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Per il partito

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Il periodo storico nuovo in cui entriamo e i nostri compiti in Italia

Pubblichiamo oggi il documento sulla situazione italiana, ed in particolare sulla questione del partito, approvato dalla sezione italiana del Campo antimperialista lo scorso 6 dicembre. L’esigenza di questa risoluzione è strettamente connessa all’analisi sulla situazione generale, a partire da quella sulle conseguenze della crisi, contenuta nel documento conclusivo dell’assemblea internazionale che si è tenuta a Chianciano sempre il 5 e 6 dicembre 2009.

 

Per il partito
Il periodo storico nuovo in cui entriamo e i nostri compiti in Italia

Premessa

L’indebolimento che abbiamo subito è conseguenza del divario tra gli sforzi enormi profusi per un intero decennio e gli scarni frutti ottenuti. La nostra è anzitutto una crisi da denutrimento. Abbiamo analizzato gli errori soggettivi commessi, e spiegato che questi ultimi, per quanto importanti, non sono stati la causa determinante della nostra decrescita, che è invece dipesa da ben più pesanti fattori oggettivi, ovvero l’intreccio tra il crollo definitivo del movimento anticapitalista europeo (che è l’humus nel quale affondano le nostre radici e la cui devitalizzazione non ci ha portato nutrimento) e l’islamizzazione delle Resistenze di Primo Fronte (l’assunzione di un profilo destinato ad essere respinto non solo dalla larga opinione pubblica ma da quello stesso movimento anticapitalista). Abbiamo dunque sbagliato a sostenere con tanta audacia quelle Resistenze? Sì se avessimo puntato anzitutto all’ottenimento del consenso più ampio possibile. No se, come in effetti abbiamo fatto, al primo posto veniva il dovere di verità di sostenere l’unico fattore decisivo di contrasto all’offensiva del super-imperialismo americano.
Ci sono battaglie che è obbligatorio condurre, malgrado siano destinate a restare minoritarie.
Il consenso fine a sé stesso, ovvero la sua massima ampiezza quantitativa, è l’obbiettivo principale per gli opportunisti, per i rivoluzionari al primo posto viene la sua qualità, la quale consiste non solo nel tenere fermi i principi ma nel sostenere sempre le forze antisistemiche.


Prima parte

Sotto i nostri occhi la situazione sta tuttavia cambiando. Una crisi storico-sistemica è sopraggiunta nel cuore stesso dell’Occidente, ed essa è destinata ad aggravarsi causando, come segnalato dalla Risoluzione generale, un mutamento epocale, l’accidentato e non lineare ingresso in un nuovo periodo storico. Quali conseguenze sociali e politiche porta con sé questo mutamento? E quali conseguenze può e/o deve avere sulla nostra prassi politica? Più indugeremo nel dare una risposta la più precisa a queste due domande, più tempo prezioso perderemo, più inefficace sarà la nostra azione. Siamo mossi dalla convinzione per cui non solo siamo davanti ad un tornante storico decisivo, che come ogni tornante esso obbliga a fare delle scelte riguardo alla direzione di marcia. La nostra attuale debolezza non può essere un alibi, né per attendere fatalisticamente gli eventi, né per sminuire l’importanza e l’impatto eventuale delle nostre decisioni, quali che esse siano.
Se facessimo finta di nulla saremo spazzati via. Se non avessimo il coraggio di cambiare e adattarci alla nuova situazione saremo spazzati via. Ovviamente potremo essere eliminati anche ove sbagliassimo la mossa decisiva. Tanto vale rischiare la sconfitta osando piuttosto che essere sconfitti restando immobili. “Chi ha paura d'essere battuto sia certo della sconfitta.”


