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Le migrazioni: «un fenomeno da combattere»

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Rileggendo Paolo Cinanni, partigiano, comunista e fondatore della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie)

Le migrazioni viste da chi, nell'Italia del dopoguerra, ha dato molto - sia come militante che come intellettuale - per la difesa dei diritti degli emigranti, per la formazione della loro coscienza, per il riscatto e l'unità dei lavoratori. Stiamo parlando di Paolo Cinanni, così presentato nell'introduzione alla raccolta di suoi scritti dal titolo «Che cos'è l'emigrazione», pubblicata nel 2016:
«Calabrese, emigrato e figlio di migranti, combattente partigiano, militante comunista, dirigente delle lotte per la terra nel dopoguerra; sempre a fianco dei contadini meridionali anche nella loro forzata trasformazione in migranti nel corso di tutto il ‘900 e, anche per tutto ciò, fondatore, insieme a Carlo Levi, della Filef».

Certo, dai suoi scritti più importanti è passato quasi mezzo secolo. L'Italia da paese d'emigrazione è divenuto prima paese di immigrazione, per poi arrivare ad oggi, quando ad un flusso immigratorio si accompagna una nuova devastante emigrazione frutto della crisi dell'ultimo decennio. La situazione attuale è dunque diversa per tanti aspetti da quella del passato, ma i dati fondamentali di un ragionamento comunista e di classe sul fenomeno migratorio restano gli stessi.

Leggendo la relazione tenuta da Cinanni a Cagliari nel gennaio 1973 al Convegno internazionale su "Le condizioni per lo sviluppo dei paesi dell'area mediterranea", questi fondamentali si ritrovano tutti. La sua attenzione lì è centrata sull'emigrazione come strumento di sfruttamento e subordinazione dei paesi mediterranei. Oggi, analoghe riflessioni possono essere svolte a maggior ragione sui paesi africani, ma anche - di nuovo - sull'emigrazione che ha ripreso a correre dall'Europa mediterranea verso quella del Nord.

Nella sua relazione Cinanni descrive il fenomeno migratorio come una delle componenti che accresce il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri, come un processo di spogliazione dei paesi d'emigrazione, denunciando come l'esodo migratorio sia del tutto funzionale alla valorizzazione del capitale, servendo fra l'altro a rimpinguare quell'esercito industriale di riserva di cui oggi tanti fingono di ignorare l'esistenza.

Si tratta dunque di un testo utile ed estremamente attuale, di cui consigliamo la lettura integrale. Qui, tralasciando le pagine d'analisi dei dati del fenomeno migratorio di allora, riportiamo: 1) la parte iniziale della relazione in cui sono presenti i concetti chiave già citati; 2) una breve, ma profetica nota sulla nascente Unione europea; 3) la sua decisa conclusione sulle migrazioni come "fenomeno da combattere".

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L’emigrazione, strumento di sfruttamento e subordinazione dei paesi mediterranei. Le “rimesse” in valuta straniera non “compensano” affatto.

(Relazione tenuta da Paolo Cinanni a Cagliari nell’ambito del Convegno internazionale su “Le condizioni per lo sviluppo dei paesi dell’area mediterranea” 19-21 gennaio 1973)

I paesi mediterranei, sia quelli delle tre penisole europee - l’iberica, l’italica e la balcanica -, che quelli della sponda afro-asiatica, sono tutti paesi di emigrazione di forze-lavoro: tale fenomeno è una delle componenti che aggravano oggi il divario fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo del “mondo occidentale”.

Se concordiamo, infatti, col concetto economico che definisce la forza-lavoro come l’unica “merce” con l’impiego della quale si produce nuova ricchezza (in quanto gli scambi e le stesse speculazioni affaristiche non creano, ma trasferiscono, “dall’uno all’altro individuo, o dall’uno all’altro sistema” ricchezza già prodotta) e se concordiamo ancora con la definizione marxiana che i lavoratori sono “portatori viventi di capacità di lavoro”, con l’emigrazione di lavoratori noi abbiamo un trasferimento di “capacità di lavoro”, dal paese che ha sostenuto le spese della loro formazione, a quello che le impiega appropriandosi dell’intero plus-valore da esse prodotto. Con tale trasferimento le regioni d’emigrazione vedono, pertanto, ridotte le proprie capacità produttive, di quanto le stesse risultano aumentate nei paesi d'immigrazione.

Tale rapporto determina oggettivamente un processo di latente spogliazione e di conseguente subordinazione dei paesi d’emigrazione da parte dei paesi d'immigrazione. La valuta straniera, inviata dai lavoratori immigrati ai loro paesi d’origine, non solo non compensa i loro paesi delle spese sostenute per la loro formazione, ma promuove nelle regioni dell’esodo un processo inflazionistico uguale e contrario al processo deflazionistico che la minore circolazione monetaria, temporaneamente promossa dall’invio delle “rimesse” all’estero, provoca nel paese d’immigrazione, col risultato di un rafforzamento della sua stabilità monetaria; ed anche ciò è causa dell’aggravamento costante del divario fra i due campi.

