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Asia
INTERVISTA DEL MANIFESTO A SCOTT RITTER Stampa Email
Iran
Scritto da redazione   
Giovedì 26 Giugno 2008 08:36

dal Manifesto del 15 giugno 

 

 

«COLPIRANNO GLI AYATOLLAH, SENZA PROVE»OBIETTIVO IRAN

 

 

Parla l'ex ispettore dell'Onu Scott Ritter: Stati uniti e Israele stanno fabbricando un pretesto per cambiare regime a Tehran, proprio come hanno fatto a Baghdad. E le Nazioni Unite non fanno altro che rendersi complici di questa escalation 

 

Michelangelo Cocco 

Ex ispettore delle Nazioni Unite in Iraq (dal 1991 al 1998), William Scott Ritter è diventato molto critico dell'Amministrazione statunitense da quando nel 2003 rivelò che, al momento dell'invasione anglo-americana della Mesopotamia, Saddam non possedeva armi di distruzione di massa. Nel suo ultimo libro pubblicato in Italia - «Obiettivo Iran» (Fazi editore) - Scott Ritter sostiene che per l'Iran l'Amministrazione Bush stia mettendo in scena lo stesso copione utilizzato per giustificare il cambio di regime a Baghdad: costruire la «minaccia iraniana» pur non avendo prove che Tehran stia provando ad acquisire l'atomica. Ne abbiamo discusso con l'autore, che ha risposto alle domande del manifesto al telefono dagli Stati Uniti.

Nel suo rapporto del 26 maggio l'Aiea parla di ricerche per acquisire testate nucleari e chiede a Tehran maggiori informazioni sui suoi missili. Le posizioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica si stanno irrigidendo?

L'Aiea è un organismo politico. Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea sono frustrati perché non sono riusciti a ottenere da Tehran l'applicazione delle risoluzioni delle Nazioni unite che le chiedono l'immediata sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Questa frustrazione è evidente nell'ultimo rapporto dell'Agenzia. Si tratta tuttavia di un documento che non contiene alcun fatto in grado di contraddire le precedenti rilevazioni, secondo le quali il programma nucleare iraniano sembra essere esclusivamente per usi civili, pacifici. Per questo lo giudico un rapporto politico, perché le «preoccupazioni» sottolineate dal rapporto sono derivate esclusivamente dall'intelligence statunitense. Il ruolo dell'Aiea e dei suoi ispettori in Iran è quello di accertare se la Repubblica islamica rispetta il «Safeguard agreement» sul Trattato di non proliferazione nucleare. L'Iran rifiuta di rispondere a domande che esulano dall'ambito di competenza di questo trattato, specialmente quando provengono da un servizio segreto apertamente ostile al regime iraniano. Sono sicuro che questo rapporto non sia stato preparato esclusivamente dal Consiglio dei governatori e che su quest'ultimo siano state effettuate forti pressioni da parte degli Stati Uniti.

Nel suo libro parla di un «partito della guerra» pronto ad attaccare l'Iran. Da chi sarebbe formato?

Dal circolo di pensatori neo conservatori che domina l'Amministrazione e soprattutto la formulazione delle sue politiche per la sicurezza nazionale. Gente come John Bolton, Paul Wolfowitz sono ormai fuori dal governo, ma le persone più influenti, come il vice presidente Dick Cheney, sono sempre lì. Io descrivo però un «partito» che va al di là dell'Amministrazione: un insieme di individui e organizzazioni - tra cui tanti «intellettuali» che intervengono sui media - uniti da un'ideologia che è la trasformazione radicale del Medio Oriente da perseguire, in questo caso, attraverso il cambiamento di regime in Iran.

L'Occidente ha qualche prova che Tehran stia fabbricando armi nucleari?

