. Difendere i valori è sumud. Costruire una casa, una bella casa, e pensare di rimanere qui anche quando la stanno demolendo e poi costruirne una nuova più bella della precedente – anche questo è sumud. Il fatto che io sia qui è sumud. Affermare che sei un essere umano e difendere la tua umanità è sumud”.

Trump e Netanyahu, i loro sostenitori, i loro servitori, passeranno, il sumud resterà e a dispetto di tutto aiuterà questo meraviglioso popolo a resistere, a lottare e, alla lunga, a vincere.


da MicroMega

 

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