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Sovranità nazionale e populismo di destra

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Il 5 settembre scorso tre esponenti di punta della sinistra spagnola, Anguita, Monereo e l'economista Illueca, pubblicarono un articolo che fece molto scalpore — Fascismo en Italia? Decreto dignidad. Si contestava il giudizio che va per la maggiore anche nella penisola iberica, quello per cui l'Italia, coi "sovranisti" al governo, si starebbe fascistizzando. (nella foto J. Anguita e M. Monereo)

L'articolo ricevette critiche durissime e la polemica giunse sulle prima pagine dei principali media spagnoli. A queste critiche i tre risposero subito con un intervento che pubblicammo il 16 settembre — IN ITALIA TUTTI I GATTI SONO GRIGI?.

Anguita, Monereo e Illueca non solo  hanno confermato le loro critiche a quella sinistra che ripete a pappagallo gli argomenti dell'élite euro-liberista, ma le fondano su una visione teorica che non solo condividiamo, che riteniamo una stella polare anche per la sinistra patriottica italiana.


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SOVRANITÀ, DEMOCRAZIA E SOCIALISMO

di Julio Anguita, Manolo Monereo e Héctor Illueca

L'Unione europea è la negazione della sovranità e della democrazia. Lo abbiamo detto in passato e non lo ripetiamo. Il vacuo europeismo esibito dalle élite politiche ed economiche, la loro difesa accanita dell'euro e del mercato unico, non è altro che un alibi ideologico del nazionalismo economico tedesco

Da quando Bodin scrisse nel 1576 i suoi Sei libri della Repubblica, il concetto di sovranità ha percorso una lunga strada. In un primo momento la sovranità era associata allo stato assolutista e implicava il potere di emettere e abrogare le leggi e ottenere l'obbedienza dei sudditi senza il loro consenso. Tuttavia, occorrerà attendere il XVIII secolo, dopo un aspro conflitto sociale e politico, affinché fosse riconosciuto il popolo come vero titolare della sovranità e quindi si affermasse il principio della legge come espressione della volontà popolare. Rousseau aveva fatto la sua apparizione. Da allora, l'idea di sovranità è stata sviluppata e qualificata da innumerevoli pensatori, di solito nel senso di stabilire limiti al potere statale e introdurre misure di salvaguardia contro ogni arbitrio. Però sempre mantenendo la sostanza che Rousseau aveva individuato come fondamento della democrazia: la capacità dei popoli di governare se stessi e decidere il modello sociale, economico e politico nel quale vogliono vivere.

Bene, l'Unione europea è la negazione della sovranità e della democrazia. Lo abbiamo detto in passato e non insisteremo molto su questo. L'Europa neoliberista ha esacerbato la concorrenza tra i paesi ha liquidato i diritti sociali e sta demolendo i valori civici delle società europee. Inoltre, il neoliberismo ha diviso il continente europeo in paesi industrializzati guidati dalla Germania e una periferia sempre più dipendente dal punto di vista economico. Nello spazio europeo non c'è posto per politiche redistributive; tutto ciò che rimane è un feroce e spietato neo-mercantilismo che nel migliore dei casi, genera crescita impoverendo le maggioranze sociali. I cittadini europei cominciano a capire il senso della lex mercatoria che domina in Europa: si voti per questo o quello, è sempre lo stesso. E se qualcuno osa sfidare l'autorità di Bruxelles, i mercati gli scatenano attacchi speculativi così da provocare un disastro bancario. Accadde in Grecia. Ora, forse, in Italia.

