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Brexit: no al tradimento

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Questo articolo entra nel merito del draft Withdrawal Agreement presentato dal Primo Ministro Theresa May al Parlamento britannico due settimane fa. Spiega perché l’accordo del governo May non rispetta il mandato consegnato al governo britannico dopo il referendum del 2016 e quindi le conseguenze per la democrazia britannica se sarà approvato in Parlamento l’11 dicembre.

*  *  *
Ciò che sta accadendo nel Regno Unito ha importanti implicazioni per gli altri Stati membri dell’UE che sperano di uscire dall’Unione.

Giovedì 15 novembre è stato presentata al parlamento britannico la prima stesura del proditorio withdrawal agreement, firmato la sera prima (il 14 novembre) dal gabinetto del Primo Ministro Theresa May. Il documento, composto da 585 pagine, diventerà la base legale per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, nell’ipotesi che sia concordato dai 27 leader dell’UE e poi ratificato sia dal Parlamento britannico che da quello europeo. Due giorni dopo, sette membri del governo di Theresa May si sono dimessi, inclusi due dei suoi ministri. Uno di questi è Dominic Raab, il ministro responsabile per la Brexit, che ha assunto il ruolo solo due mesi fa in seguito alle dimissioni del precedente segretario alla Brexit, David Davis.

È molto probabile che queste dimissioni saranno seguite da altre, e che il tradimento e la capitolazione del primo ministro britannico potrebbero persino condurre a un voto di sfiducia nei confronti della sua leadership, costringendola a dimettersi. Si potrebbe pensare che, a seguito di quanto asserito dal primo ministro May e dai suoi collaboratori governativi, non è successo nulla, che il withdrawal agreement stipulato con Bruxelles rispetta lo storico mandato consegnato al governo conservatore e al parlamento nel 2016 in seguito al referendum UE. Ma non è così.

Il popolo britannico ha votato per lasciare l’UE in modo da poter avere più democrazia, più input nelle decisioni politiche che determinano il loro futuro come nazione. Hanno votato per la sovranità nazionale, la libertà del loro governo di elaborare e attuare politiche economiche , ma non solo, che siano nell’interesse dei cittadini britannici.

Col voto, il popolo britannico, voleva che i suoi rappresentanti politici avessero la possibilità di elaborare proprie leggi e avere la libertà di decidere la propria politica, inclusa quella dell’immigrazione. Ma il draft withdrawal agreement non consente al popolo britannico di fare nulla di tutto ciò. È una capitolazione alle irragionevoli richieste di Bruxelles che tiene l’UK legato all’oligarchia europea a tutti gli effetti. Il popolo britannico è stato tradito e la sua democrazia calpestata.

Con l’esposizione seguente si spiega perché il periodo di transizione nel documento non è indicato nessun termine per quanto riguarda i tempi della transizione – quando effettivamente si concluderà:"In deroga all’articolo 126, il comitato congiunto può, anteriormente al 10 luglio 2020, adottare un’unica decisione che proroga il periodo di transizione fino al 31 dicembre 20XX ”.

Questo potrebbe significare una transizione potenzialmente infinita (o sufficientemente lunga tanto da consentire alla lobby di ‘Remain’ di mobilitare le proprie forze anti-democratiche a favore di un secondo referendum, nella speranza che il popolo britannico potrebbero votare diversamente, ossia rimanere nella UE!).


The Customs Union (L’unione doganale)


"Verrà stabilito un unico territorio doganale tra l’Unione e il Regno Unito", afferma il documento.
Secondo le disposizioni dell’accordo, il Regno Unito rimarrà almeno per la durata del periodo di attuazione (di cui in realtà non si fa menzione) nella Customs Union, ovvero, per citare il documento stesso, nella Single Customs Territory (come se il popolo inglese fosse così stupido da non capire che cambiando le parole non cambia il significato!).

Questa Single Customs Territory dovrebbe (in teoria) evitare l’eventualità di un hard-border tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Tuttavia, secondo le disposizioni enunciate nell’accordo, ciò significa che l’Irlanda del Nord avrà relazioni doganali più strette con l’UE rispetto alla Gran Bretagna, e sarebbe più legata alle regole del mercato unico dell’UE. Ciò significa che i quadri normativi che regolano i due paesi saranno diversi. Ciò potrebbe incorraggiare il Galles e la Scozia a fare richieste analoghe per avere regole diverse, minacciando di fatto l’integrità del Regno Unito.

Restando nel Customs Union per il periodo della transizione, che come abbiamo notato prima, rimane indefinito (20XX) la Gran Bretagna sarà vincolata agli accordi tariffari esterni dell’UE, così come ad altri aspetti che negano effettivamente al Regno Unito la libertà di fare i propri accordi commerciali con il resto del mondo. Sarà costretta a rispettare le regole dell’UE senza avere voce in capitolo. Poiché nel documento non viene specificata alcuna data in cui questo accordo “temporaneo” avrebbe termine, la Gran Bretagna rischia di essere legata all’UE e alle sue regole indefinitamente.

L’intenzione dell’UE è chiara, ed è confermata dalla nota trapelata, scritta da Sabine Weyand (deputata di Michel Barnier). In questa nota agli ambasciatori europei, Weyand ha dichiarato che l’UE “mantiene la sua influenza” sulla Gran Bretagna in seguito all’accordo tra May e Bruxelles, aggiungendo che alla Gran Bretagna “sarà richiesto di allineare le sue regole a quelle dell’UE”, mentre Bruxelles “manterrà tutti i controlli”. Il memorandum ha anche affermato che l’UE “dovrebbe essere nella migliore posizione negoziale per le future relazioni. Ciò richiede che il Customs Union sia la base della futura relazione.”

