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Per un nuovo antifascismo

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Ci mancava solo l'americanata in stile suprematista bianco del "lupo solitario marchigiano" ad intossicare una campagna elettorale già inquinata di suo da pagliacci che discutono del nulla.

Cosa pensassimo del fascista rinato che si è messo a fare il tiro al bersaglio contro tutti i passanti di colore che incontrava per strada l'abbiamo detto: un crimine infame.

Che quanto accaduto a Macerata avrebbe mobilitato gli antifascisti era inevitabile. Alla fine la Questura ha autorizzato la manifestazione che si svolgerà oggi in quella città. Era in forse, a causa di una gravissima e sintomatica dichiarazione del piddino Ministro degli interni Minniti, questa:
«Mi auguro che chi ha annunciato manifestazioni accolga l’invito del sindaco, se questo non avverrà, ci penserò io ad evitare tali manifestazioni».

Gravissima perché il divieto (formalmente anticostituzionale) opposto agli antifascisti avrebbe fatto il paio con la presenza elettorale (sostanzialmente anticostituzionale) dei fascisti del secondo e  terzo millennio. Sintomatica perché essa ci dice come crescano certe pulsioni sbirresche e stato-fortiste nel corpaccione di un regime neoliberista che, tra gli altri, si distingue per essere uno dei meglio attrezzati nella repressione del conflitto sociale e di strada. Non fosse che non siamo abituati ad usare alla carlona le categorie politiche, verrebbe voglia di parlare di demofascismo.

Detto che auguriamo il successo della ahinoi liturgica manifestazione di oggi a Macerata, due parole sull'antifascismo e gli antifascisti.

Amadeo Bordiga fu forse troppo severo  a dire che "L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo". Opinione condivisa, seppure declinata in senso liberale dallo storico Renzo De Felice.[1] Il giudizio venne considerato un insulto dai militanti rivoluzionari che negli anni '70 condussero una battaglia senza quartiere contro i neofascisti del tempo. Sembrava loro che ci fosse un effettivo e incombente pericolo fascista alle porte. La storia ci dirà che non era vero, che la vera minaccia era un'altra e di diverso segno: la radicale offensiva neoliberista che infatti dilagherà con gli effetti che sappiamo.

Oggi è diverso. Oggi siamo al tramonto di questo lungo ciclo liberista, un tramonto dovuto non all'avanzata di un'alternativa socialista, proletaria e democratica, ma a causa di una crisi sistemica (economica, sociale e politica) che potrebbe intaccare le stesse fondamenta della civilizzazione capitalistica. Siamo alle porte di un passaggio d'epoca, e tutto diventa possibile. Oggi sì esiste il carburante sociale per una mobilitazione reazionaria delle masse: la pauperizzazione senza scampo del ceto più numeroso della società: i ceti medi. Faccio notare che pauperizzazione non equivale, come comunemente si pensa, alla proletarizzazione.

Se questo carburante entrasse in contatto con un comburente avremmo l'incendio generale, quella che abbiamo chiamato "mobilitazione reazionaria delle masse". I neofascisti o qualche loro parente, qui sta il punto, potrebbero fungere da comburente (sottolineo il condizionale). Non è quindi sbagliato affermare che le forze rivoluzionarie debbono stare in guardia ed attrezzarsi per evitare che questa crisi di civiltà, che si manifesta anche come dissoluzione della democrazia costituzionale, sfoci nel caos che precede una dittatura sì postcapitalistica ma di segno neo-feudale, dove la potente élite finanziaria fungerà da nuova aristocrazia.

Ma come si combatte e si sventa questa minaccia? Si combatte e si sventa costruendo una forza politica dirigente che contenda ai neofascisti (o chi per loro) ogni centimetro di spazio politico, che impedisca loro di rappresentare e prendere la testa dei ceti medi pauperizzati, la cui esplosiva mobilitazione di massa è nell'ordine delle cose. Come ha scritto Sandokan su questo blog non c'è alternativa: per evitare che il mostro prenda forma occorre uccidere il  liberismo che lo porta in pancia. Sì quindi, tanto più da noi dove il fascismo nacque e affonda le sue radici, a un antifascismo attivo, operante, intelligente.

Non lo è quello che vediamo risorgere, che pare una scadente parodia di quello degli anni '70. Un antifascismo di maniera, tutto schiacciato sui "valori", ma i cui valori, a ben vedere, sono impastati con quelli della narrazione ideologica con cui il neoliberismo ha giustificato la sua egemonia. L'etica dei diritti umani, l'individualismo anarchicheggiante, l'edonismo consumistico, la ripugnanza cosmpolitica della nazione, il disprezzo per lo Stato. Con questi "valori" lo spirito delle élite neoliberiste si è impossessato come un demone del "corpo proletario". Un corpo che non c'è più e non potrà risorgere nella forma di prima.

Se i neofascisti avanzano è perché appaiono come i soli che rifiutano questi "valori" che vanno perdendo la loro presa sulle larghe masse, che larghi settori di popolo considerano già adesso "disvalori". Essi si fanno largo perché sembrano i soli a raccogliere non solo il disagio e l'ansia di chi sta in basso, ma le richieste di sicurezza sociale, di sentirsi parte di una comunità nazionale, quindi di uno Stato che tuteli chi di questa comunità fa parte.

Siamo così giunti al cuore della questione. L'antifascismo risorgente pretende e si illude di battere i neofascisti rifiutando come reazionarie le domande che salgono dalle viscere della società, opponendo loro, addirittura quali fattori identitari, proprio quei disvalori. Un antifascismo cosmopolitico, immigrazionistico, antinazionale antistatalista è condannato non solo a perdere, ma a fungere da truppa ausiliaria delle élite neoliberali.

L'antifascismo attivo, operante, intelligente deve, al contrario, accogliere le spinte che salgono dal basso, anzitutto dai settori falcidiati dalla crisi e più indifesi, fare propri, contro il crescente disordine sociale, i bisogni di sicurezza, di solidarietà comunitaria, di nazione e di Stato. Solo accogliendoli si può pensare di declinarli e indirizzarli in senso democratico, egualitario e socialista. Solo un patriottismo rivoluzionario può tenere testa al nazionalismo sciovinista e xenofobo.

Sarà possibile questa inversione di rotta delle sinistre radicali? Possibile sì, ma altamente improbabile perché si tratta di una vera e propria radicale palingenesi. Sarà impossibile, questa rinascita, se in tempi politici non entrerà in scena l'agente fermentante, il gramsciano intellettuale collettivo attorno al quale raggruppare nuove forze, che quelle vecchie sono oramai destinate a miglior vita. Detto altrimenti occorre un partito rivoluzionario, che sia il perno di un più vasto fronte popolare.

Lo ripetiamo: nella crisi di civiltà vincerà chi saprà mettere ordine nel disordine.

NOTE

[1] «Il fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi che ha fatto è stato di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di squalificazione dell'avversario per distruggerlo».
Intervista sul fascismo. pp 6-7. Laterza 1975
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