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Sahra Wagenknecht e l'immigrazione

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Mentre la maggioranza degli iscritti della Spd (66%) ha detto sì al nuovo governo di coalizione con la Cdu/Csu di Angela Merkel, c'è un altro tema che agita la politica tedesca: quello dell'immigrazione ed il suo impatto sulla società. Un dibattito che si è aperto anche nella Linke, grazie soprattutto alle posizioni espresse da Sahra Wagenknecht. Ce ne parla Alessandro Visalli nell'articolo che segue. (nella foto: Sahra Wagenknecht)


Sahra Wagenknecht “I confini aperti per tutti è una politica estranea al mondo”

di Alessandro Visalli

La deputata di Die Linke, Sahra Wagenknecht, che è con Oskar Lafontaine, suo marito, un esponente di punta del partito di sinistra tedesco sulla sua pagina pubblica questo intervento sull’immigrazione rilasciato a Focus. Nella Linke rappresenta la componente occidentale e di provenienza SPD, con la quale si posiziona in radicale rottura (anche se nell’articolo lo nega tatticamente) e per una cosiddetta alternativa di sistema, poi c’è la componente che ha radicamento nell’est, il cui principale esponente Gisy che punta ad una prospettiva di unità delle sinistre, quindi una tendenza radical-libertaria che non manca mai in una formazione di sinistra (devo questa scansione a Manfredi Mangano).

La prima parte dell’intervista, del 10 febbraio, inquadra il tema della costituenda grande coalizione tra la Spd e la Cdu, e dichiara che questo accordo aprirebbe enormi spazi politici per una opposizione che non possono essere lasciati alla destra. Se da una parte “chiunque faccia politica contro i suoi elettori non dovrebbe stupirsi di perderli”, con espresso riferimento alla SPD, è necessario infatti un nuovo movimento che fermi il collasso della coesione sociale.

È quindi necessario un raggruppamento di tutte le forze che militano per i dipendenti, per i pensionati, per i piccoli lavoratori autonomi, e quindi non per le grandi aziende, le banche e i ricchi. Secondo l’opinione di Sahra è presente oggi una maggioranza potenziale interessata a tassare la ricchezza dei miliardari, ottenere un salario minimo più elevato, uno stato che protegge i cittadini dal capitalismo finanziario globalizzato e dalla concorrenza. Ma, come dice, per radunarla non serve un leader carismatico, serve orientare la propria azione ad “un’ampia base sociale”.

Quella base sociale che può essere sensibile all’aumento del divario sociale, ai lavori poveri l’insicurezza, la povertà delle pensioni. Da radunare perché spesso, in particolare nelle zone povere, la maggior parte di questa “base” si è ormai allontanata dalla democrazia, vota infatti al 30% o meno.

Soprattutto per questo popolo di salariati poveri e persone in condizioni precarie, chiede il giornalista, “la questione della migrazione è la linea di demarcazione fondamentale per la sinistra”: mentre quasi tutti i precari e deboli abitanti delle periferie sono contro l’immigrazione illimitata la maggior parte delle persone di sinistra è per le frontiere aperte.

La Wagenknecht risponde a questa scomoda domanda che “aprire i confini per tutti” non è realistico; se la preoccupazione principale della politica di sinistra dovrebbe essere rappresentare gli svantaggiati, è ovvio che “la posizione senza frontiere è l’opposto della sinistra”; la sinistra non dovrebbe abitare solo nei salotti e nei quartieri-bene. La cosa è semplice: “tutti i successi nel contenimento e nella regolamentazione del capitalismo sono stati raggiunti all’interno di singoli stati e gli stati hanno confini”.

Ponendosi con questa frase (“contenimento e regolamentazione”) in una chiara prospettiva riformista, se pur radicale, l’economista della Linke sottolinea, infatti, che “le migrazioni della manodopera significano aumentare la concorrenza per l’occupazione, specialmente nel settore a basso reddito”. Dunque che se ne abbia paura dal lato di chi è sfidato è comprensibile, ma è anche vero, d’altra parte, che le persone perseguitate che arrivano hanno bisogno di protezione, quindi di asilo. Dopo aver evocato, con questo passaggio, l’inevitabile contraddizione tra due opposti obiettivi l’esponente della Linke tenta di uscirne allargando il quadro: una politica di sinistra deve eliminare le cause e le ragioni della migrazione, tra i quali le pratiche di concorrenza commerciale predatorie. Si potrebbe dire, introducendo a livello di funzionamento del sistema mondiale delle relazioni ‘elementi di socialismo’.

D’altra parte il 90% dei rifugiati nel mondo, che fuggendo impoveriscono i loro paesi, restano nei paesi immediatamente vicino, e secondo proprio la Sahra Wagenknecht è principalmente lì che andrebbero aiutati, eliminando le ragioni di quella che chiamerò “economia politica dell’emigrazione”.

