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La nuova politica turca: zero problemi con i vicini

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Ieri il primo ministro turco Erdogan ha pubblicamente difeso l’Iran, accusando l’Occidente di trattarlo in modo scorretto ed ingiusto; pochi giorni fa aveva rifiutato esercitazioni militari congiunte con Israele, esercitazioni che da anni erano un fatto di routine; in gennaio, nel corso del forum di Davos, aveva pesantemente attaccato il presidente Peres per l’aggressione sionista alla Striscia di Gaza.

Cosa sta accadendo in un paese, la Turchia appunto, membro della NATO e tradizionalmente cane da guardia, proprio insieme ad Israele, degli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente?
Pubblichiamo in merito un'analisi utile alla comprensione.

La Redazione di Campoantimperialista.it


La nuova politica turca: zero problemi con i vicini

della Redazione di Medarabnews

Il 10 ottobre, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ed il suo omologo armeno Edward Nalbandian hanno firmato due protocolli a Zurigo, con l’obiettivo di riallacciare i rapporti diplomatici e riaprire il confine fra la Turchia e l’Armenia. Alcuni giorni dopo, il 13 ottobre, Davutoglu ed il ministro degli esteri siriano hanno firmato un accordo che elimina i visti di ingresso fra la Turchia e la Siria, in coincidenza con il primo meeting del Consiglio di cooperazione strategica che riunisce i due paesi. Infine, il 15 ottobre il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan si trovava a Baghdad, dove ha firmato con il governo iracheno oltre 40 accordi, che vanno dalla cooperazione energetica, allo sfruttamento congiunto delle risorse idriche, alle misure per combattere  il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia.

Si tratta solo delle ultime tappe del rinnovato attivismo diplomatico di Ankara nei confronti dei paesi limitrofi, nella cornice della nuova politica estera turca, basata su due principi fondamentali: il principio della “profondità strategica”, e quello riassunto nello slogan “zero problemi con i paesi vicini”.

Alle tappe diplomatiche degli ultimi giorni bisogna aggiungere il tentativo che il governo guidato dal partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) di Erdogan sta compiendo per risolvere la questione curda all’interno del paese, nell’ambito del cosiddetto processo di “transizione democratica”.

Con queste iniziative sul fronte diplomatico e sul fronte interno, Ankara cerca di porre fine alle annose questioni che hanno rallentato lo sviluppo democratico del paese, e che ne hanno ostacolato l’ascesa a livello regionale. L’obiettivo è quello sanare le controversie, rimpiazzando il clima di contrapposizione con un clima di cooperazione, che si traduca in benefici concreti per tutti gli attori coinvolti, contribuendo così a risolvere i conflitti regionali.

Il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, professore di scienze politiche e diplomatico, è unanimemente ritenuto il padre spirituale della nuova politica estera di Ankara. Egli pone al centro della sua visione dei rapporti regionali un concetto di sviluppo condiviso, che permetta ai paesi coinvolti di disporre delle infrastrutture necessarie a risolvere i loro problemi. Secondo la teoria di Davutoglu, alla base dello sviluppo delle relazioni bilaterali fra i paesi della regione dovrebbe esserci una serie di progetti infrastrutturali di unità regionale, e non semplici slogan e vuote affermazioni. L’obiettivo è quello di stabilire un terreno concreto sul quale fondare le relazioni bilaterali e sviluppare un’atmosfera pacifica tra i paesi limitrofi.

E’ sulla base di questo approccio che la Turchia ha firmato l’intesa di Zurigo con l’Armenia, che prevede l’apertura del confine tra i due paesi entro due mesi, e la creazione di una commissione congiunta di storici per esaminare gli eventi legati al massacro compiuto dai turchi ai danni della popolazione armena nel corso della prima guerra mondiale.

L’accordo segna indubbiamente una svolta estremamente importante nei rapporti fra Ankara e Erevan, anche se dovrà essere ratificato dai rispettivi parlamenti. Il complesso iter che dovrà portare alla ratifica parlamentare rende però il cammino di riconciliazione ancora lungo ed estremamente accidentato , anche alla luce della forte opposizione che si registra in particolare negli ambienti più nazionalisti dei due paesi.

L’esito della controversia legata a quello che gli armeni hanno sempre rivendicato come un vero e proprio genocidio commesso dai turchi, sarà determinante per il successo dell’apertura diplomatica in atto fra i due paesi. A decidere come si risolverà questa controversia non saranno soltanto i rispettivi governi, ma anche e soprattutto l’aspro confronto che sta avendo luogo sia in Turchia che all’interno della comunità armena intorno a questo tema.

Erevan ha risposto positivamente all’apertura del governo turco perché l’Armenia ha un disperato bisogno di uscire dall’isolamento in cui è stata costretta dopo l’indipendenza conseguita con il crollo dell’Unione Sovietica. L’Armenia – un piccolo stato privo di sbocchi al mare, stretto fra due paesi di etnia turca (la Turchia e l’Azerbaigian), ed esposto all’ingombrante influenza della Russia nel Caucaso – ha bisogno di uno sbocco verso Occidente. L’invasione russa della Georgia ha reso questa necessità ancora più urgente. Ma perché ciò si realizzi è necessario normalizzare i rapporti con la Turchia.

