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Ad una settimana dal voto

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Tre scenari, uno peggiore dell'altro. Ma per fortuna tutti instabili

La mia previsione per il 4 marzo resta quella di due settimane fa. Anzi, queste ultime battute della campagna elettorale mi fanno sembrare ancor più probabile una maggioranza assoluta - in seggi ovviamente, che in voti non se ne parla proprio - della coalizione di destra. Vittoria, che se non è ancora del tutto certa, è solo per le contraddizioni di quella coalizione e per la pittoresca condizione del suo leader zombie.

Se alla destra dovessero mancare i numeri, si passerebbe subito all'opzione numero due, quel governo Renzi-Berlusconi per il quale è stato concepito e poi partorito il Rosatellum nell'autunno scorso. E' l'opzione più cara a Berlino e Bruxelles, quella per cui spingono i potentati nazionali, e che lo stesso Buffone di Arcore preferirebbe alla faticosa coalizione con l'ambizioso Salvini.

Se anche questa coalizione non avesse i seggi necessari, ecco che spunterebbe l'opzione numero tre, un accordo M5S-Pd-LeU, un patto che potrebbe saldarsi solo con la rapida defenestrazione dell'attuale segretario piddino.

A mio parere non serve dunque strologare sulle formule magiche che piacciono tanto ai giornalisti, tipo quella del "governo del presidente", per non parlare dell'ipotesi lunare di una prorogatio sine die a pesce lesso Gentiloni. Le cose sono assai più semplici: o la destra ha i numeri, o ce l'ha l'arco parlamentare che (almeno ufficialmente) gli si contrappone. In mezzo c'è solo il famoso inciucio Pd-Forza Italia. Che poi non si capisce neppure perché chiamarlo inciucio, dato che è vero che i due contraenti fanno parte di due schieramenti formalmente contrapposti, ma la matrice euro-liberista è la stessa.

Sta di fatto che Berlusconi attacca M5S ma mai il Pd, ricambiato in questo da Renzi, che casomai (oltre ai Cinque Stelle) attacca Salvini. Pur se sempre sdegnosamente negato, l'inciucio tra queste due forze sistemiche già c'è, se ne sono resi conto anche i bambini. E le bambine. Tant'è che pure la Meloni piagnucola in un angolo contro i possibili e probabili tradimenti dello zio Berlusconi.

Ed a proposito di zii, il problema è che ci sono pure le zie. Quella che si è autonominata "zia d'Italia", cioè la peggiore di tutte, la più-europeista Emma Bonino, sembrerebbe la candidata premier di Berlusconi nel caso l'accordo con il Pd (e cespugli vari) avesse successo. La notizia è stata diffusa ad arte dagli stessi berlusconiani, per chiarire da un lato che i tempi di un Pd a Palazzo Chigi sono ormai finiti, e dall'altro che lui vuole ingraziarsi fino in fondo l'oligarchia eurista.

Manovre preliminari si registrano però anche sull'altro versante, quello dell'opzione numero tre. Certo, i dominanti vedono questa soluzione solo come l'ultima spiaggia, ma i Cinque Stelle sembrano crederci, attestandosi nel caso sul nome del primo ministro e chiamando "contratto sul programma" un accordo politico col Pd che ormai non è più un tabù. Sia chiaro, chi scrive ritiene quest'ultima un'esercitazione senza speranza, ma il tentativo pentastellato c'è e va segnalato.

Ovvio che sia l'opzione numero due che quella numero tre nascerebbero entrambe nel segno del "più Europa". Più problematico, da questo punto di vista, un governo della destra. Quest'ultimo avrebbe invece la sua caratteristica fondamentale nel turbo-liberismo (flat tax, privatizzazioni, eccetera) e nel securitarismo di matrice poliziesca.

Cosa hanno in comune queste tre ipotesi? Essenzialmente due cose: che una è peggiore dell'altra, che nessuna di queste potrebbe davvero consolidarsi come governo di legislatura. E questa è in fondo l'unica buona notizia che possiamo dare.

Dopo le elezioni la pressione europea, più precisamente quella dell'asse (a trazione tedesca) Parigi-Berlino, diverrà asfissiante. L'ultimo episodio che ce lo conferma è la recente nomina di Luis de Guindos - ministro di quel governo Rajoy così fedele alla Merkel - alla vicepresidenza della Bce. E' questo un tassello, probabilmente decisivo, della strategia che mira a portare al posto di Draghi, nell'autunno 2019, il falco Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank. Le conseguenze per l'Italia, insieme alle scelte che bollono in pentola sul ministro delle finanze europeo e sulla trasformazione del MES in una sorta di Fondo Monetario Europeo non saranno certo trascurabili.

Nessuna delle tre possibili coalizioni di governo è attrezzata a far fronte a questo passaggio. Tant'è che tutti - ma proprio tutti - hanno preferito una campagna elettorale basata su scandali e scandaletti, su promesse quasi più risibili di chi le propone, sull'esasperazione del tema migranti, su un antifascismo truccato assai. Tutto pur di non parlare della gabbia europea che opprime l'Italia, ed in primo luogo le classi popolari del nostro Paese.

Oggi, perfino la vignetta di Giannelli sul Corsera (vedi in alto a sinistra) ridicolizza la strumentalità di questa riscoperta di un antifascismo a misura dei dominanti. Una vera pagliacciata, probabilmente insufficiente però a risollevare i consensi del Pd.

Sull'Europa, invece, si è assistito ad una specie di revival degli apologetici canti di moda negli anni ottanta/novanta del secolo scorso. Quasi questi dieci anni di crisi non ci avessero insegnato nulla. Il Pd è tornato a sbandierare gli "Stati Uniti d'Europa", Berlusconi è andato a Bruxelles a baciare i piedi a chi di dovere, Di Maio ha parlato dell'Europa come della "nostra casa".

Non votare loro e i loro alleati è dunque il minimo che si possa fare. Ma per questo rimando alla posizione espressa da Programma 101.








 

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