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Di fronte agli abusi del Quirinale dove sono i costituzionalisti?

E Mattarella di qua e Mattarella di là. A leggere i giornali sarà lui a decidere il presidente del consiglio, a mettere il becco sul nome di ogni ministro, a porre veti e suggerire promozioni. Il tutto a garanzia dei poteri oligarchici - nazionali ed europei - che hanno ridotto il Paese nella condizione in cui si trova. Detto in breve, questi poteri affidano a Mattarella il compito di rovesciare l'esito democratico delle elezioni del 4 marzo. E l'interessato è ben lieto di svolgere questo servizio, altro che garante della Costituzione!

Se questo tentativo passasse la stessa controriforma renziana, seppellita nelle urne del referendum del 2016, parrebbe quasi una roba da ragazzi. Ecco perché è scandaloso - lo sottolineamo, SCANDALOSO - il silenzio dei tanti costituzionalisti che dissero di no due anni fa e che oggi invece tacciono.

Che faranno di fronte alla protervia presidenziale Di Maio e Salvini? Se dire no a Mattarella è dovere di ogni democratico, per i due che si accingono a formare il nuovo governo la questione è dirimente. Più esattamente è una questione di vita o di morte. Un governo che nascesse sotto la tutela del Quirinale, e quindi dell'Unione Europea, della Nato, delle banche, degli stessi poteri bocciati dagli elettori, nascerebbe infatti già morto.

A Lega e Cinque Stelle va riconosciuto il merito di aver detto di no al cosiddetto "governo del presidente", alla arrogante pretesa quirinalizia di formare un esecutivo del tutto esterno alle forze parlamentari. Quel disegno è stato affossato. Ma non basta. Adesso va respinto fino in fondo, affermando il diritto della maggioranza parlamentare a formare un governo con il programma e la composizione più idonea ad affrontare una battaglia che si annuncia campale.

Decisiva sarà la questione del primo ministro. Inutile discutere di programmi fin nei dettagli, di mediazioni all'ultimo respiro su questioni talvolta secondarie. Il vero nodo da sciogliere è quello della sovranità. Essa appartiene al popolo, come recita l'articolo 1 della Costituzione, o è nelle mani di una specie di monarca che tutto può disporre purché lo faccia al servizio di lorsignori?

Pur con tutti i colpi che gli sono stati portati, in primis dal tristemente noto Napolitano, la nostra rimane una repubblica parlamentare. Può il presidente della repubblica respingere il nome di un presidente del consiglio espresso da una chiara maggioranza parlamentare? In tutta evidenza, no. Se lo facesse si assumerebbe la responsabilità di una gravissima crisi istituzionale.

Il nodo è dunque politico. Se la sentiranno Di Maio e Salvini di andare fino in fondo? Lo sapremo soltanto nei prossimi giorni. Ma se M5S e Lega decidessero di cedere sul punto, sperando magari in un periodo di "benevolenza" da parte delle oligarchie, sarebbe questo il più clamoroso suicidio politico degli ultimi decenni. L'attacco dei grandi potentati nei confronti del nascituro governo è già iniziato in grande stile, leggere i giornali basta e avanza. Pensare di poterlo fermare con qualche pateracchio non sarebbe solo illusorio, sarebbe totalmente autolesionista.

Non ci sfuggono le contraddizioni di M5S e Lega: se Salvini ci ha messo due mesi per piegare Berlusconi, M5S balbetta pericolosamente (a voler essere buoni) sui vincoli di bilancio. Non parliamo poi dei tanti punti programmatici - dalla flat tax alla giustizia - per noi assolutamente inaccettabili. Ma in politica, tanto più nei momenti topici che ne segnano i passaggi davvero importanti, bisogna guardare essenzialmente all'aspetto principale. E la nascita di un governo "populista" nel cuore dell'eurozona avrebbe il potere di innescare una crisi dei "signori dell'euro" più di ogni altra cosa. Solo i ciechi possono non vederlo.

Quello in atto è dunque uno scontro vero. Le forze politiche sistemiche sono state messe all'angolo. Mentre il Pd renziano sembra puntare sull'unica carta del fallimento del "governo dei populisti", Berlusconi ha dovuto cedere di fronte alla prospettiva di nuove elezioni. Questa è la situazione concreta. Altro che le letture mono-maniacali alla Travaglio! Costui continua a vedere l'ombra dell'ex cavaliere dietro al governo M5S-Lega, quando è invece ormai chiara la collocazione di quest'ultimo nello stesso fronte del direttore del Fatto Quotidiano: quello delle forze sistemiche ed euriste che non vedono l'ora di riprendere completamente quel potere che ritengono gli spetti per grazia divina.     

La partita è semplice, quanto decisiva. Dopo dieci anni di crisi, ed altrettanti di austerità, l'Italia è a un bivio: o continuare ad accettare il giogo imposto dall'euro-germania, o cominciare ad aprire una breccia promuovendo politiche espansive con al centro l'obiettivo occupazionale. Il segnale del passaggio alla seconda opzione - quella chiesta a gran voce dagli elettori - sarà il no alle clausole di salvaguardia ed ai vincoli di bilancio concordati dai precedenti governi. In breve, il no all'austerità, che se così non fosse non si capirebbe neppure il senso della parola "cambiamento".

Ma per poter arrivare a quel primo segnale di svolta, e dunque alle misure concrete che ne dovranno seguire, occorre prima un no politico. No alle pretese dei "signori dell'euro", no al condizionamento dei soliti noti, no insomma al neo-monarca Mattarella. Sì, invece, al pieno rispetto della sovranità popolare così come si è espressa il 4 marzo.

Che ogni democratico faccia sentire la sua voce. E che lo facciano i costituzionalisti, almeno quelli che non hanno il vizio di parlare solo a corrente alternata. E lo facciano anche coloro che affermano a vario titolo di voler disobbedire all'Europa. Il momento è ora, perché se le forze oligarchiche prenderanno di nuovo il sopravvento ci sarà poco da illudersi sul futuro del nostro Paese.





 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

OLTRE L'EURO

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