Se l'avesse avuta, l'avrebbero già resa pubblica. La campagna che sta montando contro l'Iran non è fatta di prove ma di speculazioni. Israele e gli Stati Uniti strillano: potrebbero avere un programma per le armi nucleari. Poi, dopo che gli ispettori dell'Aiea rientrano e li smentiscono, dicono che ciò rappresenta la prova che l'Iran sta nascondendo quel progetto. Creano la sensazione che qualcosa esista, mentre non ne hanno alcuna prova. Si sta ricalcando esattamente lo stesso copione recitato con Saddam Hussein alla fine degli anni '90.

Ma sull'Iraq il trucco è stato smascherato: tutti sanno che all'Onu furono portate prove false.

Non direi, forse che il governo italiano ha detto formalmente ai suoi cittadini: l'Amministrazione Usa ha mentito per giustificare la guerra contro Saddam? Forse che l'ha fatto l'Unione europea? Se ne è parlato solo sui media. E guardiamo cosa sta succedendo ora: forse che i governi di Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, hanno il coraggio di dire: «Cari Stati Uniti, avete già mentito sull'Iraq, questa volta abbiamo bisogno di prove solide.»? Al contrario l'Europa continua a basarsi sull'idea che l'Iran intenda fare cose malvagie col suo programma nucleare. C'è stata più opposizione prima della guerra in Iraq di quanta ce ne sia ora durante la costruzione della campagna contro l'Iran.

Sempre nel suo libro parla di una «crisi creata in Israele». Cosa intende?

Israele ha determinato che l'Iran e il suo programma nucleare rappresentano una minaccia. Gli israeliani dicono chiaramente che non la bomba atomica, ma il semplice arricchimento dell'uranio da parte di Tehran rappresenta per loro una linea rossa di cui non possono ammettere il superamento. Nonostante sia permesso dal Trattato di non proliferazione nucleare di cui l'Iran è firmatario. E Israele fa continuamente pressione sugli Stati Uniti affinché agiscano in maniera decisa contro l'Iran. Si tratta di una crisi inventata in Israele. Se oggi Israele dicesse: «Ok a noi non importa l'arricchimento dell'uranio da parte dell'Iran», crede che al resto del mondo importerebbe qualcosa? No, perché il resto del mondo è sufficientemente maturo per affrontare l'Iran e il suo arricchimento dell'uranio. Una crisi creata in Israele che si fa sempre più drammatica, al punto che qualche giorno fa il vicepremier israeliano Mofaz ha definito «inevitabile» l'attacco.

Lei crede che gli Usa attaccheranno?

Sì, anche se è l'ultima cosa che vorrei vedere. Sappiamo che il Pentagono sta facendo pressioni per fermare la corsa verso la guerra della Casa Bianca. Ma il ministero della difesa risponde alla presidenza, attorno alla quale c'è sempre un gruppo di ideologi che vuole trasformare il Medio Oriente. E con la prospettiva dell'arrivo di un presidente democratico che la vede in maniera diversa, uno dei modi per assicurarsi che il nuovo inquilino della Casa Bianca non cambi radicalmente le cose, è far sì che quando arriva trovi già la relazione Usa-Iran ridefinita. Bombardando Tehran.

 
 
PIU' VICINA DI QUANTO SI PENSI Stampa Email
Iran
Scritto da redazione   
Giovedì 26 Giugno 2008 08:26
Le notizie su un prossimo attacco all'Iran si inseguono.Alcuni continuano a pensare che alla fine l'attacco non ci sarà.

Come Campo abbiamo espresso una convinzione precisa da tempo: per gli Usa (e per Israele) l'Iran è il bersaglio che deve capitolare. Sul come e sul quando la discussione è ovviamente aperta, ma è evidente che i tempi si vanno stringendo.