Questo l’assunto della nostra comunicazione, e ci scusiamo se, per la necessaria brevità, saremo costretti a sintetizzare argomentazioni e concetti, riducendo al minimo la stessa documentazione, nella fiducia che ciò non vada a scapito della chiarezza, e rimanendo a disposizione di coloro che desiderassero avere in proposito ulteriori dati e chiarimenti.

1. - Anche se rimane valida per tutti i nostri paesi mediterranei la definizione data dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nella sua “Indagine” sulla emigrazione italiana, doversi, cioè, “considerare l’emigrato non diversamente da colui che è costretto a spostarsi dal proprio luogo d’origine per necessità di un guadagno che in Patria non riesce a realizzare o realizza in misura del tutto inadeguata alle esigenze primarie", possiamo tuttavia affermare, senza timore di essere smentiti, che il trasferimento del lavoratore è consentito e promosso non per venire incontro ai suoi bisogni individuali o alle necessità di occupazione delle regioni dell’esodo, ma esclusivamente per le esigenze di valorizzazione dei capitali disponibili dei paesi d’immigrazione, nel tempo e nella misura medesima di tali loro esigenze: il solo bisogno dei lavoratori non determina il fenomeno migratorio, così come, nei momenti di congiuntura economica sfavorevole, non sono i bisogni dei lavoratori e dei loro paesi che determinano le scelte del capitale, o possano impedire il licenziamento e il rimpatrio dell’immigrato.

In regime di piena occupazione nei paesi industrialmente più avanzati, la classe dirigente promuove, inoltre, l’immigrazione non solo per il tornaconto economico, ma altresì per le sue manovre politiche contro la propria classe operaia, tendendo a dare alla massa dei lavoratori immigrati la funzione dell’“esercito di riserva” per “attenuare le tensioni sociali”, come si dice con un eufemismo che vuole nascondere il ricatto implicito verso i propri lavoratori, e suscitando essa stessa le ricorrenti campagne xenofobe per impedire lo schieramento unitario di tutti i lavoratori nelle lotte sociali.

Ed è così che gli stessi “Piani di sviluppo nazionali” (come quello francese, per esempio) prevedono sempre una immigrazione di forze-lavoro straniere superiore alle forze di lavoro complessive necessarie per la realizzazione del Piano, determinando volutamente dei margini di disoccupazione, che viene definita “frizionale".

I vantaggi tratti con l’immigrazione dalla economia dei paesi ospitanti sono arcinoti: essa risparmia prima di tutto le spese di formazione delle forze-lavoro immigrate, elevando con ciò il saggio di profitto e accelerando la riproduzione dei propri capitali; aumenta la sua popolazione attiva, con la conseguenza dell’immediato impiego di un numero di forze produttive più grande di quello che il sistema naturalmente produce, potendo così potenziare, senza attendere, i settori produttivi nuovi o quelli carenti di manodopera; aumenta la sua produzione globale, con la riduzione medesima dei costi, e aumenta altresì le sue esportazioni sul mercato mondiale; si allarga considerevolmente (in proporzione della stessa massa di lavoratori immigrati) il proprio mercato di consumo interno, promuovendo anche per queste esigenze un ulteriore sviluppo produttivo: né ciò reca turbamento negativo alcuno nell’economia del paese, in quanto l’immigrato produce di più di quanto localmente consumi, e la sottrazione, dalla circolazione, della valuta ch’egli invia al paese d’origine, rappresenta anch’essa un elemento di stabilità monetaria; infine, col pagamento, da parte dell’immigrato, delle tasse e dei contributi sociali, le stesse spese pubbliche dei paesi di immigrazione vengono divise su un numero più elevato di contribuenti, mentre le “Casse di assistenza e previdenza”, fornendo agli immigrati delle prestazioni più limitate, pur esigendo da loro gli stessi contributi, trovano in questi “risparmi” i margini dei loro attivi di bilancio. Questi sono i vantaggi “consentiti”, ma sul salario dell’immigrato vengono normalmente esercitate cento altre speculazioni, da quella sugli alloggi a quella sulle mense, sui trasporti, ecc.

In tutto questo attivo dei paesi d'immigrazione, c'è, però, anche l’aspetto negativo: la concentrazione dei capitali, degli investimenti e delle forze di lavoro ottiene sì il profitto più elevato e la riproduzione più rapida del capitale, ma ciò non è più indenne, poiché tale sviluppo promuove contemporaneamente la congestione dell’ambiente, la crescita delle polluzioni e dell’inquinamento, aggravando gli squilibri ecologici, che rappresentano oggi la più grave contraddizione fra l’attuale sistema economico-sociale e la vita medesima.

