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L’agricoltura palestinese nel progetto sionista.

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Infopal.it dà conto dei tentativi di Israele di impedire ai palestinesi la raccolta delle olive, che è una delle più importanti attività dell’economia palestinese, ricordando come gli agricoltori palestinesi siano quotidianamente vittima di abusi e di quotidiane aggressioni da parte dell’esercito e dei coloni.


L’attacco israeliano alle attività agricole e alla pastorizia dei palestinesi è un importante tassello della strategia finalizzata a ridurre al minimo, se non proprio a cancellare totalmente, la loro presenza nel “Grande Israele”.
Chi scrive si è recato più volte in Palestina ed ha potuto constatare l’esistenza di un progetto preciso degli israeliani: impedire l’autosufficienza alimentare dei palestinesi, allo scopo di piegare più facilmente la popolazione. Prima del 1967 ogni villaggio palestinese aveva il necessario per la sopravvivenza; ora non è più così né in Cisgiordania né, a maggior ragione, nella Striscia di Gaza. Il progetto di Israele  ha fatto sì che tutte le terre fertili della Cisgiordania sono state occupate con gli insediamenti o con i Kibbutz. Le terre migliori sono state confiscate e il Muro in questo progetto ha avuto un ruolo cruciale: il suo percorso infatti è stato concepito non solo per contenere la Resistenza  armata, ma anche per affamare la popolazione, precludendo ai contadini il libero accesso ai loro terreni (la situazione delle città di Qalqilia e Tulkarem è emblematica). Le risorse idriche giocano un ruolo fondamentale nel piano israeliano: tutte le riserve idrogeologiche si trovano al di là del Muro, cioè ad esclusivo uso e consumo di quella parte della Terra di Palestina denominata Israele. Il progetto investe anche l’allevamento del bestiame, perché anche quasi tutte le terre adibite a pascolo sono state confiscate, il che unito alla penuria di acqua ha falcidiato l’allevamento, visti anche gli alti costi dei mangimi.

La Redazione

 

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