Seconda parte

Il fatto storico nuovo e imprescindibile che si staglia davanti ai nostri occhi è dunque l’irruzione della catastrofe nel centro stesso del  capitalismo-imperialismo, in Occidente. Il sistema imperialistico ha subito diverse fratture in varie parti periferiche del mondo, anzitutto in quell’area nevralgica da noi chiamata Primo Fronte. Come antimperialisti, a causa della indiscussa stabilità sistemica delle roccaforti imperialistiche, non potevamo che focalizzarci su queste fratture, facendo sponda alle Resistenze affinché l’ondata sovversiva si propagasse al centro del sistema. Sapevamo che la velocità di propagazione non sarebbe stata fulminea, che avrebbe seguito percorsi tortuosi e impiegato un lungo periodo. Ciò che abbiamo atteso per decenni si sta inverando: ora è il centro stesso del sistema che si sta fratturando. Avevamo forse sbagliato l’analisi? No, visto che il collasso del “turbocapitalismo” si presenta anche come polimorfica nemesi storica, come rivincita delle periferie sul centro del sistema. Tra le cause principali di questo collasso vi sono infatti proprio l’incapacità del centro di sostenere i costi colossali della propria supremazia mondiale, l’impossibilità di pagare le sue guerre di annientamento delle forze antagonistiche se non ricorrendo alla più sfrenata e criminale speculazione finanziaria, e quindi scaricando proprio sulle periferie i costi insostenibili dell’american way of life, alla cui difesa hanno preposto la più dispendiosa macchina da guerra di ogni tempo.
Quando la casa in cui vivi prende fuoco la prima cosa che devi fare è domare l’incendio, solo dopo potrai occuparti di spegnere le  fiamme in casa altrui. Se non facessi così verresti considerato un irresponsabile o un pazzo.


Terza parte

La cancrena comincia dalle parti estreme per poi afferrare i centri nevralgici, così la crisi storico-sistemica è cominciata dalle periferie per propagarsi verso il centro. Sta di fatto che oggi sono i paesi centrali del sistema sull’orlo di una crisi catastrofica. Possiamo oggi noi guardare solo agli incendi altrui e disinteressarci di quello che sta distruggendo casa nostra? No, non possiamo. Verremmo forse meno alle nostre ferme convinzioni antimperialiste ove ci occupassimo dell’incendio di casa nostra? Per niente! Essere antimperialisti oggi significa anche occuparci del disfacimento dell’Occidente, agire affinché lo si oltrepassi con audaci soluzioni rivoluzionarie. Che fine farebbe la considerazione che abbiamo acquisito agli occhi delle Resistenze esterne se non dimostrassimo di essere lottatori esemplari in casa nostra? Che cosa ci farebbero queste Resistenze di una piccola pattuglia di fratelli isolati e impotenti? Nulla, e avrebbero ragione ad andarsi a cercare alleati diversamente consistenti.
La battaglia antimperialista non si svolge più solo alle periferie sistemiche, è diventata policentrica; è sopraggiunto il momento tanto atteso per cui dobbiamo cominciare a combattere il nemico che è in casa nostra, ed è affrontandolo a casa nostra che daremo l’aiuto più prezioso alle Resistenze del Primo Fronte.


Quarta parte

Siamo chiamati a riconoscere l’essenziale della nostra causa mettendo al loro giusto posto gli elementi secondari e sbarazzandoci dell’inessenziale. Siamo obbligati a ricordare qual è lo scopo strategico principale, subordinando ad esso quelli secondari. Il sostegno alle Resistenze non è mai stato fine a sé stesso, ma finalizzato alla vittoria definitiva sull’imperialismo. Abbiamo sempre ribadito che questa vittoria  non sarebbe mai stata definitiva senza espugnare le sue piazzaforti centrali, che questa espugnazione sarebbe stata possibile solo grazie all’avvio di processi rivoluzionari negli stessi centri nevralgici del sistema. Non abbiamo mai creduto che questi processi potessero sorgere solo come risultato delle pressioni esterne, questa era una condizione necessaria, non la principale. Quella principale restava la fratturazione interna, la rinascita di un conflitto sociale endogeno su ampia scala e l’affermazione di un fronte sociale sociale rivoluzionario che puntasse alla fuoriuscita dal capitalismo. Sapevamo infine che questa fatturazione poteva venire solo da una vera e propria catastrofe generale, economica, sociale, poiché solo una simile catastrofe avrebbe strappato i popoli dalla loro narcosi e li avrebbe costretti a gettare i propri corpi nella mischia.
Non sta finendo solo la glaciazione del conflitto, ma pure quella delle idee. La fuoriuscita dal capitalismo, ibernata per alcuni decenni nel congelatore del “pensiero unico”, è destinata a risorgere come ineludibile necessità storica.


