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Lo sciopero fantasma del 26 ottobre

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Oltre agli organizzatori, pochi lo sanno: il 26 ottobre ci sarà in Italia uno sciopero generale indetto da alcune sigle (non tutte) del sindacalismo di base. Non sarà certo uno sciopero di massa. Anzi, sarà proprio uno "sciopero fantasma". Un rito autunnale logoro da tempo, ma quest'anno del tutto avulso dalla realtà.

Notoriamente gli scioperi generali hanno un carattere essenzialmente politico. Dunque li si proclama in genere contro il governo. E la scadenza autunnale casuale non è, dato che è proprio ad ottobre che arriva la "finanziaria" (ora Legge di bilancio), portando insieme alle piogge i consueti sacrifici di stagione per il popolo lavoratore. Ma quest'anno? Quest'anno, causa la novità del governo gialloverde, la confusione nel piccolo ma multiforme mondo del sindacalismo di base è più grande che mai.

La cosa non ci rallegra affatto. Anzi è decisamente grave. E' davvero un dramma che i lavoratori schifati dal ruolo sistemico, di ausiliari dell'impresa, assunto ormai da decenni da Cgil-Cisl-Uil, abbiano come alternativa un sindacalismo massimalista e parolaio, peraltro incapace di unire le proprie poche forze. Il tema ci porterebbe lontano, ma qui ci limiteremo soltanto ad alcune considerazioni sullo sciopero del 26 ottobre.

Questo sciopero è stato indetto originariamente da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-Ait e Slai Cobas, ma quest'ultima organizzazione - come vedremo più avanti - si è poi dissociata in modo assai significativo. Nel variopinto mondo di queste sigle sindacali sono stati prodotti testi e volantini assai diversi tra loro, alcuni più marcatamente schierati contro il governo e su una posizione "no border" in tema di immigrazione. Alla fine però, fiutando l'aria che tira, si è arrivati ad un testo (leggi qui) più "sindacale" che politico.

Evidentemente gli stessi promotori si sono resi conto che qualcosa nel Paese è cambiato e sta cambiando, che i lavoratori non sono certo per la cacciata del governo, anche perché capiscono che se ciò avvenisse, dopo ci sarebbe solo l'arrivo della troika con nuovi e più pesanti sacrifici, altro che riforma della Fornero!

Ma allora perché uno sciopero generale? Questa domanda non ce la siamo fatta solo noi. Qualcuno se l'è posta anche nel mondo del sindacalismo extraconfederale. E difatti, mentre l'Usb e la Confederazione Cobas non sono mai figurati tra i promotori, lo Slai Cobas - con un documento ufficiale firmato da Vittorio Granillo - si è alla fine dissociato dallo sciopero.

Diamo allora uno sguardo a quel che dicono queste organizzazioni.

La Confederazione Cobas è stata probabilmente la prima, certamente la più sguaiata, nell'emettere una vera e propria dichiarazione di guerra al governo, a firma del portavoce Piero Bernocchi, già lo scorso 18 giugno. A tanta rapidità non ha però corrisposto un granché. La Confederazione Cobas intanto non sciopera, evocando invece una «grande manifestazione nazionale sostenuta dalla più ampia alleanza anti-liberista, anti-razzista, anti-autoritaria». Per ora un auspicio e nulla più.

Più intelligente, lo riconosciamo senz'altro al di là delle note divergenze, la posizione dell'Usb (Unione sindacale di base) che - aderendo alla manifestazione promossa da Potere al Popolo il 20 ottobre - sceglie in questa fase un approccio in "positivo" (le nazionalizzazioni), piuttosto che uno in negativo (la netta opposizione al governo di Bernocchi), o del tutto disconnesso dalla realtà come quello dei promotori dello sciopero del 26 ottobre. Sia chiaro, si tratta solo di una posizione furbesca che, evitando accuratamente di fare i conti con i dati reali dell'attuale situazione politica (se oggi si può parlare concretamente di nazionalizzazioni è solo grazie alla maggioranza uscita dalle urne del 4 marzo), cerca di tenere insieme l'alto volume delle grida politiche contro il governo, con il realismo di chi - facendo sindacato - conosce assai bene gli umori del popolo lavoratore. Una posizione certo opportunista, ma che ci dice molte cose sulle contraddizioni dell'oggi.

Ma a proposito di disconnessione dalla realtà torniamo ora alle interessanti considerazioni di Granillo, che così scrive agli organizzatori del 26:
«Indipendentemente dai “desiderata” di CUB, SGB, SI COBAS ed USI- AIT che invece hanno legittimamente indetto lo sciopero, siamo tutti consapevoli che la richiamata iniziativa sortirà una “non entusiasmante” adesione finanche nella prevalenza degli addetti  del Pubblico Impiego e dei servizi essenziali (e ciò indipendentemente dall’uso meramente propagandistico che, in quanto tale, spesso sortisce effetti contrapposti a quelli sperati) ed adesioni zero nelle fabbriche e nell’intero comparto industriale...».

