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Oltre la farsa elettorale

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C'è chi trova singolare il Comunicato di Programma 101 sulle prossime elezioni poiché non contiene un'indicazione di voto bensì di NON-VOTO.

Esso infatti indica a chi il voto non dovrebbe essere dato: non alle due coalizioni sistemiche di centro-sinistra (compresa l'appendice esterna di Liberi e Uguali) e di centro-destra (compresa la Lega di Salvini) e nemmeno al Movimento 5 Stelle.

Qual è il criterio sotteso a questa posizione?
Siccome ognuno di questi tre poli si colloca nel campo del neoliberismo — tutti loro promettono, in caso di accesso al governo, di ubbidire al grande capitalismo finanziario e all'Euro-pa — che essi perdano voti sarebbe un bene per il popolo lavoratore e per il Paese. Questo risultato si può ottenere in tre maniere: non andando a votare, andandoci annullando la scheda, oppure "turandosi il naso" votando per una delle liste minori anti-liberiste a vocazione democratica, socialista e costituzionale — non quindi per i "fascisti del terzo millennio". Perché turarsi il naso è presto detto: la loro vocazione costituzionale e antiliberista è monca e inconseguente, dal momento che nessuna di queste liste chiede l'uscita dell'Italia dall'Unione europea e dall'eurozona, ovvero non contempla la piena sovranità nazionale — coppia uscita—sovranità senza la quale tutte le loro pompose rivendicazioni sociali risultano astratte e irrealizzabili.

Ma torniamo al campo sistemico. Sul CORRIERE DELLA SERA oggi in edicola Paolo Mieli scrive:
«Colpisce la disinvolta nonchalance con la quale i partiti italiani si avviano alle elezioni del prossimo 4 marzo. Come se quel che accadrà dopo, a partire dalla necessità di dar vita a una maggioranza di governo, non fosse affar loro. Se la cavano (o credono di cavarsela) prospettando un futuro assai improbabile nel quale ognuno di loro sarà autosufficiente e da questa autosufficienza nascerà un regno di Bengodi nel quale i vincitori potranno distribuire le regalie promesse nell’ultimo mese».

Tutto vero. Ma dove va a parare l'arguto Mieli? E' presto detto: il sistema elettorale proporzionale è una iattura perché non consente la "governabilità", ovvero il pieno controllo, da parte delle élite neoliberiste, delle leve del potere. Ci vorrebbe per il Nostro un sistema uninominale, magari col doppio turno alla francese (come concepito nell'Italicum di Renzi) per permettere ad una minoranza di fare il bello e cattivo tempo.

Quindi il Mieli confessa di essere preoccupatissimo perché non vede nessuna combinazione parlamentare post-4 marzo che possa, a stretto giro, approvare una simile legge elettorale, e quindi prevede sfracelli per il Paese — ove per "Paese" egli intende ovviamente le ristrette élite dominanti, che si considerano le esclusive depositarie del mandato a governare. Non dite a questi signori che  l'ordinamento costituzionale non consente loro questa facoltà se non con un mandato del sovrano, il popolo. Non lo confessano ma per essi sovrano è infatti un'altro ente, il mercato mondiale —  Marx avrebbe più precisamente detto Monsieur le Capital — a cui essi attribuiscono carattere divino, la qual cosa ci riporta alle monarchie assolute che consideravano trascendente la fonte di legittimità del loro dominio.

Per essi per primi le elezioni sono una farsa, in quanto servono a dare una parvenza di legittimità democratica alla scelta delle marionette politiche cui affidare le leve del potere formale, quello sostanziale essendo gestito dai paperoni-pupari che comandano davvero e non troverete sulle liste elettorali.

I pupari si lamentano tuttavia che i loro pupi raccontano troppe cazzate, promettono regalie impossibili. Buffo frignare il loro. Pretendono l'impossibile, che le loro marionette ottengano voti raccontando la verità. E qual è questa verità? E' che l'eurocrazia, che non perde occasione per esternare i suoi minacciosi desiderata, presenterà presto il conto e chiederà politiche di bilancio severissime per diminuire il debito pubblico. Ridurre ad ogni costo il debito pubblico, sin dalla prossima Finanziaria, altrimenti chiunque governi farà la fine dell'ultimo governo Berlusconi. Il debito pubblico italiano, questo sarà il fronte della guerra che s'annuncia. Che nessuno che corra alle elezioni ve lo dica, che nessuno nemmeno alluda al rischio di un nuovo golpe col rischio che l'Italia si ritrovi precipitata in un regime di protettorato carolingio,  rafforza il carattere farsesco delle prossime elezioni.

Un anno e mezzo fa, in un articolo dal titolo DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina, scrivevo a futura memoria:
«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».

Il nemico bussa alle porte del'Italia. Chi difenderà il Paese nella guerra del debito? Chi se non il popolo? Un fatto è certo, le élite neoliberiste nostrane staranno dall'altra parte della barricata.


 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

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