2. - Ai vantaggi tratti con l’immigrazione dai paesi ospitanti corrispondono, per i paesi dell’esodo, altrettanti svantaggi, con effetti uguali e contrari. In questi ultimi aumenta, infatti, con l’esodo, il peso della popolazione inattiva, venendo a mancare proprio la manodopera più giovane e più prestante, che è la prima a partire in cerca del lavoro che manca in loco: decadono, perciò, i vecchi settori produttivi, senza che vengano sostituiti da nuovi; ciò riduce la ricchezza prodotta localmente, mentre aumentano i beni importanti (spesso dalle stesse regioni e paesi ove sono emigrati i lavoratori del luogo) con la contropartita delle “rimesse”, ma ciò determina un più accentuato processo inflazionistico dannoso allo sviluppo dell’economia locale. Ma più gravi ancora sono i guasti provocati, come vedremo più oltre, in campo demografico.

I paesi e le regioni dell’esodo rimangono, in definitiva, con le spese fatte per formare una manodopera che appena formata è costretta ad emigrare e va a produrre ricchezza per l’ulteriore sviluppo dei paesi più ricchi.

Ma ciò aggrava il processo di differenzazione e di “sviluppo ineguale" dei due campi di paesi d’emigrazione da una parte e i paesi d’immigrazione dall’altra
con la definitiva subordinazione dei primi ai secondi. E in ciò ci sembra di ravvisare la seconda grave contraddizione dell’attuale sistema economico-sociale, incapace di determinare uno sviluppo equilibrato fra i diversi paesi (e fra le stesse regioni di un medesimo paese, come avviene in Italia) con l’aggravamento degli squilibri preesistenti e dei rapporti sia internazionali che sociali.

(...)

Sull'allora nascente Unione europea...

Con l’annunciata costituzione dell’Unione europea, che già oggi vede al suo vertice i grandi paesi d’immigrazione del continente, noi possiamo facilmente prevedere la tentazione della classe dirigente a seguire il modello americano nella costruzione di una società a piramide, a strati etnico-sociali sovrapposti, incomunicabili fra loro, che avrebbero alla loro base gli immigrati dei paesi più lontani, e poi quelli dei paesi “associati” e poi ancora quelli “comunitari”, e in seguito i lavoratori locali e su di loro, man mano, gli altri strati superiori. La classe operaia resterebbe così divisa in tanti tronconi che si distinguerebbero per le loro origini etniche e non per i loro comuni interessi di classe, proprio così come oggi in America.

(...)

Conclusioni


Concludendo, dobbiamo riaffermare il convincimento ormai generale che il fenomeno migratorio, cosi come si configura oggi, è grandemente pregiudizievole allo sviluppo dei singoli paesi e delle regioni che ne sono tributarie; è pregiudizievole ai singoli lavoratori e alle loro famiglie; è soprattutto pregiudizievole alla classe operaia come tale, per l’azione di divisione e per i sentimenti di odio che le campagne xenofobe - promosse dai suoi stessi antagonisti sociali - scavano nel suo stesso seno, pregiudicando l’unità e le prospettive d’avanzata dell’intero movimento operaio. Tale fenomeno è, dunque, da combattere, non tanto a livello individuale, ma dalle comunità che ne sono colpite, con una politica economica nazionale e regionale che valorizzi tutte le risorse locali, comprese sopratutto quelle umane, che miri all’arresto dell’esodo e all’inversione dell’attuale tendenza, all’interno di ogni regione e di ogni paese d'emigrazione; con una politica sindacale, in campo europeo, che lottando per un trattamento della manodopera straniera pari al costo medesimo della manodopera locale, elimini ogni discriminazione ed ogni aspetto di concorrenza fra lavoratori indigeni ed immigrati, rafforzando la loro solidarietà di classe e la comune lotta emancipatrice.

Ciò valorizzerà l’apporto dei lavoratori immigrati non solo in campo economico, ma anche in campo politico, schierando nuove forze a fianco della classe operaia locale, col risultato opposto e contrario a quello cui tende oggi la manovra di divisione del padronato.

In questo spirito di solidarietà e di unità internazionale del mondo del lavoro, le popolazioni mediterranee avranno il loro più fedele alleato, contro ogni processo di “meridionalizzazione” e contro ogni proposito di sfruttamento e di subordinazione dei loro paesi, potendo dare essi stessi, con la loro lotta, il più grande contributo ad uno sviluppo più equilibrato, umanamente e socialmente più giusto, di tutto il nostro continente.


(le sottolineature nel testo sono nostre)



 

Vademecum della Sinistra contro l'Euro

OLTRE L'EURO

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