Vivaddio! Con Granillo non sempre si può essere d'accordo, e sul governo la pensiamo in maniera diversa, ma il suo sano realismo è cento volte meglio dei pittoreschi proclami dei suoi interlocutori. Ed altrettanto importante è quel che dice subito dopo:
«Questo “sciopero tecnico” (ma purtroppo “venduto” come Sciopero Generale) rappresenta di fatto una “impolitica ed impossibile scorciatoia” con la sua assurda e maldestra pretesa di “risolvere” la difficoltosa riorganizzazione operaia e dell’insieme dei lavoratori… con l’ausilio dei media sostanzialmente gestiti dalle diverse cordate politiche ed economiche e con la mobilitazione delle “faccine sui social” quasi a sostituire “l’incapacità di essere” (sindacati)  con la “virtualità dell’apparire”: e questo, cari compagne e compagni, non è altro che… abdicare al proprio ruolo ammettendo la sconfitta!».

Qui il dirigente dello Slai Cobas introduce un altro tema: non solo lo sciopero sarà un fallimento (altro che sciopero generale!), ma i media potrebbero "impossessarsene" per i loro fini, cioè (Granillo non lo dice apertamente, ma il discorso è chiaro) contro il governo attuale. Chi scrive non pensa che lo sciopero fantasma che si annuncia per il 26 potrà servire più di tanto allo scopo di lorsignori, ma se appena avesse un po' di forza in più è sicuro che i media lo utilizzerebbero in quel senso.

Concludiamo allora con due osservazioni di fondo rivolte ai promotori della giornata del 26. La prima riguarda il governo, la seconda lo scontro in corso con l'Unione Europea.

Noi non pensiamo affatto che il sindacalismo di base debba essere "governativo", pensiamo solo che esso dovrebbe chiedersi cosa accadrebbe se il governo attuale dovesse cadere. Una sua eventuale caduta - frutto della potente azione delle oligarchie euriste, strettamente connesse alle cupole del capitalismo nostrano, non certo della insignificante astensione dal lavoro del 26 - porterebbe in Italia la Troika. Essa, insieme a nuovi e più pesanti sacrifici, sancirebbe la definitiva vittoria della signora TINA (There is no alternative). Riformare la Fornero? Magari, ma in peggio. Nazionalizzare Alitalia? Giammai, meglio svenderla ai soliti noti della finanza globale. Il Reddito di cittadinanza? Al più qualche elemosina giusto per salvarsi la coscienza.

E' questo che vogliamo? E' così che si pensa di rappresentare gli interessi dei lavoratori? Se solo si provasse a rispondere sinceramente a queste domande certo si troverebbe la risposta del perché i lavoratori non sciopereranno.

Infine l'Europa. Al di là dell'inconcludente massimalismo di certe piattaforme, noi condividiamo in toto ogni battaglia nell'interesse del popolo lavoratore. Salari, diritti, orario, pensioni, welfare: ogni lotta che punta al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati è la nostra lotta. Ma possono dei sindacati limitarsi all'elenco delle cose giuste che vorremmo, senza indicare il percorso da compiere per avanzare su quella strada?  

No, non possono. Questo in generale, ma tanto più oggi quando è evidente a tutti - ai lavoratori ancor prima che agli altri - che nessun risultato concreto potrà essere ottenuto senza scontrarsi con l'Unione Europea, le sue regole, i suoi diktat. Del resto basterebbe osservare le cose. Il governo modifica la legge sulle pensioni, consentendo così nel 2019 di lasciare il lavoro ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori viceversa bloccati dalle norme della Fornero? Unione Europea e Bce dicono subito che non si può. Il governo vuol nazionalizzare Alitalia? Da Bruxelles parte immediatamente il richiamo a norme che lo impedirebbero. Com'è possibile non vedere tutto ciò? Com'è possibile non capire che ogni lista di rivendicazioni sindacali, o parte dalla necessità di liberarsi dai vincoli europei, o è semplicemente carta straccia?

Purtroppo nella piattaforma del 26 non solo la priorità della lotta a questi vincoli non c'è, ma l'Europa (l'Unione Europea, l'euro, le sue regole di funzionamento) neppure è citata. E questo la dice lunga sullo stato attuale del sindacalismo di base.

Noi sappiamo bene di che pasta siano fatti, almeno nella loro stragrande maggioranza, i dirigenti e i militanti di queste organizzazioni. Sappiamo che sono dei compagni. Gente che come noi lotta contro l'ingiustizia e lo sfruttamento. Con la quale possiamo condividere un'idea di società. Di una nuova società. Ma proprio per questa condivisone, che sentiamo profonda, ci sentiamo in dovere di dirgli che sbagliano.

Questa almeno è la nostra opinione. Non pretendiamo che sia condivisa in toto, ma il tempo di una riflessione non formale è ormai giunto per tutti. Anche per i sindacati di base.




 

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