  

LA GUERRA CON L’IRAN PUO’ ESSERE PIU’ VICINA DI QUANTO SI PENSI 

The American Conservative:9/5/2008

 

 

di Lucio Manisco 

 

Assordante il silenzio nel nostro paese sulle prospettive di una grande guerra mediorientale innescata da un attacco missilistico ed aereo statunitense e israeliano contro una presunta base iraniana per l’addestramento dei terroristi che uccidono i soldati americani in Iraq. Silenzio del governo Berlusconi, silenzio della maggioranza e della minoranza parlamentare, silenzio di politologhi ed esperti militari, silenzio dei mass media. Se ne parla e se ne scrive negli Stati Uniti e in Europa, non in Italia. L’ultimo e più allarmante annunzio di un’imminente apocalisse è stato dato il 9 maggio dal periodico di destra  The American Conservative: con il titolo  “La guerra con l’Iran può essere più vicina di quanto si pensi” Philip Giraldi, ex funzionario della Cia,  riferisce di una riunione del Consiglio della Sicurezza Nazionale che ha approvato i piani di attacco con missili Cruise contro una base Al Qods  (la Guardia Rivoluzionaria Iraniana) ove verrebbero addestrati i militanti iracheni impegnati nella guerriglia contro le truppe d’occupazione. Il Segretario di Stato Condoleeza Rice, il Segretario del Tesoro Henry Paulson, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley, il Presidente George W. Bush e il Vice Presidente Dick Cheney hanno approvato il piano operativo, mentre il Segretario della Difesa Robert Gates si è espresso a favore di un rinvio dell’operazione. Due giorni prima, il 7 maggio, la Casa Bianca aveva inviato tramite i dirigenti della regione curda in Iraq una comunicazione ufficiale al governo iraniano che chiedeva a quest’ultimo di ammettere le sue interferenze nel paese vicino e l’impegno formale a interrompere il suo appoggio ai vari gruppi di militanti che si battono contro le truppe Usa. Immediata la risposta  di Teheran: nessuna discussione è possibile  fino a quando gli Stati Uniti non sospenderanno le infiltrazioni di agenti e il sostegno fornito ai dissidenti iraniani. Da qui la decisione dell’Amministrazione Bush di inviare un segnale “inequivocabile”  e cioè missilistico alla dirigenza iraniana. Presumibilmente – conclude la nota informativa di The American Conservative – si tratterà di una attacco di precisione mirato contro i dispositivi al-Qods di una base nei pressi di Teheran che eviterà perdite tra i civili: spetterà al Presidente ordinare la missione non appena i preparativi verranno messi a punto.

    Il 10 maggio la Casa Bianca ha ammesso ufficiosamente che una riunione del Consiglio della Sicurezza Nazionale c’era stata e che aveva avuto per tema la visita questa settimana del Presidente a Gerusalemme per partecipare alle celebrazioni del 60mo anniversario dello stato di Israele e per rilanciare i negoziati di pace, argomento questo poi ripreso da George Bush il 12 maggio.

     Non meno allarmanti gli sviluppi delle ultime settimane: una seconda portaerei con cacciatorpediniere e navi d’appoggio ha raggiunto  a fine aprile l’imponente schieramento aereo navale statunitense nel Golfo Persico; cresce di giorno in giorno il barrage di denunzie da parte del Dipartimento di Stato del governo di Tehran per le sue presunte interferenze militari in Iraq mentre sono saliti a cinque le intercettazioni di unità leggere iraniane nelle acque territoriali del paese ad opera delle unità navali Usa e vasti campi minati sono stati allestiti sulle sue frontiere; malgrado le smentite dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e di sedici servizi del controspionaggio Usa  il Vice Presidente Cheney  e il Segretario di Stato Rice hanno continuato a denunziare  insieme ai governanti israeliani la potenziale minaccia nucleare di Tehran; il fallito tentativo nel Libano di neutralizzare Hezbollah , probabile preludio di una seconda offensiva israeliana, può avere indotto Washington ad accelerare i tempi dell’offensiva contro l’Iran.