Quindi, restando in Germania, bisogna cercare di affrontare anche le cause della mancata integrazione, che contribuisce a far restare debole e quindi esaspera e mette in funzione la “economia politica dell’immigrazione”. Tra queste cause spicca la concentrazione nei quartieri poveri, dove a volte gli immigrati recenti raggiungono anche il 50% e si radicalizzano; perché è semplice: “se cresci povero ti senti escluso”. D’altra parte, se è vero che “la lotta per la parità dei diritti e contro la discriminazione è di sinistra”, è pure vero che non si può fare davvero se si ignora quella più importante: quella economica. Cioè se si resta in una prospettiva culturalista e sociologica e si immagina che sia ‘questione di veli’, o di ‘genere’. Qui, insomma, prende le distanze dalla componente radical-libertaria e dalla sua ispirazione ‘politicamente corretta’. Quindi, dice la Wagenknecht, “Una femminista che combatte per le quote femminili negli schemi di vigilanza [sul lavoro], ma non ha nulla in contrario alle riforme del mercato del lavoro di Agenda 2010, anche se queste generano posti di lavoro a basso salario e part-time a basso reddito per milioni di donne, è vuota e ipocrita”.

Dunque, come dice anche in altri interventi, non si tratta di buttare a mare le posizioni classiche, ma di semplice realismo: si tratta di avere a che fare con le persone che hanno paura e approcciarle con sensibilità, senza denigrarle subito come “razziste”. Se lo si fa, seguendo le orme della SPD,  di tutte le sinistre che odiano il popolo, si perde l’elettorato, e giustamente. Bisogna, insomma, riconoscere che il concetto di cosmopolitismo suona diverso per un ex-studente di Erasmus, aperto al mercato del lavoro e qualificato, e per un disoccupato che subisce la concorrenza. In un intervento tradotto da “Voci dalla Germania”, Wagenknecht individua la necessità che non siano sempre i più deboli, quelli che vivono nei sovraffollati quartieri popolari e periferici, e che usano il welfare, accedono alle liste per le case popolari, concorrono per i buoni libro e le mense scolastiche, per le prestazioni sanitarie gratuite, a soffrire per la pressione competitiva di una massa di recenti immigrati, relativamente più poveri e bisognosi, che è stata improvvisamente importata, si è concentrata in pochi luoghi (a causa della dinamica dell’offerta di condizioni di vita a basso costo e la domanda di lavoro ‘debole’) e aggrava inevitabilmente le difficoltà di un welfare sottofinanziato.

Con riferimento in particolare alla recente polemica che ha visto alcune Tafel (associazioni di volontariato che distribuiscono generi alimentari) decidere di dare priorità ai tedeschi sugli immigrati e richiedenti asilo, Wagenknecht ribadisce la necessità di guardare al problema con uno sguardo strutturale, sensibile al meccanismo in essere: da una parte l’emigrazione impoverisce i paesi di estrazione, perché li priva della parte più mobile, istruita e dinamica della popolazione (i veri poveri non possono muoversi, restano ad affollare gli slums suburbani), dall’altra queste povere persone sradicate e deboli, precipitate in un paese ostile, vengono utilizzate e sfruttate creando oggettivamente maggiore concorrenza nei settori a basso salario e “dando alle imprese ancora di più la possibilità di giocare mettendo l’uno contro l’altro”.

Questo meccanismo (che chiamo “delle due economie politiche”) ‘non ha senso’ nella prospettiva di una formazione di opposizione radicale di sistema. La prima ‘economia politica’ (quella che impoverisce i paesi di estrazione, saccheggiandoli con molteplici politiche estrattive, delle quali l’emigrazione è parte e conseguenza) è infatti messa in campo dal sistema delle imprese multinazionali occidentale (e non solo) con il fattivo contributo, aiuto e spesso anche minaccia espressa (anche militare) dei governi e delle organizzazioni internazionali ‘occidentali’; in questo caso è il ‘business’, e i relativi gruppi di pressione così ben rappresentati nelle stanze decisionali, a guidare la logica complessiva. Contemporaneamente la catena dei prezzi, e quella dei corpi, collegano questa ‘economia politica’ alla seconda, che in effetti la presuppone: l’economia politica dell’immigrazione.

È quella che Amin chiama “la specializzazione internazionale ineguale” (“Lo sviluppo ineguale”, 1973, p. 248) a guidare il gioco, ovvero quella coazione a riprodurre ‘economie sottosviluppate’ da parte del sistema dominante decentrato dei poteri economici e politici. Ovvero economie in cui settori ed imprese sono scarsamente integrate tra di loro, in stati deboli, ma restano viceversa fortemente interconnesse, anche se in posizione subalterna e tributaria, separatamente l’una dalle altre, in complessi estroflessi il cui centro di gravità e controllo dei prezzi è altrove. Economie che dunque fungono da ‘campagna’ in favore delle ‘città’ (magari ‘globali’) nella famosa immagine gramsciana.