Quinta parte

In che situazione siamo oggi? Siamo forse nell’imminenza di una rivoluzione? Nient’affatto, siamo solo alle porte di un secondo collasso sistemico, ovvero prima della catastrofe. Non c’è alcun automatismo che porti da quest’ultima alla rivoluzione, ma è certo che la prima è condizione della seconda. Di una cosa siamo invece sicuri: seppure in modo non meccanico, per vie che nessuno può ancora prevedere con esattezza, questa catastrofe (le cui conseguenze geopolitiche abbiamo segnalato nella Risoluzione generale) pone fine alla stabilità sociale suscitando un’ondata di conflitti di magnitudine impensabile solo fino a pochi anni fa. Credere che la catastrofe sistemica possa coesistere con la sua stabilità, ovvero che le masse resteranno prigioniere del loro torpore, è come pensare di poter aumentare all’infinito la temperatura e quindi la pressione di una caldaia senza che questa scoppi. Certo, tutto è plausibile al pensiero, anche immaginare che gli asini volino, noi preferiamo attenerci alla storia, all’idea corroborata dai fatti per cui il conflitto sociale, tra cui la lotta tra le classi fondamentali sono forze motrici della storia, che ogni passaggio di civiltà è contrassegnato da sconquassi violenti, che questi non si limitano a virtuosi duelli tra questa o quella élite politica.
Quando la posta in palio non è solo il potere dello stato, ma la natura dello stato e la destinazione di civiltà, grandi masse sono obbligate ad entrare in gioco e dal loro movimento dipenderà questo destino.


Sesta parte

Il problema non è quindi se le masse scenderanno in campo. Altri sono i quesiti ai quali dovremmo dare risposta: quando esattamente entreranno in gioco, con quali modalità, con quali fini e sotto quali insegne? Non è possibile dare risposte certe ed univoche a queste domande. Nella Risoluzione generale noi tuttavia affermiamo che, mentre sono possibili «Una nuova ondata di mobilitazione delle masse e l’accensione del conflitto sociale», è più probabile «che questa mobilitazione in una prima fase assuma forme reazionarie anche aperte». Molteplici le ragioni che ci spingono a fare questo pronostico riguardo a quanto è più probabile: il crollo e la degenerazione del vecchio movimento operaio, la perdita di memoria storica da parte del proletariato, l’egemonia prolungata dell’ideologia “borghese” in seno ed esso, la estrema debolezza delle forze rivoluzionarie, le conseguenze devastanti dell’ondata migratoria, il profondo decadimento civile e culturale, ecc. Dovremo quindi forse passare per un purgatorio dannato e scabroso. Tuttavia ciò che è probabile, per sua natura, non è assolutamente certo. Commetteremmo un errore madornale ad escludere a priori altre tendenze. Un fatto è certo, quale che sia la gradazione del peggio, noi dobbiamo prepararci.
Soprattutto  dobbiamo evitare l’errore di scambiare la prima fase con tutto il periodo. L’alluvione, spazzando via tutto quanto incontrerà sul suo corso, non potrà che riversare a mare tutto il pattume sedimentatosi nel recente passato. Tuttavia solo grazie ad essa avremo un diverso paesaggio, un humus nuovo e più fertile per le idee rivoluzionarie. Solo chi non sarà trascinato via dalla corrente potrà mettere solide radici.


Settima parte

Ma che vuol dire in sostanza “prepararci”? Vuol dire in prima battuta che non possiamo più limitarci ad una pratica antimperialista che guarda all’esterno, che dobbiamo passare ad una pratica strategica rivolta anche all’interno. Che dobbiamo invertire l’ordine dei fattori: per un decennio abbiamo subordinato l’esterno all’interno, ora dobbiamo fare il contrario. La pratica antimperialista va incorporata in una pratica rivoluzionaria più complessiva. In termini strategici dobbiamo riarticolare la divisione nei tre fronti non come divisione rigida e pietrificata, ma flessibile e liquida. La catastrofe imminente al centro abbatte le paratie tra i tre fronti, cosicché nel primo (e per primo abbiamo inteso quello a decisiva conflittualità strategica) potrebbero venire e trovarcisi paesi fino a ieri stabili o a bassa conflittualità strategica.
Noi riteniamo che l’Europa sia la zona pericolante  della catena imperialistica di comando e che l’Italia sia un anello tra i più deboli di questa catena, destinato a subire più di altri centri imperialistici le conseguenze dell’imminente catastrofe, in cui più alta è la possibilità che l’attuale instabilità politica si tramuti in aperto conflitto sociale.