     Gary Leupp, professore di storia alla Tufts University, orientalista ed esperto di questioni mediorientali, ha tratto spunto  dalle rivelazioni pubblicate da The American Conservative per delineare le catastrofiche consequenze  del previsto attacco Usa, da una spasmodica e generalizzata reazione militare iraniana al coinvolgimento bellico della Siria e del Libano, dalle insorgenze armate shiite al rovesciamento dei regimi pro-occidentali fino a nuove alleanze oggi impensabili come quella tra il regime di Tehran e i Talebani sunniti.  Gary Leupp è quanto mai pessimista sull’eventuale opposizione dell’opinione pubblica statunitense che verrebbe travolta da una grande fiammata patriottica  a sostegno dei “nostri ragazzi al fronte” e per quanto riguarda i due candidati democratici alla presidenza sia Hillary Clinton che Barak Obama hanno già affermato che contro l’Iran “ogni opzione è valida”, per non parlare poi del repubblicano John McCain, che è stato descritto anche da qualche suo sostenitore come “un Bush agli steroidi”. Una grande guerra mediorientale renderebbe certa la sua già probabile vittoria a novembre, aiuterebbe gli Stati Uniti a superare la più grave crisi economica dopo quella degli anni trenta e nel dissennato disegno dei neocons l’interruzione dei flussi energetici mediorientali verso Cina, India ed Europa, ed un possibile impiego di armi nucleari tattiche contro l’Iran rafforzerebbero l’egemonia politico militare del grande impero d’occidente sul mondo intero.

E l’Italia? “L’Italia farà la sua parte” come ha anticipato l’ex Ministro alla Difesa nonché ultrà americano Martino con la sua proposta di cambiare le regole d’ingaggio nel Libano  e di impegnare direttamente le nostre valorose truppe sui campi di battagli dell’Afghanistan. Tutti gli altri, opposizione e governo, giornali e telegiornali preferiscono ignorare il dramma immane che sta per abbattersi sull’umanità. Non si sa così se abbiamo aumentato – come tutti gli altri paesi europei - le riserve strategiche di petrolio, non si sa se il Ministero della Difesa abbia approntato piani per l’evacuazione dei nostri soldati privi di mezzi bellici adeguati a combattere una guerra guerreggiata, dall’Afghanistan e dal Libano e di quelle centinaia di Carabinieri e forze speciali adette all’addestramento dell’esercito e della polizia in Iraq.

IL governo del bel paese e l’opposizione di sua maestà preferiscono occuparsi dell’urgente necessità di imbavagliare Travaglio, azzerare Anno Zero e attuare i diktat contro le donne di Joseph Ratzinger.

 

13 maggio 2008

 

 

 
CONFERENZA PER IL DIRITTO AL RITORNO E PER UNO STATO LAICO DEMOCRATICO IN PALESTINA Stampa Email
Terra di Palestina
Scritto da redazione   
Sabato 14 Giugno 2008 14:56

Conferenza per il Diritto al Ritorno
e per uno Stato laico democratico in Palestina
Haifa, 20-21/06/2008

Un anno fa, il movimento Abnaa el-Balad, un movimento palestinese attivo nei territori del 1948, ha proposto l'organizzazione di una conferenza volta a discutere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e la proposta di istituire uno stato laico democratico in tutta la Palestina.

Da allora, si sono svolti molti incontri con diversi gruppi e attivisti per discutere dell'idea, e recentemente si è stabilito di tenere la conferenza a Haifa, il 20 e 21 giugno 2008.

Molti attivisti di primo piano appartenenti a diversi partiti politici palestinesi hanno già espresso la loro volontà di partecipare alla conferenza, come anche alcune delle principali figure della società civile palestinese nei territori del '48 e molti attivisti ebrei appartenenti a vari movimenti che si battono contro l'occupazione e l'apartheid israeliani e per il diritto al ritorno.

