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"I rischi per la crescita sono crescenti"

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BANCHE, STATO, IMPERIALISMO
Ben Bernanke: "I rischi per la crescita sono crescenti"

La crisi finanziaria è al suo culmine, o il peggio deve ancora arrivare?
In realtà nessuno lo sa, e per una volta anche i famosi "esperti" sono stranamente cauti.
I sarcedoti del mercato tacciono, mentre i mercanti chiedono più Stato: per salvare le banche, per assicurare i cosiddetti "risparmiatori" - in sostanza il ceto medio -, per trasformare una parte del debito privato in debito pubblico.

Si è così visto lo spettacolo della presidentessa di Confindustria chiedere a gran voce l'intervento statale (naturalmente "solo per superare l'emergenza", poi via di nuovo col mercato...), mentre il Papa banchiere ha detto al popolo che "il denaro è niente di fronte alla parola di Dio".
Dunque: o silenzi imbarazzati, o sproloqui non richiesti, questo passa il....mercato.

 

Lo stato confusionale dei centri decisionali è davvero interessante.
Prendiamo le dichiarazioni di questa sera dei due personaggi più potenti della finanza mondiale, Ben Bernanke, presidente della Federal reserve e Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea.
Ha detto Bernanke che "la crisi dei mercati finanziari peserà ancora di più sulla crescita economica". Ma guarda! Nessuno ci aveva ancora pensato. Poi, quasi a voler far felici i fautori della decrescita, ha detto letteralmente: "I rischi per la crescita sono crescenti".
Trichet, che da buon francese non vuol perdere il premio "monsieur De Lapalisse" ha dichiarato che "sono necessarie soluzioni internazionali e non individuali (evidentemente, nazionali ndr) o in ordine sparso", riconoscendo che "la crisi colpisce il cuore del sistema finanziario mondiale".

Torneremo certamente nei prossimi giorni sulla crisi finanziaria. Qui ci interessa soltanto richiamare l'attenzione su tre questioni.
La prima riguarda le BANCHE. La crisi del credito è evidentemente crisi di tutto il sistema. Cosa dicono infatti i banchieri? Dicono che non possono fallire, perché il loro fallimento sarebbe quello dell'intero sistema.
Nella loro presunzione da padroni del mondo dicono sostanzialmente la verità: il sistema capitalistico è oggi in mano alle oligarchie finanziarie in misura ben maggiore del passato. Alle banche tutto è dovuto, come dimostra il piano di Bush che destina l'enormità di 700 miliardi di dollari all'acquisto di titoli spazzatura e mutui a rischio. E' tollerabile questo dominio delle oligarchie finanziarie? Questa è la domanda tanto temuta, che in pochi si fanno anche perché la risposta ci parlerebbe inevitabilmente di quale farsa sia oggi la "democrazia" capitalista.

La seconda questione riguarda lo STATO. Ovviamente l'idea di un capitalismo senza Stato ci ha fatto sempre e solo sorridere. Tanto più nell'epoca del capitalismo imperialista. Ma tanto a destra quanto a sinistra sono 30 anni che la musica è la stessa: "meno Stato, più mercato".
Oggi non siamo alla richiesta, siamo alla supplica dell'intervento statale. I teorici della globalizzazione sono momentaneamente in naftalina, ma allo Stato non è richiesto un intervento di tipo keynesiano - come vorrebbero gli ex arcobalenici a corto di idee, per i quali un "new deal" sarebbe il sol dell'avvenire della nostra epoca - bensì un intervento da "salvatore a progetto". In breve: tanti soldi a lorsignori, ma che le banche restino ai banchieri.

Questo per l'oggi, perché per il domani - e questa è la terza questione - allo Stato non verrà richiesto un ruolo meramente economico, verrà richiesto sempre più un ruolo politico-militare più aggressivo. Questo in generale, anche se è ovvio che questa tendenza non avrà la stessa valenza in Svizzera piuttosto che negli USA.
E qui siamo arrivati alla questione dell'IMPERIALISMO.
"Siamo i leader globali", questo è stato il commento di Bush al momento dell'approvazione del suo piano, lo scorso 4 ottobre. Questa è stata evidentemente la sua prima preoccupazione. Così dicendo ci ha ricordato qual è la vera posta in gioco, al di là della fragilità di quegli interventi. La stessa crisi finanziaria e le sue conseguenze recessive non verranno pagate da tutti in ugual misura, e mentre gli Usa una risposta l'hanno data (benché probabimente insufficiente) l'Europa annaspa e litiga, convoca vertici che non decidono ed ancora una volta è sostanzialmente divisa.

Vedremo nelle prossime settimane come si svilupperà la situazione, ma possiamo star certi che le contraddizioni si acutizzeranno. Da una parte gli Usa, che vedono nella crisi finanziaria un ulteriore elemento di messa in discussione del loro ruolo di potenza dominante, dall'altra una tendenza al multipolarismo che è possibile leggere ad esempio nelle vicende della guerra nel Caucaso dello scorso agosto.
E così, mentre la Guerra Infinita continua in Iraq ed in Afghanistan, un altro fronte si è aperto. E la distanza tra i soldi delle banche e le bombe degli imperialisti è assai più breve di quanto pensano i più.

La Redazione

 

 

 

 

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