Ottava parte

In un simile contesto chiunque non si attrezzi verrà liquidato, spazzato via. Tanti sono gli strumenti di cui avremmo bisogno, di cui dovremo dotarci, ma tutti fanno capo al principale: un partito politico. Certo, non lo abbiamo mai dimenticato, e abbiamo anzi compiuto dei tentativi che non sono andati a buon fine. Sarebbe ora fatale se a causa dei fallimenti conosciuti cessassimo di impegnarci su questo fronte. Non a consolazione ricordiamo che la vittoria strategica è anche il risultato di una serie di sconfitte tattiche, ovvero della tenacia con cui i rivoluzionari tengono fermo l’obbiettivo principale. C’è in giro una qualche forza politica che seppure non sia l’ideale di partito a cui noi aneliamo, quantomeno ci si avvicini? Ovvero che abbia quel minimo di chiarezza programmatica, di strutturazione e di militanti che possa candidarsi a svolgere una funzione strategica? No, non c’è. In altre parole non esiste una formazione politica adeguata ai tempi che possa giocare un ruolo centrale nella fase in cui entriamo, che cioè abbia, almeno in potenza, la capacità di diventare una forza politica con influenza di massa. Questo ci obbliga a svolgere noi il compito di apripista, di nucleo di aggregazione. Questo implica dedicare energie e risorse a questo scopo.
Per partito politico non intendiamo una qualsiasi aggregazione umana attorno a delle idee. Noi intendiamo una forza di combattimento, ovvero composta di militanti decisi, ma per raccoglierli occorre prima aver costituito un gruppo sufficientemente numeroso di “ufficiali”, ovvero di persone ad alto grado qualificazione e determinazione politica. Avessimo un centinaio di “quadri” di questi tipo saremmo già alla metà dell’opera. E’ dunque attorno al reclutamento e alla formazione di questi dirigenti che ci giochiamo nei prossimi anni la partita cruciale.


Nona parte

Per avviare un processo che abbia buone probabilità di successo occorrerebbe una massa critica sufficiente, e non l’abbiamo. Possiamo fare leva su due elementi e solo due: un drappello minuscolo di compagni sperimentati e ad alta esperienza e il patrimonio teorico-strategico acquisito. Attrezzarsi vuol dire, negli odiosi termini dell’economia politica, investire queste risorse per ottenerne la massima capitalizzazione. Corriamo dei rischi? Certo che sì. Tutto sta a vedere la soglia di rischio e se non sia vero che quello maggiore sia proprio il restare fermi, inchiodati al  letto di Procuste di un antimperialismo che da parte del discorso si atrofizza diventando il solo discorso.
Non è detto che ci riusciremo, ma chi in politica chiede garanzie certe prima di gettarsi nella mischia è meglio che cambi mestiere. Ci sono tempi in cui è decisivo resistere e arroccarsi nella propria trincea e tempi in cui è necessario passare all’attacco. Chi si attardasse rischierebbe di marcire nel suo fortilizio immaginario, oppure diventerebbe una sterile setta dottrinaria. Dio ce ne scampi!


Decima parte

E’ alta la soglia di fallimento? Sì, lo è. Per questo la Risoluzione generale ci consegna una via di fuga, una subordinata: «Gli antimperialisti potrebbero vedersi costretti, ove non fossero capaci di concorrere alla fondazione di nuovi movimenti politici di massa, non solo a fare fronte con forze politico-sociali compatibili, ma a confluire temporaneamente dove si riveli necessario e allo scopo di porre in salvo il patrimonio accumulato a costo di tanti sacrifici, in formazioni che potrebbero trovarsi a svolgere la funzione duplice di aggregatori delle istanze antagonistiche e quindi di diga contro la marea reazionaria. In entrambi i casi l’antimperialismo va connesso alla prospettiva di una fuoriuscita dal capitalismo, pena l’incapacità di dare voce e di organizzare le forze sociali sovversive che i meccanismi di esclusione sociale lentamente ma senza dubbio genereranno». Ma questa è, appunto, solo una subordinata, anzi l’extrema ratio, la soluzione a cui ricorrere solo nel caso in cui fallissimo nell’opzione di prima istanza. Porsi questo compito di partito, optare per la coesione, la disciplina, per la centrale importanza di formare un solido gruppo dirigente risulterà, dopo decenni di devastante predominio ideologico del relativismo, del minimalismo e del libertarismo individualista, certamente “assurdo” nell’ambiente di cui noi stessi siamo figli. Ma un’“assurdità”, in politica, non è per forza uno svantaggio.
Non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decide, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole. Le intelligenze semplici hanno questo vantaggio, che possono afferrare al volo i concetti più arditi e quello spirito del tempo che le sottili e capziose menti dei sapienti riescono a riconoscere solo post festum, dopo un inutile vagabondaggio, comunque sempre in ritardo.

 

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