Molta acqua è passata sotto i ponti dall'approvazione del Trattato di Maastricht. Dopo quasi tre decenni di neoliberismo, le società reagiscono nel senso previsto da Polanyi. Milioni di persone hanno perso tutto e sono attonite davanti alla disintegrazione delle loro comunità sociali. La miseria si estende ogni giorno e la gioventù è privata di futuro. Può quindi sorprendere l'ascesa del populismo di destra in Europa? Può stupire la ricomparsa della domanda di sovranità, di sicurezza, di protezione contro le conseguenze deleterie del mercato autoregolato? Sempre più cittadini fanno appello allo Stato e chiedono un quadro nazionale perché sanno che è l'unico che può intervenire e vincere. Etichettarli come "fascisti" significa non capire, o non voler capire, la vera natura dell'Unione europea, il suo carattere gerarchico e distruttivo, il suo orientamento profondamente antidemocratico. La rinazionalizzazione della politica europea non è un effetto ciclico della concorrenza tra partiti, ma il prodotto storico della globalizzazione capitalista e la forma specifica che ha adottato in Europa.

A questo punto, dobbiamo essere chiari. Quello che sta accadendo in Europa non è uno scontro tra un fascismo atavico e un europeismo che pretende essere liberale e cosmopolita. Quello che sta accadendo in Europa è uno scontro tra due nazionalismi esacerbati dalla competizione che si svolge nell'economia europea: il nazionalismo economico della Germania, che sostiene una politica mercantilista, e un nazionalismo reattivo e revanscista emergente in paesi come l'Italia, la Francia o Gran Bretagna, per non parlare dell'Europa orientale. Il vacuo europeismo esibito dalle élite politiche ed economiche, la loro strenua difesa dell'euro e del mercato unico, non è altro che un alibi ideologico del nazionalismo economico tedesco. Quasi duecento anni fa, il grande economista tedesco Friedrich List avvertì lucidamente che la dottrina cosmopolita obbediva agli interessi nazionalisti di paesi industrializzati che predicano il libero scambio per i paesi poveri solo quando sanno che non possono competere con loro.

L'europeismo e il globalismo possono ancora affascinare le classi medie intellettuali, ma non fermeranno l'avanzata del populismo di destra. Per questo è necessaria una nuova sintesi politica capace di interpellare gli strati popolari con idee forti, con passione e immaginari radicali. La chiave è tenere assieme un discorso rivolto alle grandi maggioranze sociali con un programma orientato alla difesa della dignità delle classi lavoratrici e popolari: il recupero della sovranità come base della democrazia; la reindustrializzazione della Spagna a partire dall'intervento pubblico nell'economia; una politica volta alla piena occupazione; e una profonda trasformazione dello Stato in senso repubblicano, federale e democratico. Naturalmente ciò richiederà un ripensamento delle alleanze internazionali e una nuova unione tra paesi europei che rispetti la sovranità degli Stati: un'Europa confederale. Sullo sfondo, la possibilità concreta di una grande alleanza tra le classi lavoratrici, gli strati medi poveri e le piccole e medie imprese colpite dalla globalizzazione. Se la sinistra non la costruisce, nessuno lo farà.

Il sovranismo è venuto per restare. Quello che stiamo vedendo sono solo i primi venti della tempesta in arrivo. A questo punto, l'unica domanda rilevante è chi egemonizzerà le forze sociali che la globalizzazione ha scatenato e che richiedono protezione, sicurezza e identità. La preoccupazione delle élite neo-liberali europee è comprensibile: è il correlato logico della loro ostilità allo stato e alla democrazia. Al contrario, la posizione di alcuni intellettuali a sinistra è molto difficile da capire. Le persone che ci hanno criticato in questi giorni ignorano che il controllo della sovranità è una condizione indispensabile della democrazia. Non sembrano capire la natura dipendente e subordinata del paese in cui vivono. In breve, rifiutano ogni possibilità di concreta realizzazione storica delle aspirazioni popolari. Hermann Heller ha scritto alcune pagine luminose su questa contraddizione del movimento socialista. L'unica vera alternativa al populismo di destra è una sintesi politica che collega la sovranità, la democrazia e il socialismo come risposta alla sofferenza sociale causata dal neoliberismo. Ma una cosa è certa: il futuro dei popoli sarà costruito sulle ceneri di questa Unione europea.


* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della redazione di sollevAzione


 

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