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Se lo dicono Alesina e Giavazzi

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L'assassino torna sempre sul luogo del delitto. Nel caso di specie, gli assassini sono due. Parliamo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, i due araldi italiani del neoliberismo che sul CORRIERE DELLA SERA di oggi, 17 novembre, ritornano all'attacco con un editoriale al contempo spassoso e, non vi sembri paradossale, confortante.

Spassoso perché dopo anni ripetono con la medesima insolenza la tesi che "Il liberismo è di sinistra" — che cioè il liberismo sarebbe a favore di chi sta in basso — mentre un'economia dove lo Stato sia protagonista sarebbe cosa buona solo per la classe sociale che sta in alto.

Vi chiederete perché il loro (ennesimo) intervento sia confortante.
E' presto detto. Lasciamoli parlare.

«Nel campo dei populisti invece la negazione del liberismo è evidente. In Italia, ad esempio, Lega e Movimento 5 Stelle dimostrano una fiducia sconfinata nella capacità dello Stato di risolvere tutti i problemi, dalla costruzione delle infrastrutture all’offerta di servizi pubblici locali. Al punto di adoperarsi per vanificare le norme esistenti volte a ridurre il numero delle circa 10.000 aziende pubbliche locali; mantenendo in vita aziende pubbliche prive di dipendenti, con un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti e persino quelle che hanno avuto un risultato negativo per quattro dei cinque anni precedenti. "Non preoccupatevi", ha detto Di Maio, "aziende come Eni, Enel, Enav non andranno in mani private. Nel nostro piano di dismissioni sono stati previsti solo immobili e beni di secondaria importanza". Un altro esempio è la decisione di riportare in vita la cassa integrazione, un meccanismo che illude i lavoratori che un’impresa che non ha futuro possa ancora garantire loro un impiego, e nel frattempo fa perdere opportunità. E ancora: un continuo trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, attraverso pensioni e debito, senza parlare delle pulsioni sovraniste e del rifiuto della globalizzazione».

In poche righe squadernate le ragioni per cui questo governo sarebbe una sciagura, quindi l'ostilità dell'élite neoliberista ai "populismi di destra e di sinistra".

Confortante quindi perché chi sostiene in modo critico e condizionato questo governo sente di stare dalla parte giusta.

C'è ovviamente molta propaganda ideologica in questa condanna del governo giallo-verde, considerato a torto come un tentativo deliberato di chiudere i ponti con il lungo ciclo del neoliberismo. In verità con le politiche giallo-verdi c'è quella che abbiamo chiamato "inversione di tendenza", non certo un rovesciamento vero, fosse anche di impronta keynesiana.

Tuttavia se spogliamo quanto scrivono Alesina e Giavazzi del suo lato biecamente propagandistico, essi colgono un aspetto del "populismo", che esso, per sua stessa natura contraddittorio e anche confusionario è espressione ed è alimentato da una protesta dei ceti massacrati proprio dal liberismo, che quindi ha nel suo Dna il rifiuto dello stesso.

Le élite dominanti, insomma, temono il populismo, malgrado i leader populisti tentino in ogni modo di tranquillizzarle. Segno di questa consapevolezza, che il populismo ha radici profonde e la cui spinta non si esaurirà anche ove Di Maio e Salvini dovessero fallire, è quanto afferma il direttore de LA STAMPA Maurizio Molinari.

In un minuto e mezzo una "confortante" pillola di saggezza.



 

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