Ciò che la draft Withdrawal Agreement effettivamente fa, è legare il Regno Unito non solo alle regole dell’UE durante il periodo di transizione, ma anche successivamente in una relazione post-transizione in cui l’UE continua a dettare le regole e da cui la Gran Bretagna potrebbe non avere la possibilità di sfuggire: il draft Withdrawal Agreement afferma che nel caso in cui un accordo commerciale tra l’UE e il Regno Unito non venga raggiunto entro il 2020, le due parti si dovranno incontrare per decidere l’eventuale necessità di attuare l’accordo di “backstop” (un accordo che estenderà il periodo di transizione fino al momento in cui l’accordo commerciale sarà raggiunto) estendendo così l’adesione del Regno Unito all Customs Union.

Comunque, nell’eventualita’ che venisse implementato questo backstop (nell’accordo denominato “il Protocollo“), non c’e’ alcuna procedura in base alla quale la Gran Bretagna possa andarsene in modo indipendente. La decisione potrebbe essere raggiunta solo congiuntamente, il che significa che l’UE ha il diritto di veto su quando (o se) il Regno Unito potra’ lasciare il “Customs Union”. Dato l’intransigente “stile” negoziale di Bruxelles e la sua indisponibilità a scendere a compromessi con il Regno Unito (o l’Italia, o qualsiasi altro Stato membro) non c’è motivo di credere che Bruxelles sarà pronta a negoziare un accordo accettabile per il Regno Unito, che si traduce in un rischio elevato per il Regno Unito, bloccato in una Customs Union con l’UE in perpetuo.


La sovranità nazionale e la libertà del popolo britannico di elaborare le proprie leggi


Il draft Withdrawal Agreement non restituisce al popolo britannico la propria sovranità e quindi non ci sarà nessuna possibilità, per loro, di costringere il governo e il Parlamento a rispondere per le decisioni che essi prendono (con l’UE) in loro nome. Peggio ancora, le disposizioni dell’accordo vincolano il Regno Unito alle norme della CGE, come emerge da questo estratto: “le decisioni adottate da istituzioni, organismi, uffici e agenzie dell’Unione prima della fine del periodo di transizione o adottate nelle procedure di cui di cui agli articoli 92 e 93 dopo la fine del periodo transitorio e indirizzate al Regno Unito o alle persone fisiche e giuridiche residenti o stabilite nel Regno Unito, sono vincolanti nel Regno Unito.”

Il draft Withdrawal Agreement non solo non rispetta il mandato democratico del 2016, ma non soddisfa neanche una delle condizioni che May stessa aveva definito non negoziabili – le sue cosiddette “linee rosse” – cioè: uscire dalla “Customs Union”, uscire dal mercato unico, riprendere il controllo delle leggi e della politica di migrazione, avere una politica commerciale indipendente, uscire dalla giurisdizione della Corte di giustizia europea (CGE) e non minacciare l’integrità del Regno Unito.

Per chi non ha familiarità con i dettagli di questo accordo e di tutto cio’ che e’ accaduto in questi due anni, risulta difficile capire la gravità della situazione e il significato per la democrazia britannica. Negli ultimi due anni, dopo il referendum, la classe politica britannica e le élite (i cui interessi sono da questa serviti) hanno complottato e tramato per far sì che il Regno Unito rimanga nella UE.

Personalmente, non ho mai creduto che il mandato consegnato dal referendum UE 2016, il più grande mandato democratico nella storia politica britannica, sarebbe stato rispettato. Perché quello che era in gioco non era semplicemente la questione di uscire dalla UE, ma il futuro della democrazia stessa – il diritto dei cittadini britannici di avere una voce più diretta nel determinare il proprio destino politico. Una cosa del genere non potrebbe mai essere accettata dalla classe politica: e’ dunque questo l’enorme reato commesso dalla May e dal suo governo.

Ad ogni modo, questo accordo fra il governo di May e l’UE è un tradimento totale della volontà del popolo britannico. Se l’accordo sarà attuato, la Gran Bretagna non sarà più in grado di affermare di essere una democrazia. La classe politica britannica ha venduto i diritti democratici del suo popolo all’oligarchia dell’UE, legandolo in perpetuo alle sue regole e ai suoi regolamenti. La classe politica del Regno Unito ha cospirato contro il proprio popolo per escluderlo dal processo politico e ridurlo a semplice vassallo dell’UE. Speriamo che il popolo britannico si alzi e faccia sentire la propria voce, che si rifiuti di accettare questa ‘svendita’ della loro democrazia, questa usurpazione dei suoi diritti democratici.

Noi cittadini che osserviamo dall’Italia, dovremmo imparare da questa esperienza britannica. Non solo di non cadere nella trappola di credere che l’UE possa essere riformata da “dentro” – un’impossibilità riconfermata dalle disposizioni di questo accordo – ma nemmeno essere così ingenui da fidarsi della classe politica per fare le nostre lotte, perché le nostre battaglie non sono le loro battaglie. Se vogliamo proteggere la nostra preziosa democrazia e il diritto di determinare il nostro percorso e destino politico, dobbiamo assumerci responsabilità personali e collettive e fare la nostra politica in solidarietà con nostri concittadini.

Tutto questo significa costituire movimenti che sono fondati sui principi di una reale sovranità nazionale, prerequisito della vere democrazie.


* Fonte: Appello al popolo


 

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