Negli ultimi anni, sono state tenute conferenze annuali sul diritto al ritorno che hanno giocato un ruolo essenziale nel consolidare e dimostrare il crescente appoggio pubblico e politico a sostegno del ritorno di tutti i rifugiati palestinesi in tutti i luoghi da cui furono espulsi. La conferenza proposta non è un'alternativa a queste "Right of Return conferences". Piuttosto, fa compiere un ulteriore passo alla discussione, proponendo una specifica cornice politica per l'implementazione del diritto al ritorno e per far sì che tutti i residenti del paese e i rifugiati vivano insieme.
A che punto siamo?

C'è un comitato volontario che sta avviando l'organizzazione della conferenza. Il comitato attualmente sta lavorando ad un programma dettagliato per la conferenza, compresi argomenti per specifici laboratori con l'assegnazione di relatori e presidenti per ogni laboratorio. Il comitato volontario è aperto a nuovi membri come a nuove proposte riguardo ad argomenti e relatori.

La conferenza non sarà tenuta a nome di alcuna specifica organizzazione e la maggioranza dei partecipanti sarà presente a proprio nome.

Ci serve aiuto

Le preparazioni sono in corso, e l'argomento suscita un vasto interesse. Abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile perché la conferenza abbia luogo e sia un evento importante. Questa conferenza mira a promuovere una discussione aperta su una nuova visione per il ritorno dei rifugiati palestinesi e una soluzione inclusiva e democratica al conflitto vecchio di 120 anni che continua a minacciare l'umanità col rischio di una nuova guerra mondiale.

Inoltre abbiamo urgente bisogno di aiuti finanziari, per coprire i costi della conferenza.

Proposta di programma

Venerdì 20 giugno

19:00 Seduta d'apertura
Principali relatori politici
Programma culturale
21:30-23:00 Incontro del comitato organizzatore con gli ospiti

Sabato 21 giugno
9:30 – 10:00 Raduno e registrazione
10:00 - 10:30 Incontro generale
10:30 – 12:30 Laboratori
12:30 – 13:30 Pranzo (e incontro col comitato organizzatore)
13:30 – 15:30  Laboratori
15:30 – 16:00 Presentazione pubblica dei risultati dei laboratori
16:00 – 17:00 Ultimo incontro generale – Discussione della dichiarazione conclusiva
17:00 – 18:00 Incontro del comitato organizzatore con gli ospiti riguardo alle future collaborazioni

Proposte di argomenti per i laboratori
1. Valutazione delle diverse soluzioni proposte per il problema palestinese e l'attuale lotta per il diritto al ritorno.
2. L'implementazione del diritto al ritorno e l'idea di uno stato unico democratico
3. I Palestinesi nei territori del '48 - lotte odierne e prospettiva politica
4. Il ruolo dei giovani: ricordando la Nakba e sognando il futuro
5. La crisi della società israeliana
6. Paralleli con l'apartheid sudafricano e il ruolo del boicottaggio internazionale
Altri argomenti sono attualmente in discussione.

Sistemazione

Gli ospiti provenienti da fuori saranno i benvenuti nelle case degli attivisti del luogo.

Tour

Gli ospiti stranieri che desiderino combinare la loro presenza alla conferenza con una visita guidata della Palestina ed essere informati su altri aspetti politici e sociali del conflitto sono i benvenuti.


Tutti gli interessati a partecipare provenienti dall’Italia devono scrivere a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Pubblicato dalla redazione il 5 giugno 2008

 
LIBANO: UNALTRA VITTORIA DI HEZBOLLAH Stampa Email
Libano
Scritto da redazione   
Sabato 14 Giugno 2008 14:45