Ciò che sembra profilarsi in questo contesto è una divergenza di interessi fra l’Armenia in quanto stato e la comunità armena intesa nel senso più ampio, la quale comprende anche l’influente diaspora armena in Europa e negli Stati Uniti. Mentre la comunità della diaspora è fra i più aspri oppositori ad una normalizzazione con la Turchia, e sembra determinata a portare avanti la sua battaglia per il riconoscimento del genocidio armeno a livello internazionale, all’interno dello stato armeno sono molte le voci che dichiarano di essere favorevoli ad una distensione con la Turchia, aggiungendo di voler proseguire con altri mezzi la lotta per i diritti del popolo armeno.

A complicare ulteriormente il riavvicinamento turco-armeno vi è l’irrisolta questione del Nagorno-Karabakh, l’enclave armena in territorio azero, rimasta sotto il controllo armeno dopo il cessate il fuoco del 1994 fra Erevan e Baku. L’Armenia vuole che la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Ankara sia incondizionata, cioè non legata ad una soluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh; dal canto suo, il governo turco è invece soggetto ad enormi pressioni, sia sul fronte interno sia da parte dell’Azerbaigian (paese turco fratello), affinché condizioni la stabilizzazione delle relazioni con l’Armenia all’apertura di un negoziato fra Erevan e Baku che porti, infine, al ritiro armeno dal Nagorno-Karabakh.

Per quanto riguarda la Turchia, la politica basata sul principio “zero problemi con i vicini” sembra essere dettata, nel caso armeno, innanzitutto dal desiderio di accontentare Washington evitando così una possibile crisi sulla questione del genocidio (bisogna ricordare che Obama si era impegnato in campagna elettorale a riconoscere come “genocidio” i massacri del 1915 ai danni degli armeni).

Ma, nel portare avanti la sua politica nei confronti di Erevan, la Turchia tiene a mente anche il principio della “profondità strategica”. La normalizzazione dei rapporti con l’Armenia permetterebbe ad Ankara di proiettare senza ostacoli la sua influenza verso i paesi turcofoni del bacino del Caspio e dell’Asia Centrale. Inoltre la Turchia ambisce a diventare un paese chiave per quanto riguarda il transito delle pipeline provenienti dal Caspio e dal Medio Oriente, e dirette verso l’Europa. Questa ambizione è vista di buon occhio da Washington perché ridurrebbe la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, ma per realizzarla Ankara ha bisogno di disinnescare i conflitti latenti nel Caucaso.

Il desiderio di proiettarsi verso Oriente è tra le ragioni che sono alla base anche del nuovo approccio del governo Erdogan nei confronti della questione curda. Il processo di “transizione democratica”  promosso dall’esecutivo guidato dall’AKP mira a dare una soluzione definitiva al conflitto interno con la minoranza curda, concedendo a quest’ultima maggiori diritti.

Anche in questo caso il governo di Ankara deve misurarsi con l’opposizione nazionalista, la quale considera l’apertura nei confronti dei curdi una potenziale minaccia per l’unità del paese. Fino agli anni più recenti, l’approccio della Turchia kemalista era stato quello di affermare l’identità turca come unica identità del paese, negando il suo carattere composito da un punto di vista culturale, etnico e linguistico. Ciò si è tradotto nell’incapacità di riunire le diverse componenti del paese all’interno di un’identità comune, e nel conseguente rifiuto dei gruppi etnici non turchi di riconoscersi nell’identità turca dominante. Per far fronte a questo rifiuto, la strategia adottata da Ankara era stata finora una strategia eminentemente militare e coercitiva, che si è rivelata fallimentare.

La nuova linea politica del governo turco sembra invece propensa a riconoscere ai curdi maggiori diritti dal punto di vista politico, economico e culturale. Accanto a questa nuova strategia nei confronti della comunità curda in Turchia, Ankara sta cercando di instaurare buoni rapporti con il governo centrale di Baghdad da un lato, e con il governo regionale del Kurdistan iracheno dall’altro. L’obiettivo finale è quello di isolare il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che opera a cavallo del confine turco-iracheno.

Resta da vedere come si concretizzerà nei fatti la “transizione democratica”, e se si tradurrà realmente in una vera integrazione della comunità curda, con pari diritti ed opportunità, nello stato turco. E resta da capire come il governo turco intenda risolvere il nodo del PKK, nei confronti del quale sembra permanere il vecchio approccio adottato storicamente da Ankara nei confronti dei curdi in generale: quello militare.