È l’incastro di queste due ‘economie politiche’ che sta devastando il mondo, provocando e regolando secondo le sue necessità intrinseche, del tutto indifferenti a qualsiasi istanza sociale, politica o finanche umanitaria, l’emigrazione e l’immigrazione. Sta facendo saltare ogni possibile patto sociale e per ragioni necessarie e strutturali: si tratta di un meccanismo intrinseco alla dinamica necessaria del capitale.

Persino Stiglitz, certamente non un marxista, lo riconosce: “con curve discendenti della domanda (il caso abituale), un incremento dell’offerta porta normalmente a un prezzo di equilibrio più basso. Sui mercati del lavoro questo significa che un afflusso di lavoratori dequalificati porta a una diminuzione dei salari. E quando i salari non possono scendere oltre, o non vengono diminuiti, ne consegue una maggiore disoccupazione” (“L’Euro”, p.347).

La Wagenknecht si confronta con questo problema, che richiederebbe l’introduzione a livello delle relazioni internazionali come nelle economie dominanti del ‘centro’ almeno alcuni ‘elementi di socialismo’ (secondo la vecchia formula riformista di Berlinguer), e che certamente interroga in profondità la nostra civiltà con il suo carico di emozione, invitando a non alzare semplicemente muri, ma neppure aggiungendo al torto sanguinante di sfruttare il mondo l’unica alternativa ai singoli, come atomi dispersi, di venire a fare i servi da noi. La soluzione non passa, cioè, per un incremento di mobilità a condizioni invariate, lasciando che tutti siano soli a provare a cavarsela combattendo, e quindi aggiungendo lo sfruttamento indotto dalle ‘città globali’ sulle ‘economie sottosviluppate’ lo sfruttamento a casa nostra che completa il modello di sviluppo ineguale. Neppure davanti alla doppia escatologia contrapposta (ma curiosamente convergente, nella pratica contingente) del cosmopolitico impero mondiale del capitale e della democrazia liberale (un ossimoro di cui questo è uno splendido esempio) e del razionale socialismo mondiale realizzato (ovvero dell’internazionalismo dogmatico).

A chi, come Bernd Riexinger dice che i migranti sfruttati sono la forza lavoro che potrà domani costituire la base, anche elettorale, del movimento, risponde quindi che “puoi aiutare solo le persone che le tue infrastrutture e le tue capacità permettono di aiutare”. E questo non per egoismo, ma proprio per non innescare il meccanismo di lotta tra poveri che da una parte estende e approfondisce lo sfruttamento da parte del capitale che è in posizione dominante, dall’altra è strumento di controllo sociale, distrazione dalle vere cause, e del degrado verso la destra populista del quadro politico. Bisogna, insomma, “evitare che emergano mondi paralleli” e che la xenofobia si intensifichi, in particolare nelle zone ad elevata immigrazione.

Bisogna, come mi sono espresso in precedenza, che si assuma in pieno la responsabilità della formazione di un ‘noi’ che deve includere entrambe le ‘economie politiche’ messe in contatto nelle relazioni ineguali del mondo. I lavoratori deboli e la ‘base sociale’ di cui parla la Wagenknecht, i migranti ed i non ancora emigranti, messi in reciproca concorrenza dalla triplice apertura della globalizzazione capitalista (che non è destino ma scelta): dei capitali, delle merci e servizi, delle persone.

Non ci sarà del resto mai il tempo auspicato da Bernd Riexinger del superamento e ricomposizione del sistema di sfruttamento (che è illimitato, come la logica del valore fittizio che lo muove), se costantemente gli sfruttati che si avviano a diventare consapevoli dell’insostenibilità della loro condizione vengono sostituiti con altri per i quali questa è un miglioramento.

Per poter accumulare la forza di costringere il capitalismo ad arretrare dalle attuali, distruttive, condizioni, bisogna in primo luogo che “l’economia politica dell’immigrazione” sia distrutta, e con essa necessariamente e parallelamente quella “dell’emigrazione”. E’ chiaro che qui lo Stato dovrà avere un ruolo, anche negli investimenti (ma qui saremmo banalmente a Keynes, che serve ma non basta); ma per costringerlo, a sua volta, ad orientarsi in questa direzione bisogna prima guadagnare la forza sociale. La ‘base sociale’ di cui parla all’inizio la Wagenknecht, e dunque in primo luogo e momento bisogna rompere il gioco del controllo dei lavoratori attraverso i lavoratori. Salari minimi, controlli, rifiuto del ricatto della disoccupazione (e quindi lavoro di ultima istanza), condizionalità del sostegno alle imprese, limiti alla circolazione dei capitali speculativi in ingresso ed uscita, fair trade, interruzione dell’estrazione di risorse finanziarie attraverso il controllo esogeno dei prezzi e i tassi predatori dai paesi periferici, riconoscimento del diritto alla separazione selettiva, multipolarismo e fine delle operazioni di ‘polizia internazionale’, quasi sempre finalizzate a conservare il controllo delle due ‘economie politiche’, retrocessione dalla integrazione ineguale in primis in Europa, sono alcune delle urgenze.

Con la rivoluzione? Magari anche prima, il cammino è fatto di molti passi.


da tempofertile.blogspot



 

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