 La prova di forza messa in atto dalla Resistenza libanese due settimane fa contro i provocatori provvedimenti del governo Siniora ha sortito i suoi salutari effetti. Non solo il Blocco sostenuto dagli imperialisti (e dietro essi da Israele) ha dovuto fare marcia indietro ritirando gli stessi provvedimenti. Esso ha accettato Michel Suleiman, un generale cristiano vicino alla Resistenza, Presidente della Repubblica. C’è di più. Nel suo discorso di insediamento Il neoeletto Presidente ha elogiato Hezbollah per il suo “ruolo insostituibile nel difendere la nazione dalle aggressioni israeliane” e ha apertamente parlato della “necessità di liberare la zona di Sheba dall’occupazione israeliana”. Infine, l’attuale governo di unità nazionale (nel quale ben 11 ministri appartegono al blocco della Resistenza) dovrà preparare le elezioni per la primavera del 2009, che si svolgeranno con una nuova legge elettorale finalmente democratica (un uomo un voto) e non più confessionale che potrebbe consegnare la maggioranza alle forze nazionaliste e antisioniste.
Che il Ministro degli esteri Frattini si sia congratulato per l’accordo raggiunto è al limite della comicità. Frattini è lo stesso che, allineato pedissequamente agli americani, ha fino a ieri l’altro bollato Hezbollah come un’organizzazione «terrorista». Era sempre lui, solo pochi mesi fa, ad avere biasimato D’Alema per essersi a suo tempo incontrato coi “terroristi” di Hezbollah. Ora Frattini si arrampica sugli specchi, tracciando una differenza tra la Resistenza libanese e HAMAS, affermando di essere disposto a dialogare coi...”terroristi”, ma a patto che “..accettino il proprio disarmo” (risate oceaniche). Anche Bush è stato obbligato A fare buon viso a cattivo gioco, ma gli americani debbono prendere atto che hanno subito un sonoro ceffone. Quanto cocente sia stata per loro questa sconfitta lo indica senza peli sulla lingua il capoccione Necon Richard Perle, il quale ha parlato di “vera e propria bancarotta per l’Occidente”, ovvero per l’imperialismo e il sionismo. E per questo lascia capire che agli Stati Uniti, se non vogliono passare da una sconfitta all’altra, non resta che alzare la posta e scatenare un conflitto globale per annientare Siria e Iran, e con l’aiuto di Israele, Hezbollah e HAMAS.

Campo Antimperialista Sez. Italiana

28 maggio 2008

 

 
IRAQ: NIDA', L'APPELLO Stampa Email
Iraq
Scritto da redazione   
Sabato 14 Giugno 2008 14:38

Comitato internazionale di solidarietà con i prigionieri e i detenuti nelle carceri americane
«Nel febbraio 2003 è stato udito fragoroso il ruggito di protesta di milioni di persone nel mondo contro la decisione di muovere guerra all'Iraq. Essi si rendevano conto che la pace non si ottiene con la distruzione, la guerra e lo scontro di civiltà.

Gli eventi hanno dimostrato che la loro posizione era quella giusta. Gli Stati Uniti e gli eserciti stranieri che li fiancheggiavano hanno occupato l'Iraq e promesso la democrazia, la libertà e la prosperità al suo popolo. Ma il popolo iracheno, a cinque anni dall'occupazione, ancora non trova nel suo paese un posto in cui si sia al sicuro dai soldati americani, dai mercenari di Blackwater, o dai terroristi e le milizie che, appoggino o meno l'occupazione, rimangono un suo prodotto.

Inoltre, gli Iracheni non vedono alcuna speranza nel futuro se le condizioni rimarranno quelle che sono state sotto l'occupazione. Oggi più di tre milioni di Iracheni sono nella diaspora, rifugiati per paura di essere uccisi o arrestati. Quelli che sono rimasti continuano a soffrire i dolori dell'occupazione. Alcuni di loro sono stati incarcerati nelle prigioni più terribili della terra.