Il parlamento turco ha infatti recentemente autorizzato l’esercito a condurre raid oltre il confine turco-iracheno. Gli attacchi sono ripresi il 13 ottobre. Sia la Turchia che l’Iran conducono periodicamente raid in territorio iracheno, il cui obiettivo dichiarato è quello di colpire i combattenti del PKK e del PJAK (il partito per la Vita Libera del Kurdistan, un’altra formazione curda militante che opera in quest’area, e che si ritiene abbia stretti legami con il PKK). Tali incursioni militari, tuttavia, inevitabilmente infliggono gravi sofferenze alle popolazioni civili dei villaggi curdi situati in queste regioni già di per sé impervie e inospitali.

Date le incertezze che tuttora permangono intorno alle iniziative politiche di Ankara nei confronti dei curdi e degli armeni, l’apertura turca che finora sembra aver incontrato il maggior successo è quella nei confronti della Siria .

I due paesi, che in passato si erano ritrovati su fronti contrapposti nel contesto della Guerra Fredda, ultimamente stanno stabilendo rapporti sempre più stretti, con una rapidità che ha sorpreso molti osservatori. Con l’accordo siglato il 13 ottobre, il confine turco-siriano, che fino a poco tempo fa era disseminato di campi minati e percorso da aspre tensioni, sarà aperto alla libera circolazione delle merci e delle persone.

Come molti analisti hanno fatto osservare, se la Siria rappresenta per Ankara lo sbocco più sicuro verso i paesi del Levante arabo e del Golfo Persico, la Turchia ha rappresentato per Damasco la prima via d’uscita dal proprio lungo isolamento (con l’avvio dei colloqui indiretti fra Siria e Israele attraverso la mediazione turca – colloqui poi interrotti con l’arrivo al potere di Netanyahu in Israele), e costituisce un ponte verso l’Europa, oltre che una valida alternativa che permette al regime siriano di non dipendere in maniera esclusiva da Teheran.

Questo riavvicinamento fra la Turchia e la Siria ha contribuito a determinare un rinnovato interesse da parte degli arabi nei confronti del modello turco .

Ma anche altri gesti, da parte di Ankara, hanno suscitato l’elogio e l’ammirazione degli arabi. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati l’aspra polemica condotta dal governo Erdogan contro Israele a causa dei massacri compiuti a Gaza nella guerra del gennaio scorso, e l’annullamento, pochi giorni fa, di un’esercitazione militare turco-israeliana congiunta in territorio turco, denominata “Aquila dell’Anatolia”, alla quale fra l’altro avrebbero dovuto partecipare anche gli Stati Uniti e l’Italia.

Ad acuire ulteriormente le tensioni fra Ankara e Tel Aviv ha contribuito una serie televisiva trasmessa in questi giorni in Turchia, che ripercorre le tappe dell’attacco israeliano a Gaza, e ritrae soldati israeliani che uccidono bambini palestinesi. La serie TV ha suscitato le proteste formali del governo israeliano ed ha rinfocolato la recente polemica turco-israeliana sul conflitto di Gaza.

La Turchia ed Israele hanno stretti rapporti economici e militari, e molti osservatori ritengono che Ankara difficilmente metterà seriamente a rischio interessi così importanti per il paese. Tuttavia, le tensioni fra i due stati si stanno trascinando ormai da gennaio, mentre il ministro degli esteri Davutoglu spiega che il miglioramento dei rapporti fra Ankara e Tel Aviv dipenderà dal progresso della situazione umanitaria a Gaza e dalla ripresa dei colloqui di pace fra israeliani e palestinesi.

Nel frattempo, la “fermezza” turca nei confronti di Israele è stata salutata in maniera entusiastica da gran parte della stampa araba. A proposito dell’annullamento dell’esercitazione congiunta “Aquila dell’Anatolia”, il quotidiano panarabo al-Quds al-Arabi ha titolato: “Lezione ottomana agli arabi”, contrapponendo la risoluta posizione turca alla remissività dei regimi arabi.

La crisi nei rapporti con Israele sembra dunque rappresentare in questo momento l’unica eccezione allo slogan “zero problemi con i vicini” su cui punta la nuova politica estera turca. Alla luce delle difficoltà che la Turchia sta incontrando anche sul fronte dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea, appare evidente che Ankara sta valutando altre opzioni, e sta riscoprendo la sua dimensione “orientale”, ed il ruolo che potenzialmente può giocare da un lato in Medio Oriente, grazie al suo patrimonio “islamico sunnita”, e dall’altro nel bacino caspico e in Asia centrale, grazie al suo patrimonio “turco”.

Questo non significa che la Turchia abbia voltato le spalle all’Occidente, o abbia rinunciato alle sue ambizioni in Europa. La volontà di acquisire un ruolo in Medio Oriente e in Asia centrale, e il desiderio di diventare uno snodo di primo piano lungo i percorsi energetici euroasiatici, hanno in questo momento per Ankara il duplice vantaggio di aprire degli spazi alternativi alla Turchia, e di accrescere il suo valore agli occhi dell’Europa.



Fonte
: http://www.medarabnews.com

 

 

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