In questo momento, le forze americane d'occupazione stanno tenendo prigionieri più di centocinquantamila iracheni, distribuiti in 28 campi di detenzione. Migliaia di essi sono stati tenuti prigionieri per più di cinque anni, in violanzione delle Convenzioni di Ginevra relative al trattamento dei prigionieri di guerra; molti erano anziano sofferenti di problemi di salute che mettevano a rischio le loro vite. Migliaia di altri prigionieri e detenuti sono giovani uomini, donne, e bambini che sono stati presi in ostaggio in sostituzione dei loro mariti o padri. Tutti i prigionieri e i detenuti sono continuamente sottoposti alle più crudeli forme di tortura, insulti e offese alla dignità umana. Tutti loro sono privi di qualsiasi mezzo di comunicazione con l'esterno, e la maggior parte non sono autorizzati ad incontrarsi con le proprie famiglie.

Poiché non riteniamo il popolo americano responsabile delle guerre, l'occupazione e le violazioni dei diritti umani derivati dalla politica dell'attuale amministrazione USA;

Poiché ci riteniamo responsabili in primo luogo nei confronti dell'umanità, e in secondo luogo nei confronti del popolo iracheno, dichiariamo, prima che sia troppo tardi, la nostra opposizione alle pratiche dell'occupante che contravvengono alle Convenzioni sui Diritti Umani. La nostra è una posizione umanitaria e in favore della civiltà, contro tutti coloro che commettono torti contro di essa, indipendentemente dalla loro appartenenza culturale, etnica o geografica.

La nostra posizione non è soltanto una difesa della libertà e dei diritti umani degli Iracheni, ma una difesa dell'umanità, dei valori della civiltà, e del sistema legale e giuridico che dovrebbe tutelare tutti, compresi gli Iracheni.

Noi, nel dichiarare ed affermare la nostra solidarietà con coloro che difendono i propri diritti legittimi nei propri paesi, e con i prigionieri e i detenuti iracheni, condanniamo e denunciamo la prosecuzione della loro detenzione, e lanciamo un appello a tutti affinché siano iniziate tutte le attività e gli eventi possibili per richiedere il loro rilascio.

Pensiamo che la giustizia sia intrecciata con la libertà. L'erba non cresce sull'acciaio dei carri armati d'occupazione americani, come dimostrato dagli ultimi cinque anni. ma cresce nei cuori di coloro che credono nell'uomo, nei suoi diritti e nella sua dignità.

Noi, nel richiedere il rilascio dei prigionieri e i detenuti, riaffermiamo l'importanza che le forze d'occupazione americane si attengano alle Convenzioni di Ginevra riguardanti il trattamento dei prigionieri, che si smetta ogni forma di tortura contro i prigionieri, e che si permetta ad organizzazioni internazionali e dei diritti umani, e alla Croce Rossa, di visitare tutti i campi di detenzione americani in Iraq, affinché rimangano informate della situazione dei prigionieri e dei detenuti».

Comitato internazionale di solidarietà con i prigionieri e i detenuti nelle carceri americane in Iraq
(Nida' - la chiamata)

26 aprile 2008

Pubblicato dalla Redazione il 30 aprile 2008

 


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Vademecum della Sinistra contro l'Euro

OLTRE L'EURO

GLI INTERVENTI VIDEO-FILMATI DEL CONVEGNO DI CHIANCIANO TERME

# SEMINARIO ECONOMISTI
«Oltre l'euro, per andare dove?»

- Lo spot di apertura del Convegno
- L'introduzione di Pasquinelli
- La prolusione di E. Screpanti

# TAVOLA ROTONDA
«Quale società per il futuro»

- L'intervento di Ernesto Screpanti
- L'intervento di Giorgio Cremaschi
- L'intervento di Norberto Fragiacomo
- L'intervento di Claudio Martini
- L'intervento di Moreno Pasquinelli

# LE REPLICHE
- Moreno Pasquinelli

# FORUM
«La sinistra, la crisi, l'alternativa»

Introduzione di Nello De Bellis
- Diego Fusaro
- Francesca Donato
- Valerio Colombo
- Marino Badiale
- Ugo Boghetta
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